06. Stiamo tranquilli

1990 Parole
Anzor capì al volo quello che intendeva l'amico. Moon City era un posto malfamato, ma questo non significava che quello della CEM non ci tenessero alla sicurezza. La tranquillità dei turisti era essenziale per permettere che l'avamposto facesse buono affari. Quindi era vero tutto il contrario; la sicurezza era garantita quanto più possibile. Anzor diede un rapido sguardo alla sua stanza. Incredibilmente era molto sobria. Il letto aveva lenzuola bianche e pulite; sopra di esse trovò un piccolo mazzo di fiori gialli reali, sicuramente coltivati in una delle molte serre lunari. Si sedette sul letto, liberandosi con un sospiro del suo zaino e delle sue poche cose. Prese il mazzetto di fiori e l'annusò con un profondo respiro. Trovò che avevano un odore acido e pungente, molto diverso da quello dei fiori sulla Terra. Nella stanza c'era uno strano odore di frutti di bosco che permeava l'aria e veniva anche riprodotto artificialmente il suo del fruscio delle foglie e degli uccellini. Improvvisamente una proiezione olografica fece apparire un paio di volatili che sfrecciarono nella stanza e scomparvero a contatto con il muro. > disse il mercenario a se stesso mentre annuiva soddisfatto. Egli avrebbe potuto disporre nella stanza l'ambientazione che più preferiva, ma quella non gli dispiaceva affatto. Il mercenario lavò la sua faccia in bagno, all'interno di un nebulizzatore. Sulla Luna le risorse d'acqua non erano infinite; portarle dalla Terra era costoso, quindi non andava sprecata. Anzor si accorse che era già passata mezz'ora e uscì di corsa dalla stanza. L'amico lo stava sicuramente già aspettando all'ingresso. > commentò Anzor appena incontrò il suo collega che l'attendeva all'ingresso. Nbisi se ne stava con le mani in tasca fischiettando e lanciando occhiate alle prostitute robot che percorrevano il lungo viale in cerca di clienti. Quando Anzor sopraggiunse l'amico stava fischiando dietro ad un paio di robot sintetici. I droidi adibiti alla prostituzione erano ben distinguibili dalle donne in carne ed ossa, sia per l'abbigliamento che per la presenza di difetti fisici di cui i perfetti droidi antropomorfi erano completamente sprovvisti. Nbisi alzò le mai in segno di resa. > Anzor arricciò la bocca in un ghigno malefico. L'uomo non era molto convinto di quella affermazione. I due mercenari fecero un giro in città. Moon City era per la gran parete costruita nel sottosuolo ma le strutture più importanti erano le immense cupole costruite in uno speciale metallo trasparente e resistentissimo, tali da permettere a turisti e visitatori di ammirare la Terra e il cielo stellato semplicemente alzando lo sguardo. Sotto le immense cupole trovavano posto interi quartieri del divertimento con locali, night, bar e abitazioni. I due mercenari scelsero un locale che già conoscevano per mettere qualcosa sotto i denti. Nbisi guidò l'amico verso quel luogo garantendo ottima birra e della fantastica carne grigliata. Questo luogo era il famoso "Lunar Califfo" che era gestito da un membro della Fratellanza Islamica, ed era rinomato per il suo kebab, il migliore di Moon City, come recitava la stessa insegna olografica. > disse Nbisi. Anzor annuì rincuorato da quelle parole, poi lo seguì all'interno. Il locale era molto frequentato, e i tavolini all'interno erano quasi tutti occupati. Anzor scorse lo sguardo tra i commensali, scrutando la situazione e analizzando com'era solito fare. I tavolini erano al massimo una quindicina; nel locale dominavano insegne in arabo e arredamento scarno. Il tutto era composto da toni di colore rosso e giallo, che conferiva a quel posto un aspetto da locale tra le sabbie del deserto. Nbisi allungò lo sguardo verso un tizio  con un lungo pizzetto grigio, e un berrettino rotondo alto appena una mano che gli cingeva la testa. Gli occhi erano stanchi ed incavati, di un colore nero intenso. La carnagione leggermente scura faceva capire la sua origine. I soliti impianti bionici spuntavano qua e là tra le carni; specialmente una mano era totalmente meccanizzata. Nbisi fece un segno al proprietario del locale senza però chiamarlo in maniera vistosa. L'uomo non voleva né dare nell'occhio, né interrompere il lavoro frenetico, tra boccali e consegne dell'altro. Quest'ultimo rispose con un gran sorriso e un cenno di saluto in direzione di Nbisi. Anzor capì che i due erano probabilmente in rapporti di buona amicizia e visibile complicità. I due mercenari trovarono autonomamente un piccolo e rotondo tavolino libero e si accomodarono pesantemente. Ordinarono dall'androide cameriera due kebab e un paio di birre. Il robot semi antropomorfo e munito di due grandi ruote in stile motorino terrestre, sgommò via in fretta dopo aver ricevuto l'ordinazione. Si potevano notare persone di tutti i tipi e appartenenti a tutte le corporazioni all'interno del Lunar Califfo. C'erano ebrei della corporazione ebraica, mussulmani della Fratellanza Islamica, e molti mercenari che sbraitavano e si dimenticano completamente ubriachi ai tavoli. C'era anche un folto e colorito tavolo, in fondo al locale, dove sedevano sei soldati