Capitolo 2
Si svegliò con l’impressione che un terremoto stesse per mandar giù il caseggiato insieme a tutti i suoi familiari. Il letto traballava, e lui sentiva una fitta al braccio che sporgeva fuori dalle lenzuola. Proprio adesso che stava per raggiungere l’angelo castano, quello con gli occhi color del cielo che gli aveva mostrato suo fratello in foto.
«Alzati subito, Azaria! Si va a scuola, forza!»
Non gli piaceva quel tono. Non era sua madre che lo scuoteva dolcemente come ogni mattina e poi gli preparava la sua solita tazza d’orzo prima dell’autobus. Era la voce di suo padre: sembrava arrabbiato. Di che? Non aveva fatto nulla che andava contro le poche, rigide regole familiari. O forse sì. Forse aveva soltanto sognato qualcosa di brutto.
«Azaria!» richiamò imperioso il suo papà.
«Soltanto un altro po’...»
«Hanno telefonato da scuola. Dobbiamo essere tra mezz’ora nell’ufficio del vicedirettore. Alzati immediatamente.»
Il ragazzino aprì gli occhi, sperando ancora di trovarsi nel mezzo di un’emergenza tellurica, e non coinvolto in un guaio di dimensioni colossali di cui cominciava a ricordare i particolari. Deserto, elisir, Micah.
Signore Iddio, fa’ che Micah non sia morto.
Quando suo figlio ebbe aperto gli occhi, e fu sicuro che non li avrebbe richiusi, il signor Klauss lasciò la stanza evitando di accostare la porta. Aza lo sentì conversare con sua madre a bassa voce. Poi Isaac comparve sulla soglia della camera, già pronto per uscire. Aveva giacca blu e pantaloni abbinati, un vestito tutto sommato elegante che avrebbe donato particolarmente al suo fisico magro e atletico, se non fosse stato per il papillon rosso a pois che rovinava completamente l’effetto dell’insieme. Ma quel particolare era soltanto un memento della futura condizione di Servitore, per gli allievi alla cittadella. Si sapeva che il loro abbigliamento doveva essere il più eccentrico possibile, per divertire i Perfetti eternamente annoiati.
«Allora, cosa abbiamo combinato, Zaza?»
Ebbe il buon gusto di non rispondere. Temeva che se avesse raccontato un solo particolare dell’avventura del giorno prima, avrebbe perso anche l’ultima speranza che si trattasse soltanto di un incubo terribile.
«Vedrai che non sarà niente di grave. Altrimenti sarebbe venuto direttamente un Bianco a bussare alla porta di casa. La scuola ha preferito telefonare.»
Ringraziando il cielo, non sembravano esserci altri dettagli. Anche Azaria fu lieto di aver risparmiato alla sua famiglia lo shock di trovarsi in casa una guardia cittadina, una di quelle in divisa bianca, per arrestarlo.
«Senti, ma non è mica un reato uscire fuori dalla Tenda, no?» si azzardò a chiedere mentre si infilava frettolosamente i pantaloni di scuola.
Isaac portò l’indice alle labbra e finse di pensarci su. «Dipende. Perché ci saresti andato?».
«Giocavamo... nella Discarica.»
Isaac sollevò un sopracciglio, poi si esibì in una smorfia di delusione. «Tutto qui? Giocavate nell’immondizia? Avresti dovuto farti una doccia di disinfettante, allora.»
Aza gli lanciò la sciarpa. «Mi sono lavato, ieri sera! Prima che tu arrivassi.»
Non ebbero il tempo di completare la schermaglia. La signora Rachele Klauss chiamò suo figlio dal corridoio, avvertendolo di lavarsi la faccia prima di uscire. Gli aveva anche preparato una focaccia di segale per colazione, che avrebbe mangiato direttamente in autobus. Aza incontrò il suo sguardo entrando in cucina. Non sembrava particolarmente spaventata, solo preoccupata.
