Capitolo 1-3

1673 Parole
«Mi dispiace. Sono stato a giocare con gli altri...» «Dove sei stato di preciso?» «Qui intorno... Poi abbiamo sentito la sirena. Ci siamo accorti che era tardi...» «Tuo padre è in cucina. Sai che non avremmo mai mangiato da soli, senza te e tuo fratello.» «Isaac è già rientrato?» Sua madre scosse il capo. Si alzò stirandosi il grembiule che portava sui pantaloni larghi da casa; i capelli completamente bianchi brillarono alla luce della lampadina. Aveva trentatré anni e sembrava ancora abbastanza giovane per una Imperfetta. Diversamente dalle altre donne sue coetanee, non era così facile credere che le restassero solo altri dieci anni da vivere. Gli occhi piccoli ed espressivi, color nocciola e contornati da un reticolo sottilissimo di rughe, si fissarono a lungo in quelli di suo figlio, come a volergli leggere nel pensiero. Si inginocchiò di fronte e lui e gli pose una mano sulla spalla. Azaria pregò di non mettersi a piangere, non in quel momento. «Isaac non è tornato. Tuo padre teme che si stia perdendo.» Si fermò, lasciando che il significato sottinteso in quell’ultima parola aleggiasse nella stanza intorno a loro. «Ma ritornerà, mamma. Non mi ha detto addio...» «Certo che ritornerà. Temiamo solo per lui. E per te.» «Io non scapperò mai.» «Dove sei stato, Aza?» ripeté sua madre. Abbassò lo sguardo, per esaminargli i vestiti. Il ragazzino fu conscio per la prima volta di essere sporco di sabbia e di chissà quali rifiuti toccati nella Discarica. Doveva puzzare da far schifo. Ma non poteva, non voleva ammettere la verità; almeno non esplicitamente. «Alla Barriera» mentì, sperando che la donna non indagasse oltre. «È un posto vietato a un ragazzino della tua età... D’accordo. Se non vuoi dirmi dove sei stato di preciso, almeno va a lavarti e presentati a tavola ben pulito. Mangeremo allora. Va’.» Rachele si alzò, gli sorrise appena e si fece da parte. Azaria avrebbe voluto ringraziarla per aver rispettato il suo segreto, ma si rese conto che se avesse aperto la bocca sarebbe scoppiato in lacrime per l’ennesima volta. Non voleva essere compatito, voleva soltanto dimenticare. Signore Iddio, fa’ che Micah non sia morto. Suo padre era chino di fronte al piatto vuoto, apparentemente in attesa che anche il suo ultimogenito si sedesse a tavola di fronte a lui. Portava la sciarpa avvolta intorno al collo, anche se in casa non ce n’era alcun bisogno. Azaria sapeva che era molto malato. Faceva il Rappezzatore, cioè riparava le crepe o le spaccature della Tenda, e quella non era esattamente la migliore delle professioni dal punto di vista della salute. Durante le emergenze, infatti, una falla nella Tenda doveva essere riparata subito, prima dell’arrivo dell’Errante, e a volte parte del veleno era inspirata proprio dai lavoratori che, in cima a impalcature altissime, rischiavano la vita per proteggere quella dei loro concittadini. Il signor Abram Klauss, in un certo senso, era un eroe, eppure il suo aspetto gracile e malaticcio ricordava più ad Aza uno di quei Nomadi curvi sul loro bastone, in cerca di qualche oggetto di baratto in mezzo alla Discarica. Gli si strinse il cuore a vederlo così cupo davanti a lui, con l’eterna tosse che gli scuoteva il petto ogni due o tre minuti. Era una tosse interna, che gli sollevava il torace e spariva in fondo ai polmoni, non lasciandogli neppure il tempo di sfogarla dalla bocca. Suo padre aveva da poco superato i trentasette anni. Presto l’avrebbe perso. «Siedi, Azaria» gli disse sollevando il mento e fissandolo con lo sguardo severo. Sembrava anche stanco, come provato dalla lunga attesa. «Mi dispiace...» cominciò suo figlio, cercando di ricordarsi il discorso di scuse che aveva provato in bagno di fronte allo specchio. «Non serve scusarsi. Tua madre mi ha già