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Camminò fino a via Rizzoli. Si fermò in un bar e ordinò un tè. Soffiare sulla bevanda bollente gli permetteva di prendere tempo e osservare.
La sensazione persisteva. Bonetti però non riusciva a individuare nessuno che avvalorasse la sua percezione di pericolo. Quella che aveva intorno era la solita Bologna giocosa o affaccendata. Persone che si erano risvegliate dall’inverno. Le espressioni più vive, i vestiti più colorati. Qualche donna azzardava corte gonne senza calze. A quanto pareva, erano tornate di moda le tinte unite vistose.
Finì il tè. Pagò. Uscì dal bar.
Una sbirciata. Niente.
Proseguì per piazza Maggiore. Chissà se il piccione appollaiato sulla testa del Nettuno, da lì in alto...
Vedi qualcosa?, gli domandò col pensiero.
Via D’Azeglio: la casa di Lucio Dalla.
Si fermò a guardare il balcone. Le braccia dietro la schiena come un turista.
Si voltò fingendo interesse per una vetrina.
Ancora niente.
Sei furbo, pensò. Dannatamente.
Riprese a camminare.
Viale Aldini, via San Mamolo. Casa sua. Oltrepassò l’arco, entrò nel cortile. Si nascose accanto al portone e attese.
Finalmente udì i passi, rimbombavano sotto il voltone. No, un momento, li conosceva. Era il signor Montaguti, un maestro in pensione che abitava due piani sotto di lui. Il diabete se lo stava mangiando.
«Buongiorno signor Montaguti».
L’anziano signore si era fatto crescere una buffa barbetta.
«Oh, buongiorno a lei signor Bonetti. Bella giornata eh!».
Convenevoli. A Montaguti piacevano. Era cortese, chissà come mai non si era sposato.
«A rivederci».
Montaguti lo diceva così, staccato ed elegante: A rivederci.
«Arrivederci».
Rimasto solo, Bonetti attese. Invano.
Possibile che si fosse sbagliato?