«Prenditi cura di te» gli disse porgendogli il fagotto con la focaccia ancora calda. Poi si avvicinò per dargli un bacio. «E ricordati di dire la verità, qualsiasi cosa accada. Probabilmente loro sono già al corrente di tutto.»
Il tono convinto di sua madre spaventò ancora di più Azaria, che si chiese chi fossero “loro”. Forse i Bianchi? O i Rossi? O il direttore e il suo sottoposto? Forse tutti quanti. E poi come poteva raccontarla la verità, se non la conosceva? Non sapeva che ne era stato di Micah e neppure se in quella fiala ci fosse davvero stato il siero dell’immortalità. Micah e Joshua potevano aver solo mentito, per quel che ne sapeva.
Aspettò l’autobus con suo padre a un paio di isolati da casa, sulla via principale. Non aveva mai preso i mezzi a quell’ora: dovevano da poco essere passate le sette e il sole neppure si vedeva dietro gli edifici, oltre la Tenda. Gli impianti di areazione non erano ancora entrati in funzione e Aza sentiva l’aria stagnante della notte che gli attaccava il colletto della camicia alla nuca. Suo padre taceva: da quando l’aveva svegliato tirandolo quasi giù dal letto, non gli aveva più rivolto la parola.
«Sai di cosa dobbiamo parlare, papà?» gli chiese timidamente, facendo il vago.
«Di quello che è successo ieri, immagino. Mi stupisco che tu me lo chieda.»
Ma cosa era successo di preciso il giorno prima? Era vero quello che gli aveva confidato sua madre, e cioè che forse a scuola erano già al corrente di tutto? Scelse di aspettare e di mantenere il riserbo anche col suo genitore. Più di ogni altra cosa voleva sapere quello che era successo al suo compagno di classe. Magari era all’ospedale e i genitori avevano chiesto di punire tutti i responsabili dell’uscita. Doveva essere così; ci sarebbe stata qualche sospensione, o forse soltanto una lavata di capo. Ad ogni modo, lui non avrebbe più messo piede fuori dalla città, per tutta la vita.
L’autobus era quasi vuoto, con il motto della città bene in evidenza sulla fiancata: armonia e perfezione. Si voleva così sottolineare che il mezzo era una gentile concessione dei Perfetti della cittadella ai comuni mortali di New Harmony. Seguirono il solito tragitto fino alla scuola frequentata da Azaria. Il breve vialetto che portava all’edificio grigio, o forse sbiadito da una precedente ma imprecisata tinteggiatura, era costeggiato da esemplari decrepiti di vegetali sotto una cupola di plexiglass protettivo. C’era qualche cespuglio rinsecchito di rovi, un albero forse già morto e un esemplare di angiosperme che non avrebbe mai dato alcun fiore. Azaria precedette suo padre fino all’ingresso presidiato da uno dei tutori, che gli fece segno di seguirlo all’interno. Nell’atrio trovò anche Malachi con suo padre. I due si corsero incontro, come se non si vedessero da anni. Fecero in modo di isolarsi dagli adulti, il tempo di bisbigliarsi alcune informazioni cruciali.
«Ci hanno scoperti» disse il suo compagno di banco, con una patetica espressione da funerale.
«E di Micah? Ne sai qualcosa?»
Malachi scosse il capo, senza schiudere le labbra. Nei suoi occhi lucidi Azaria lesse qualcosa che lo fece rabbrividire. Il tutore li richiamò prima che avesse il coraggio di fare la domanda che più gli stava a cuore. Nel corridoio del settore amministrativo, prima di raggiungere la porta dell’ufficio del vicedirettore, incrociarono un altro ragazzo, poco più alto di loro, in compagnia di sua madre. Era una donna dai capelli candidi e con la pelle completamente avvizzita. Salutò i loro padri con un gesto del capo chino; gli occhi erano pieni di lacrime e sembrava sforzarsi per non scoppiare in singhiozzi. Ad Azaria sembrò che avesse già raggiunto i quarant’anni. In compenso, suo figlio camminava con lo sguardo fisso di fronte a sé, rigido e impettito.