spiegato tutto.» Fece una pausa, tossì in silenzio, poi riprese: «Sei stato alla Barriera della cittadella». Per un attimo Azaria fu preso dal panico. Che avrebbe risposto se suo padre gli avesse chiesto dettagli al riguardo? Lui alla Barriera c’era stato soltanto una o due volte e non aveva neppure fatto attenzione alle principali caratteristiche del muro di vetro. «Mi ci hanno portato gli altri. Soltanto per poco.» «Non devi nasconderti dietro gli altri, Azaria. Ciascuno è responsabile delle proprie azioni. Se ti sei recato alla Barriera dopo scuola, è per un solo motivo.» «Io volevo... volevo vederne almeno uno» disse trattenendo il fiato. Era vero: aveva sempre voluto vedere un Perfetto. Erano creature quasi divine per lui, nonostante in chiesa dicessero che divini erano solo gli angeli di Dio, e loro non si potevano vedere. Suo padre scosse il capo, apparentemente comprensivo. «I Perfetti non vanno spiati. Né ammirati, Aza. Ci sono e basta. Fa parte della natura del mondo e noi dobbiamo accettarla senza lasciarci prendere dall’insoddisfazione o dall’invidia.» «Certo, papà.» Non gli pareva vero di cavarsela così a buon mercato. «Di certo tuo fratello Isaac ti avrà messo in testa queste idee.» «No, papà. Isaac non c’entra niente! Te lo giuro. C’eravamo solo io e i miei amici alla Barriera. Loro... cioè, noi volevamo dare soltanto un’occhiata. Non abbiamo visto nulla, però.» Suo padre lo guardò, tossì ancora, riprese a fissare il piatto. Era già passata da un pezzo l’ora di andare a letto per lui, e quella breve discussione l’aveva già stremato. «Sai che i Verdi possono arrestare quelli che curiosano senza motivo intorno alle mura di vetro? Anche i ragazzini.» Azaria sussultò. I Verdi erano le guardie della cittadella, una sorta di corpo militare che aveva il compito di difendere i Perfetti da qualsiasi tipo di contaminazione con l’ambiente esterno. Lui non ne aveva neppure mai visto uno. Se solo suo padre avesse saputo della sua orribile esperienza con quel Rosso, invece... «Non ci andrò mai più, papà. Promesso.» «Voglio sperarlo. Ti piacerà ascoltare quello che avrà da dire l’Anziano al riguardo.» «So quello che dice l’Anziano, papà. L’ho ascoltato mille volte.» «Non abbastanza, a quanto pare. Presto parlerà di nuovo alla nostra assemblea...» «Ma papà...» «Azaria...» l’ammonì sua madre, intervenendo per la prima volta. Il ragazzino preferì lasciare che finalmente venisse servita la cena, quella sorta di brodo acquoso di verdure che mangiavano almeno tre volte alla settimana. La verità era che l’Anziano lo spaventava almeno quanto lo annoiava; alcuni dicevano che ormai fosse arrivato alla veneranda età di sessant’anni, e questo bastava a mettere i brividi a qualsiasi bambino della sua età. Dal lettino di camera sua sentì parlare i genitori ancora per una mezz’ora, mentre la mamma lavava le stoviglie. Era normale che fossero preoccupati, perché Isaac non era ancora tornato a casa. Era tuttavia già successo che fossero andati a letto senza aspettarlo. Sua madre diceva che sceglievano di essere più comprensivi con lui perché era all’ultimo anno della scuola di specializzazione, e presto sarebbe stato qualificato come Servitore alla cittadella. Avrebbe vissuto nella roccaforte degli immortali, il che era un privilegio indiscusso per qualsiasi famiglia Imperfetta. «Gli incidenti alla Tenda sono aumentati di almeno il doppio negli ultimi due mesi» stava dicendo suo padre. «Il governatore ha scelto di nominare altri Rappezzatori, ma di questo passo non sappiamo se riusciremo a mantenere il ritmo.» La voce di sua madre era più acuta e udibile, ma spezzata per l’agitazione. «Credi che siano loro?». «Chi altri?» «Non può essere, Abram. Sono stati sconfitti più di cinquant’anni fa. Lo dice l’Anziano. C’è stata solo pace