340 giorni dopo, venerdì 21 marzo 2070 nube di Oort:
La vasca di ibernazione si aprì.
L'aria al suo interno era fredda, quasi gelata e allo spalancarsi del portello Anzor fu investito da un flusso d'aria più calda proveniente dall'esterno.
Per un attimo si sentì come bruciare la pelle, poi la sensazione di calore cominciò a farsi quasi piacevole.
Aprì lentamente gli occhi che erano pesanti e gli facevano male come se non li avesse usati per un lungo periodo, ma con un po' di sforzo, dopo qualche secondo, cominciarono a focalizzare gli oggetti.
L'uomo scosse ripetutamente la testa per cercare di prendere conoscenza più velocemente possibile e cancellare i segni del torpore che lo dominava.
Si sporse lentamente dall'interno della sua vasca e guardò la stanza nella quale si trovava.
Notò che anche le altre vasche di ibernazione si erano aperte e già vedeva uscire, dal loro interno, alcuni degli altri componenti dell'equipaggio.
Nbisi fu subito estremamente eccitato da quella sensazione, così volteggiava all'interno della stanza indaffarato tra il manovrare la sua tuta magnetica ed impartire ordini al computer.
Sembrava come fosse andato a dormire il giorno prima, invece che essere congelato da pressappoco un anno.
Tony Ciarallo commentò quella bizzarra situazione nella quale i componenti dell'equipaggio svolazzavano in assenza di gravità, nella sezione infermeria della nave, con addosso solo le loro mutande.
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Il medico di bordo, che non era presente alla riunione della CEM su Moon City, era un robot, un modello molto avanzato, anche se non antropomorfo, denominato MD 12 , ma che veniva chiamato molto umanamente Fred.
Fred stava già visitando i membri dell'equipaggio per assicurarsi che nessuno avesse subito danni da ibernazione, e distribuiva agli stessi i loro abiti magnetici.
> parlò Nbisi con tono autoritario.
Tony indossò il suo cappellino portafortuna all'incontrario com'era solito fare, mentre Sania colse l'occasione di fare qualche distensione.
Anzor osservò la donna con fisico atletico, muscolatura ben delineata e disegnata, volteggiare in mutandine bianche e cannoniera bianca, la quale metteva in mostra i seni generosi, sotto una leggera lingerie di pizzo bianco.
Anzor scosse la testa a quella visone, cercando di destarsi dal suo torpore.
Il dottor Smizak, sembrava decisamente imbarazzato dalla situazione.
I membri dell'equipaggio, che erano in tutto otto, medico robotico compreso, si prepararono in fretta e raggiunsero la sala riunioni.
Il loro trasporto era veloce e ben armato; adatto a sopportare lunghi viaggi nello spazio.
Il computer aveva pilotato automaticamente durante tutto il viaggio, che era durato in tutto 340 giorni, e in quel momento si trovavano solo a due giorni dal punto in cui l'astronave Octopode era alla deriva.
I mercenari si trovavano in viaggio in piena nube Oort, l'enorme fascia di asteroidi e comete che circonda il sistema solare e si estende per oltre un anno luce, e che rappresenta il vero confine che separa il nostro piccolo angolo di universo dagli immensi spazi interstellari.
Questa zona del sistema solare era stata scarsamente visitata sia per la considerevole distanza dalla Terra, sia per lo scarso interesse che i miliardi di piccoli corpi celesti rappresentano ai fini commerciali, anche se negli ultimi anni molte corporazioni hanno inviato una moltitudine di sonde nella previsione di un futuro sfruttamento minerario dell'area.
Nella loro missione i mercenari si trovavano comunque praticamente in mezzo al niente; nessuno li avrebbe soccorsi in tempo, così lontani da casa come si trovavano.
Il pilota della missione Bruce Wynalda stava mettendo qualcosa sotto i denti quando Nbisi cominciò ad esaminare gli ultimi dati di missione.
I membri dell'equipaggio commentavano insieme le immagini olografiche seduti al tavolino della sala riunioni.
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Le immagini della nave octopode erano chiarissime; era lunga come una astronave da crociera turistica CEM solo che molto più massiccia e dalla forma scura ed inquietante.
La forma ricordava quella di un polipo o di una medusa.
Aveva otto grandi protuberanze posteriori, nelle quali erano perfettamente integrate allo scafo le immense gondole per la propulsione antimateria.
Lo stesso scafo era liscio ed affusolato, privo di qualunque struttura esterna visibile e molto diverso dalle navi umane sulla cui struttura si poteva scorgere diversi elementi come i cannoni laser, i portelloni di uscita, i condotti per i missili antimateria, e le molte parti in rotazione continua per creare la gravità artificiale.
L'astronave octopode non ne aveva. Eccetto una struttura assomigliante ad un ombrello sulla sommità anteriore il cui scopo rimane ancora sconosciuto.