Non guardava nessuno in particolare, ma quando fu all’altezza degli altri ragazzi sibilò rivolto a loro qualcosa che si impresse nella mente di Aza come un marchio a fuoco: «Bruciate all’inferno. Spie».
«Joseph» sussurrò Malachi a voce appena udibile. L’altro si voltò un solo istante a seguire l’uscita del ragazzo che, confidandosi con Micah, aveva dato inizio alla loro folle avventura in Discarica.
Spinti da Abram Klauss e dal padre di Malachi, i due amici entrarono nel piccolo ufficio dove li aspettava il vicedirettore del complesso didattico, in compagnia di altre sei persone. Joshua e Eli li fissarono con uno sguardo terrorizzato: il secondo era già in lacrime, e si rigirava il fazzoletto tra le mani, mentre la donna anziana che doveva essere sua madre gli passava una mano sulle spalle. Il vicedirettore, un uomo alto dall’aspetto giovanile nonostante i capelli bianchi pettinati all’indietro in modo da mostrare la stempiatura, li accolse con un sorriso raggiante. «E così ci siamo tutti, finalmente. Prego, accomodatevi. Azaria Klauss e Malachi Lavoie, suppongo.»
Annuirono un po’ tutti. Nell’angolo a destra, Aza notò appena altri due adulti, un uomo e una donna, dall’espressione sconvolta e il volto rigato di lacrime. L’atmosfera della stanza strideva in pieno coi modi affabili e impeccabili del vicedirettore. Quest’ultimo strinse le mani agli ultimi arrivati, si schiarì la gola e sistemò sulla radice del naso gli occhiali dalla montatura d’oro. Era risaputo anche tra gli alunni che il signor Nicholas Turner stava per essere nominato direttore e aveva buone possibilità di accedere ai vertici della rappresentanza accademica della città per quel che riguardava l’istruzione giovanile. Questo avrebbe significato la concessione del trattamento al Cryostamen ad honorem, e Turner stesso non esitava a gloriarsene con amici e colleghi. In quegli ultimi giorni si faceva vedere in giro per la scuola felice come una pasqua; Azaria sperò che il suo stato emotivo lo influenzasse nella decisione da prendere in merito ai quattro “fuoriusciti” del giorno prima.
«Dunque» esordì quando furono tutti comodi, «siamo qui innanzitutto per dare una spiegazione ai signori Russell, genitori di Micah Russell, riguardo alla tragica sorte del loro figliolo. Una spiegazione che sia la più completa possibile e accerti la completa estraneità dei nostri allievi riguardo a questo evento così... angoscioso.»
Soddisfatto di aver trovato l’aggettivo giusto, Turner tacque e cominciò a scrutare una per una le sue giovani vittime. Azaria si sentì gelare il sangue nelle vene. Micah non ce l’aveva fatta; i suoi genitori erano lì a pochi metri, sconvolti dal dolore, e lui nascondeva una parte di quella verità che tutti ormai si aspettavano che rivelasse. Doveva confessare di aver mentito a suo padre, di aver peccato di invidia nei confronti dei Perfetti, di aver lasciato morire un compagno ferito per la fretta di raggiungere la Tenda?
Apparentemente Joshua ed Eli avevano già esposto la loro versione dei fatti, perché il vicedirettore lasciò agli altri due ragazzi il racconto di quel che avevano vissuto meno di dodici ore prima. Poco a poco, Aza uscì dall’illusione che si fosse trattato tutto di un brutto sogno, e cominciò a rivivere tutte le emozioni, le incertezze, l’ansia provata alla scoperta del vero obbiettivo della missione a cui li aveva costretti lo stesso Micah.