legionari dell'Impero di Cindia. Gli uomini erano ubriachi fradici e dal chiasso che facevano sembravano un intero battaglione di soldati in addestramento. Avevano appena cominciato a tirare sul muro alcuni contenitori di birra quando il proprietario del locale, si precipitò verso di loro per cercare di calmare la situazione. > commentò Anzor osservando la scena. > Nbisi si girò per dare un occhiata alla situazione e disse. > > aggiunse Anzor con tono polemico. > > concluse Nbisi mentre sorseggiava la sua birra. Anzor a differenza dell'amico non era un grande estimatore della politica CEM e non perse occasione per polemizzare. > Mentre i due mercenari discutevano, uno dei legionari, con il quale il proprietario stava discutendo animatamente, si alzò in piedi sbraitando frasi senza senso e agitando un boccale di birra che teneva in mano così facendo così schizzare il contenuto ovunque, sui tavoli e sulle pareti. Nbisi fissò Anzor qualche secondo, poi i due, senza dire una parola, si alzarono contemporaneamente dal loro tavolo. I due mercenari si affiancarono al proprietario fissando i legionari con facce serie ed impassibili. I due, a braccia incrociate, si stavano limitando a guardare il tavolo in cagnesco, senza proferire parola. Il proprietario si accorse della loro presenza, sobbalzò e corse ai ripari. > Uno dei legionari, un ragazzino, dai lineamenti indiani, che non avrà avuto più di 18 anni commentò la scena divertito. > Mentre il tavolino scoppiò in una risata fragorosa, Anzor si era portato le mani ai capelli e scuoteva la testa disperato al pensiero di quello che quel commento avrebbe provocato di li a poco. Intanto il legionario si era alzato in piedi e scuoteva il suo contenitore di birra davanti alla faccia di Nbisi, che continuava a fissarlo senza dire niente. I legionari continuavano a ridacchiare e provocare quando ad un tratto, il mercenario afferrò con un rapido movimento il braccio del soldato, che reagì restando immobile come un sasso, con un volto a metà tra la paura e lo stupore. Ancor prima che il malcapitato potesse concepire cosa stesse gli succedendo, Nbisi strinse la presa, e in un meno di un secondo, la pressione sviluppata dal potente impianto artificiale del mercenario mandò le ossa del braccio dell'avversario in pezzi, lacerandogli al contempo anche le carni. Il giovane uomo urlò come un pazzo alla visione del suo braccio, praticamente dilaniato da cui zampillava sangue a volontà. Tutti gli altri legionari si alzarono in piedi all'istante, mentre i clienti del locale, che avevano assistito alla scena, si precipitarono fuori di corsa, come se una bomba stesse per esplodere da un momento all'altro. Un altro giovane legionario dai lineamenti asiatici, afferrò un boccale di birra e mentre cercava di spaccarlo in testa a Nbisi, si fece uscire un urlo rabbioso. > Nbisi ,prima che questo potesse portare a termine il suo attacco, lo schivò rapidamente sulla destra, cosicché il legionario che era probabilmente troppo ubriaco per portare a termine una qualunque azione, cadde rovinosamente sul pavimento. Un altro dei legionari aveva preso di mira Anzor e lo stava caricando con il pugno destro bene in vista. Anzor non si mosse fino all'ultimo secondo dall'impatto, dopodiché deviò il pugno dell'avversario con estrema semplicità utilizzando il braccio sinistro e con la mano destra gli colpi il collo appena sotto il pomo d'Adamo. Il legionario cadde immediatamente al suolo piegandosi e ansimando disperatamente a bocca aperta poiché non riusciva più a respirare. Il malcapitato aveva afferrato con entrambe le mani il suo collo allo scopo di lenire il dolore e far filtrare dell'aria nei polmoni. Gli altri tre legionari alzarono le braccia in cenno di resa e Nbisi gli parlò con voce calma ma minacciosa. > I tre soldati annuirono terrorizzati in maniera piuttosto stupida, dopodiché raccattarono i loro feriti dal pavimento e li trascinarono fuori dal locale. Le loro facce sgomente non avevano bisogno di parole per esprimere tutto ciò che sentivano nell'anima. Nbisi decise di farsi un ulteriore beffa di loro urlandogli alle spalle. > Anzor e Nbisi erano rimasti gli unici all'interno del luogo insieme al proprietario e alle cameriere robotiche, le quali non avevano smesso di sgommare da tutte le parti, tra cucina e sala; probabilmente la loro intelligenza artificiale nera andata in tilt. Nbisi si giro e guardò fisso il proprietario per alcuni secondi, con la faccia di chi sapeva di averla fatta grossa. Poi entrambi non riuscendo più a trattenersi scoppiarono a ridere, nel totale stupore di Anzor che invece valutava quell'evento come disastroso. L'uomo scosse la testa incredulo, non riuscendo a capacitarsi di tutto ciò che era accaduto in quei pochi minuti. > È tutto ciò che riuscì a dire a se stesso. Il proprietario che non riusciva più a smettere di ridere, si rivolse a Nbisi. > Nbisi gli rispose con tono ironico. > Anzor si era seduto su una sedia e teneva le mani sul volto mentre scuoteva la testa in segno di disappunto. Nbisi lo guardò e mentre ancora rideva gli disse. >
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