a New Harmony prima d’ora.» «E miseria, Rachele. E morte. Forse gli Imperfetti sono stufi. Forse quelle manifestazioni per l’inquinamento dell’acqua sono solo l’inizio.» «Allora... magari il governatore potrebbe...» continuò Rachele Klauss abbassando la voce. «... liberalizzare il siero. Potrebbe pagare chi vuole e...» «Sta’ zitta. Non voglio sentir parlare di queste cose qui dentro, lo sai. Isaac potrebbe essersi lasciato influenzare... Non potremmo far niente per lui, in tal caso.» Sua madre quasi gridò, disperata: «Isaac non è un Invidioso. Dovresti avere più fiducia in lui! Non ci farebbe mai questo!». Azaria si rannicchiò sotto le coperte e pregò perché spegnessero la luce al più presto. Quella parola, “Invidioso”, aveva un suono così viscido e malvagio da restargli impressa dentro per il resto della vita. Sentì suo fratello rientrare nel cuore della notte, nell’appartamento ormai completamente buio e silenzioso. Azaria però riusciva sempre a svegliarsi quando Isaac tornava a casa. Si fece trovare alzato e con un gran sorriso di benvenuto, in piedi davanti alla finestra. Isaac gli puntò contro la torcia portatile, facendogli stringere le palpebre. «Ma tu non dormi mai, Zaza? Guarda che poi domani a scuola sarà dura.» «Non chiamarmi più Zaza, capito?» esclamò il fratello minore, mentre l’altro gli scompigliava i capelli con le dita. Quello era il nomignolo che Isaac gli aveva affibbiato tanti anni prima, quando ancora Azaria faticava a pronunciare il proprio nome; ormai era cresciuto, e non avrebbe più voluto essere paragonato al lattante balbuziente di un tempo. «Sst! Non urlare o svegli tutta la casa.» Isaac aveva addosso un odore buonissimo, come di erbe aromatiche. Era pulitissimo e i denti gli splendevano perfino all’ombra. Di sicuro non veniva dalla Discarica. «Dove sei stato?» gli chiese Azaria al colmo dell’eccitazione, completamente dimentico della sua stessa avventura. «Non te lo dico, è troppo tardi e tu domani hai scuola.» «O me lo dici o io urlo» rispose il piccolo incrociando le braccia. Tanto sapeva che il fratellone gli avrebbe raccontato tutto. Lo faceva sempre, più o meno tralasciando i dettagli che considerava superflui. «E va bene. Alla Barriera.» «Alla Barriera o alla cittadella?» «Vuoi sapere tutto, eh?» «Sì, e anche della tua innamorata.» «Non sono cose che interessano a un bambino.» Isaac sorrise, poi si lasciò cadere sul letto e incrociò le braccia dietro la nuca. Azaria ebbe paura che si addormentasse. «Dai! Almeno fammi rivedere la sua fotografia! Solo una volta.» L’altro emise un rumore sordo, come se russasse. «Ti prego!» «Okay, ma attento a non sgualcirla. È un esemplare unico!» Estrasse qualcosa da una tasca nascosta all’interno del suo gilè e gli passò una specie di cartolina ingiallita dal tempo, ma a colori. Era solo una fotografia, e ritraeva uno dei visi più belli che Azaria avesse mai visto. Lei aveva grandi occhi azzurri, morbidi capelli nocciola e un sorriso che faceva sognare. C’era una firma a grandi lettere nell’angolo in fondo a destra, e l’autografo diceva: “Lara Gray”. «Io dico che la tua fidanzata è una Perfetta. Perché non vuoi dirmelo? Loro sono così?» chiese Aza, continuando a fissare la foto. Isaac represse una risata, poi continuò a voce ancora più bassa: «Che vuoi saperne tu, di Perfetti? Lei è solo una creatura speciale. E poi non è la mia fidanzata. Non ancora». Si girò dall’altra parte, contro il muro, e di lì a poco cominciò a russare davvero. Non gli aveva neppure richiesto la foto. Azaria la mise sul comodino dove Isaac teneva le sue cose, e si infilò di nuovo sotto le lenzuola. Sapeva già che quella notte avrebbe sognato di Perfetti, di elisir dell’immortalità e di bambini smarriti nel deserto.
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