V
Alle 8 del mattino seguente Sergio e Marco erano già in prima linea. Il commissario era riuscito solo a salutare i figli appena svegli e la moglie prima di uscire da casa senza fornire spiegazioni. Il trio aveva intuito che doveva essere accaduto qualcosa di grosso. Lo leggevano sulla faccia di quel poliziotto già in trance agonistica.
Quadrini, al volante della loro Grande Punto, passò a prenderlo sotto casa e lo condusse nella zona in cui risiedeva Antonio.
Parcheggiarono in corso Unione Sovietica di fonte agli stabilimenti della Fiat mirafiori in cui, una vita fa, confluivano ogni giorno migliaia di operai pronti a dare il loro contributo al boom industriale accanto a una catena di montaggio.
Quella Torino non c’era più. Il commissario Crema la definiva, quando si confrontava con Quadrini su quell’argomento, come “una città alla continua ricerca di una nuova identità”.
“Saliamo su? Ci dovrebbero essere già i colleghi a presidiare”, domandò Quadrini dirigendosi verso il condominio in cui risiedeva Antonio.
“Preferisco prima passare dal bar sotto casa della vittima”, replicò Crema indicando quelle due vetrine a pochi metri da loro, su cui campeggiava un’insegna opaca formata da sette lettere: Minibar.
“Devi fare colazione?”.
“No, no, voglio parlare con chi lo gestisce. È in una posizione ideale per conoscere vita, morte e miracoli del nostro uomo”.
L’ispettore annuì. Sapeva che il suo superiore difficilmente sbagliava quando si trattava di fiutare la pista giusta.
I due poliziotti, un minuto dopo, entrarono in uno di quei piccoli bar, a gestione famigliare, che sopravvivono, nonostante la crisi, aggrappandosi ai caffè serviti a un gruppo di fedelissimi. Al suo interno c’erano tre tavolini dal design antico, otto sedie semisfondate e tanta polvere.
Un esile uomo li accolse dall’altra parte del bancone.
Non ha una faccia felice nonostante sia magro, meno male... pensò, ma non disse il commissario mentre si avvicinava all’obiettivo.
“Ditemi pure”.
Sergio sguainò il tesserino e un attimo dopo iniziò a parlare per raccontare allo smilzo, ancora all’oscuro di tutto, cos’era accaduto la sera prima.
“Non ci posso credere. Ho visto un po’ di movimento là sotto, ma non pensavo a qualcosa di così grosso”.
“Lei lo conosceva?”, domandò, retoricamente, Sergio.
“Certo, veniva spesso. Non che fosse un gran cliente, ma lo vedevo praticamente tutti i giorni”.
“Cosa sa di lui?”, intervenne Quadrini.
“Del taccagno, di Antonio non...”, il barista si corresse, ma fu troppo tardi.
“Perché l’ha chiamato così?”.
“Scusate ma mi è scappato. È il soprannome che gli hanno appioppato gli altri clienti”.
“Braccino corto?”, s’intromise nuovamente Marco.
“Sì, esatto. Mai che abbia preso più di un caffè o che abbia offerto lui. Sempre a scrocco. E poi riusciva a sequestrare per ore il giornale nonostante gli sguardi incazzati di chi gli stava intorno. Qualche volta sono intervenuto”.
“Diciamo che non le stava proprio simpatico, allora”.
Sergio usò quell’eufemismo anche se nella sua mente utilizzò un ti stava proprio sui coglioni che, fortunatamente, non sfociò in parole.
“Alla fine ad Antonio mi ero affezionato. Capisco anche che solo con una pensione di invalidità non è facile sopravvivere. Speriamo che adesso con il reddito di cittadinanza...”.
Sergio ignorò quell’ultima affermazione. Sapeva che lui e Marco la pensavano in maniera opposta su quello spinoso argomento che stava dividendo l’Italia e non voleva inoltrarsi in una sterile polemica politica. Ci pensavano già i politici stessi a farlo tutti i giorni.
“Aveva amici o una compagna?”.
“Che sappia io, no. Ogni tanto veniva a trovarlo qualcuno che non conoscevo. Scambiavano qualche parola qua di fronte e poi il suo interlocutore si allontanava”.
“Ma secondo lei erano appuntamenti o incontri per caso?”.
Il commissario stava provando a costruire dei ponti con quanto accaduto la sera prima.
“Appuntamenti direi. Non ho mai approfondito, ma posso dire con certezza che non accadeva tutti i giorni”.
“Negli ultimi tempi le è parso strano?”, il commissario pose quella domanda pur sapendo che se così fosse stato sarebbe già emerso nel precedente scambio di parole.
“Non più del solito, ma adesso provo a pensarci. Se mi viene in mente qualcosa posso contattarvi?”.
“Certo”, replicò prontamente Quadrini prima di dettargli il suo numero di telefono.
I due poliziotti, dopo i saluti di rito, lasciarono quel locale inospitale e si diressero verso casa Donatiello. Erano ormai a una decina di metri di distanza da quel luogo quando la voce del barista, che li stava raggiungendo, richiamò la loro attenzione.
“Scusate, scusate, non vi ho detto una cosa”.
“La ascoltiamo”.
“Non so se può esservi d’aiuto, ma c’è una roba che ho sempre considerato strana”.
“Una roba?”, ripeté Sergio cercando di “riempire” in qualche modo quella parola.
“Sì, Antonio aveva due cellulari. Non so perché, ma per un tipo così mi è sempre sembrato anormale”.
“Le ha mai spiegato il motivo?”.
“No, ha sempre deviato il discorso parlando di piani tariffari, però mi puzzava. Magari mi sbaglio”.
Il barista innestò la retromarcia e iniziò a camminare all’indietro perché aveva lasciato il suo bar incustodito.
“Grazie dell’informazione. Tutto può risultare utile in casi come questi”, disse Crema mentre salutava con la manina lo spione.
Due cellulari ma a me risulta che ieri sera ne avesse solo uno, pensò di riflesso il commissario.
Avevano una prima traccia, non era molto, ma meglio di nulla…