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Tre giorni dopo era arrivata la telefonata. Verardi era in studio, in Strada Maggiore. Nel suo salone affrescato, stava dando da mangiare ai pesci. Rispose, era l’investigatore. Ordinò alla segretaria di uscire.
«Dobbiamo vederci», aveva detto Bonetti.
«Quando?».
«Subito sarebbe meglio».
Verardi era salito su un taxi.
Era vero, nessuno aveva violato la sua casella di posta elettronica. Non ce n’era stato bisogno.
In breve e semplicemente, l’amante dell’architetto Verardi aveva scoperto la password della sua mail, che era la stessa delle pagine dei progetti. Entrava nella posta e nelle cartelle protette usando il computer personale di Verardi, per questo non erano registrati I. P. sospetti e non c’era stato bisogno di installare un malware. La donna non ne aveva parlato al suo compagno: nelle truffe aveva deciso di mettersi in proprio.
Tutto lì, nessun altro mistero. Le cose facili sfuggono alle menti complicate.
Verardi era così felice (non aveva perso lo smalto), da non accorgersi che i veri problemi sarebbero incominciati ora.
Era lui quello debole. Con una moglie e quattro figli, la sua posizione... Se avesse denunciato l’amante, la sua vita sarebbe esplosa.
Doveva mandare giù il rospo e sperare che lei non avesse altre informazioni da vendere. Soprattutto che non passasse al ricatto esplicito. C’era la possibilità (si poteva dire la certezza) che la donna gli chiedesse una buonuscita, per non mostrare a sua moglie i filmini girati col telefonino che sbucava dalla borsetta, mentre loro due facevano l’amore.
Walther Bonetti non accennò minimamente a queste cose, che immaginava già perché tanto andava sempre così. Il suo compito finiva lì. La vita dei clienti proseguiva oltre la porta, e lui non dispensava consigli filosofici.
«Le auguro il meglio architetto Verardi».
La mano dell’architetto sparì in quella di Bonetti.
«A lei dottor Bonetti. È stato in gamba. La chiamerò ancora se dovessi avere bisogno».
La porta si chiuse, tornò il silenzio.
Bonetti guardò l’ora: le quattro e sedici di venerdì pomeriggio. Chiamò casa, informò la moglie. Potevano pagare la rata del condominio, le due bollette in scadenza e concedersi pure una scampagnata.
«La piccola?», sua figlia Simona, di cinque anni.
«È di là che gioca».
Era così bello sapere di avere una famiglia, una casa, l’affetto.
«Ti aspetto», concluse lei.
Quando poteva, il venerdì Bonetti rientrava presto. Era il giorno della spesa. Nessuna passeggiata su per il colle dell’Osservanza, fino al parco Cavaioni.
Chiuse l’ufficio, scese le scale.
Appena fuori dal portone, provò una strana sensazione. Grattò la nuca, si guardò intorno.
Qualcuno lo stava osservando, ne era certo. Un uomo era entrato per un istante dentro il suo campo visivo. Un tempo troppo breve perché lui riuscisse a metterlo a fuoco. Eppure tutte le sue lampadine si erano accese.
Continuò a sbirciare la piazza fingendo di ammirarne l’architettura. Dove sei?, si domandò.
Lo so che ci sei.