Gli scienziati pensavano che fosse un sistema molto avanzato di navigazione o che possa servire a creare le worm hole, i buchi spaziali, che gli consentirebbero di coprire grandi distanze nello spazio in tempi rapidissimi.
> disse Nbisi mentre interagiva con i dati e con la proiezione olografica.
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> esclamò Schizzo che fissava la proiezione olografica con sguardo ebete e mangiava avidamente dei tramezzini.
> commentò Bruce Wynalda il pilota della missione.
>commentò Sania Ivankovic, l'esperta di armi ed esplosivi >
Tim Howard, l'esperto di informatica e sistemi della CEM decise di prendere la parola poiché anche lui aveva qualcosa da dire.
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Anzor si stava lentamente riprendendo dalla lunga ibernazione, sorseggiava una tazza di caffè, quando finalmente accennò ad un analisi tattica.
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Schizzo a quella proposta di sterminio facile e veloce, saltò in piedi e tutto eccitato e urlò.
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aggiunse Sania con espressione estremamente soddisfatta.
Il dottor Filip Smizak se ne stava in disparte ascoltando la conversazione, senza accennare al minimo intervento ma all'udire quelle parole perse la freddezza che lo caratterizzava e ebbe una violenta reazione e urlò.
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Tutti gli altri membri dell'equipaggio interruppero la loro conversazione e fissarono lo scienziato stupiti per via dell'inaspettata reazione.
Il professore prese un profondo respiro cercando di calmarsi e di ritornare nei ranghi; poi continuò il suo discorso.
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Sania fissò lo scienziato con evidente disappunto e commentò sarcastica.
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Nbisi vedendo l'animarsi della discussione intervenne anche perché era lui il comandante esecutivo della missione e gli spettava gestire la sua squadra.
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Tim Howard intervenne con una considerazione piuttosto interessante.
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La considerazione poneva ulteriori dubbi sulla missione.
Gli Octopodi, infatti, al loro primo incontro con l'umanità, su Marte, non si presentati soli, ma furono accompagnati da un'altra specie aliena, i Gavian.
Le creature si erano presentate all'incontro con addosso una sola tuta e un particolare respiratore sul volto e potevano resistere tranquillamente all'ambiente esterno a differenza dei loro compagni Octopodi che non potevano assolutamente fare a meno delle loro grandi vasche di contenimento.
Il Gavian era un essere disgustoso assomigliante ad una grossa lucertola alta quasi un metro e mezzo, con una squamosa pelle verde e grandi occhi gialli.
Per via del loro aspetto furono battezzati negli ambienti mercenari con il nome volgare di iguane.
Di loro si sa pochissimo, ancora meno che dei loro compagni Octopodi, ma si ritiene che respirino aria e che siano adatti a vivere sia in ambiente terrestre che acquatico come alcune creature anfibie terrestri.
E' assolutamente sconosciuto quale sia il rapporto tra Gavian e Octopodi.
Forse i primi erano schiavi degli ultimi, oppure avevano unito gli sforzi e le due razze collaboravano insieme per la conquista delle stelle.
Qualcuno arrivò persino a supporre che le iguana fossero organismi anfibi geneticamente modificati dagli Octpodi per fargli acquisire un certo grado di intelligenza in modo che potessero servirli negli spostamenti esterni.
Ma l'ipotesi più accreditata, soprattutto tra coloro che odiavano gli alieni, è che le iguane non fossero nient'altro che vili animali da compagnia.
Fatto sta che in quell'unico incontro, con l'umanità, presso l'Olympus Mons non dissero una sola parola e rimane una specie ancora più misteriosa dei loro accompagnatori.
Nella stanza era calato il silenzio e nessuno accennava ad un intervento dopo quest'ultima dichiarazione di Tim Howard che aveva riempito tutti di dubbi.
Il capitano Nbisi sapeva che questa missione sarebbe stata particolarmente lunga e pericolosa, ma sapeva anche che con se aveva i mercenari migliori che conoscesse e che questa sarebbe stata quasi sicuramente la sua ultima commissione.
Decise di intervenire per cercare di tenere alto il morale degli uomini.
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Nbisi si voltò e si rivolse ad Anzor che a differenza degli altri guardava fisso il pavimento dell'astronave assorto nei suoi pensieri. Al richiamo di Nbisi l'uomo si scosse e si voltò verso l'amico.
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Anzor annui con la testa e rispose.
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> rispose Nbisi che continuò a distribuire ordini.
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Sania e Tony scattarono in piedi istantaneamente e portandosi la mano alla nuca, risposero.
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Nbisi si allontanò dal tavolino della sala riunioni seguito dal pilota Bruce Wynalda, dallo scienziato Filip Smizak e dall'esperto in informatica e sistemi Tim Howard; i quali lo seguirono in sala comando.
Sania e Tony rimasero al tavolo con Anzor che stava finendo il suo caffè.
Tony parlò, e dall'eccitazione si vedeva che non aspettava altro nella vita.
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