Pastrengo aveva già fatto portare sul tavolo dei biscotti e delle caraffe di porcellana di tè, segno che per lui quell’incontro meritava ogni accortezza. Del fatto che fosse di Torino non c’erano dubbi: l’accento cantilenante con le vocali allungate era tipico dei sabaudi, e ogni due parole in italiano ne seguiva una in francese. “Bene signora Cuomo, o dovrei dire Giuffrè?” Aveva preso informazioni su di lei e questo includeva anche gli scandali. Rosa non si scompose, lo guardò negli occhi senza abbassarli, in fondo la teatralità napoletana l’aveva innata. “Chiamatemi come desiderate, non posso essere accusata degli sbagli della mia famiglia.” Si lasciò versare il tè bollente e aggiunse: “Comunque il mio cognome è Cuomo”. Pastrengo sembrò non accusare il colpo, anzi volle metterla anco