«Conferma, Azaria Klauss, che Micah aveva conosciuto la presunta locazione della provetta dall’allievo Joseph Morales?» chiese Turner, sempre affabile.
«È quello che ho sentito da lui, signore.»
«E che l’allievo Joseph Morales aveva volutamente cercato di mettere in pericolo i suoi compagni di scuola per ripicca, pur sapendo dell’inesistenza del supposto tesoro?»
Azaria scambiò un’occhiata nervosa con Malachi. Che significava “inesistenza del supposto tesoro”? Lui la fiala l’aveva vista eccome. Micah l’aveva tenuta stretta tra le dita fino all’ultimo minuto... Provò compassione per il ragazzo fiero e perduto che avevano incrociato in corridoio, per la sua mamma che pareva in procinto di crollare sotto il peso di quelle accuse infamanti. Joseph era il fratello di Ismael Morales, che era scappato di casa qualche mese prima, apparentemente per dedicarsi ad attività di sabotaggio contro la cittadella.
«No. Joseph non aveva ingannato nessuno» disse, cercando di precisare la sua posizione. «Micah ci disse di avergli parlato, ma non era sua intenzione metterci in trappola...»
«Piccolo bugiardo!» La voce era giunta dalla sua destra. Il padre di Micah lo fissava con uno sguardo carico di puro odio.
«Mio figlio non sta mentendo. Evidentemente ci sono due versioni della stessa vicenda» s’interpose il signor Klauss. Poi invitò Aza a proseguire.
«La fiala... l’abbiamo trovata realmente. E Micah aveva intenzione di tenerla per sé... cioè, per noi. Senza farne parola neppure a Joseph.»
«Una fiala, eh?» ripeté il vicedirettore, scettico. Del sorriso aveva conservato solo un’ombra, più che evidente agli angoli delle labbra. «E lei, Azaria Klauss, ritiene che Joseph fosse stato escluso da Micah Russell in merito al... diciamo, furto della provetta di Cryostamen?»
«Non credo Joseph sapesse che noi saremmo usciti dalla Tenda, signore» precisò ancora Azaria, voltandosi verso suo padre in cerca di approvazione. Ecco, aveva detto la verità, almeno quello che lui credeva fosse stato l’esatto corso degli eventi.
«Foster?» continuò il vicedirettore.
Joshua si schiarì la voce, evitando di incrociare lo sguardo degli altri: «Micah mi aveva detto che Joseph agiva per conto degli... Invidiosi. Come suo fratello. E aveva minacciato Micah, ordinandogli di prendere la fiala».
Azaria puntò i piedi sotto la sedia, per impedirsi di saltargli addosso. «Non è vero! Lo sai bene anche tu che Micah aveva tenuto Joseph all’oscuro!»
Il suo amico sembrava determinato a non incontrare il suo sguardo. «A me aveva detto un’altra cosa.»
«Papà, è una bugia!» supplicò Azaria.
Anche il padre di Micah stava urlando qualcosa, a quel punto, ma Nicholas Turner riportò la calma con un gesto conciliante delle mani. «Signori, vi prego. Evidentemente ci sono stati dei fraintendimenti, e io per primo credo che questi poveri ragazzi siano già stati fin troppo spaventati dalla brutta esperienza di ieri.» Li guardò attentamente uno dopo l’altro, e Aza ebbe l’impressione che su di lui gli occhiali d’oro del vicedirettore si soffermassero per qualche secondo di troppo. «Inoltre, mi sembra che sia assolutamente inutile lasciarsi andare ad accuse che potrebbero sollevare un polverone inutile. La fiala di cui parlava Morales potrebbe essersi rivelata un’esca da ragazzini, un pretesto per qualche avventura illecita tra le Rovine. A chi sarebbe venuto in mente che il prezioso Cryostamen potesse trovarsi in mezzo a un sacco di rifiuti? E chi ce l’avrebbe portato? I Nomadi? Andiamo!»