Capitolo 1
Un ragazzo stava guardando con occhi pieni di gioia quella che sarebbe stata la sua nuova casa. Finalmente, dopo mesi di restauro, poteva entrare senza temere che qualche pezzo di soffitto gli cadesse in testa. L'ultima volta non aveva gradito la sorpresa.
Poggiando il piede sul primo gradino del porticato aveva come la sensazione che tutto, nella sua vita, stava finalmente andando come l'aveva sempre immaginato nelle interminabili ore di scuola, quando la sua mente guardava già ad un futuro dopo il diploma.
Aveva sempre sognato quella casa abbandonata al centro della riserva di Bacon Hills, la villa coloniale che metteva paura a tutti, quella che usavano da piccoli per le prove di coraggio. Per lui era sempre stata speciale, bellissima e avvolta in qualche magico mistero, anche se l'ultimo dettaglio, con il passare degli anni, era pian piano svanito. Ormai era abbastanza grande da capire che quella casa non era avvolta da magie e misteri ma solo da vecchi rami rinsecchiti e bitorzoluti che, per sua fortuna, con il tempo avevano smesso di crescere e di nascondere la casa nell'ombra.
Villa Hale era un vecchio edificio coloniale che si ergeva su due piani, circondata da un fitto bosco che la isolava dal resto del mondo. Un tempo era appartenuta ad una famiglia i quali componenti erano stati definiti "i guardiani della città", molto probabilmente per qualche vicenda bellica avvenuta secoli prima.
Si conosce davvero poco sulla famiglia Hale, solo che è una delle più antiche famiglie di Bacon Hills e che un giorno sparì nel nulla. Le ricerche che aveva condotto per pura curiosità non avevano portato a nulla: nessun dato anagrafico, nessuna multa, sempre se all'epoca esistevano le multe. In realtà non si era impegnato poi molto, aveva semplicemente digitato "Hale" nel database della polizia e qualche secondo dopo era apparso "nessun risultato". In fondo quella casa era già vuota quando lui era venuto al mondo. L'edificio aveva comunque mantenuto il nome originario. Durante l'ultimo incontro, il notaio aveva informato il ragazzo della possibilità di cambiarne il nome, ma lui preferì mantenere il vecchio "Villa Hale", per non mancare di rispetto a chi l'aveva costruita. In qualche modo sentiva che sarebbe stato sbagliato, come se, modificando quel nome, ne cancellasse la memoria.
Dopo il diploma la posizione di sceriffo del padre lo aveva aiutato ad entrare subito nelle forze dell'ordine e in poco tempo era stato accettato e mandato ad occupare il posto di agente nel distretto di Bacon Hills, al fianco di suo padre. Una volta diventato stabile sia con il lavoro che con le finanze, il passo successivo era stato quello di acquistare la vecchia villa ad un prezzo davvero vantaggioso, ma il restauro non lo fu altrettanto. Questo dettaglio non aveva comunque fermato il giovane.
Stiles Stilinski era un ragazzo molto semplice, sia caratterialmente che fisicamente: capelli castani, occhi castani dalle sfumature dorate, carnagione chiara con presenza di qualche neo e qualche piccola lentiggine, alto poco più di un metro e settanta. Da adolescente si sarebbe descritto come dannatamente gracilino, ma da quando era entrato in polizia, per sua gioia, la palestra e gli addestramenti obbligatori lo avevano irrobustito un po'. Caratterialmente era un tipo iperattivo e quando iniziava a parlare di qualcosa che lo interessava avrebbe potuto parlarne per quarantotto ore di fila senza mai prendere fiato. Era quel tipo di persona che per gli amici avrebbe affrontato un mare in tempesta nuotando.
Per lui il liceo era stato solo una tappa obbligatoria per la sua istruzione e formazione di adolescente, inutile dire che il giorno del diploma era stato felicissimo di dire addio a quel mondo. Non aveva voluto festeggiare con nessuno dei suoi compagni, non li voleva nemmeno vedere per strada il giorno dopo. Il liceo era diventato un ricordo nell'esatto momento in cui aveva preso il diploma e stretto la mano al preside.
Gli erano bastati un paio di anni per avere un lavoro fisso, ma il fatto di essere il figlio dello sceriffo della contea non voleva dire che non aveva lavorato sodo, tutt'altro, aveva lavorato il doppio per potersi guadagnare il rispetto dei compagni e degli istruttori.
In quel momento non stava soltanto per mettere piede nella sua nuova casa. Con quel passo avrebbe dato il via alla sua nuova vita da giovane adulto, da persona completamente indipendente da qualsiasi altra aveva incontrato nella sua vita: insegnanti, istruttori, comandanti e genitori.
Il profumo di legno e vernice gli riempì subito le narici facendolo sorridere per l'eccitazione di quel momento: era come un bambino che scartava il suo regalo di natale. Aveva deciso che non avrebbe dato una festa d'inaugurazione per il primo trasloco o qualsiasi cosa sarebbe stata, non era mai stato il tipo da organizzare feste e poi le persone a lui vicino si potevano contare sulle dita di una sola mano.
Il suo migliore amico sarebbe stato quasi sempre lì per giocare con il suo enorme televisore e l'impianto stereo e suo padre non sarebbe stato da meno; lo avrebbe tenuto sotto controllo almeno per qualche mese. Non era stato d'accordo con l'idea di andare a vivere da solo, figurarsi in una casa in mezzo al nulla, non era stato d'accordo nemmeno sul farsi un mutuo per poterla rimettere a nuovo.
Padre o no, lui aveva preso la sua decisione tanto tempo fa e nemmeno dopo aver firmato un'enorme quantità di fogli per il prestito aveva dubitato della sua scelta.
Era la sua vita, il suo sogno e si stava realizzando.
Il risveglio nella nuova casa fu sereno, temeva che l'agitazione per la gioia gli avrebbe disturbato il sonno e invece era crollato non appena aveva messo la testa sul cuscino. Forse per la prima volta nella sua vita non era triste di alzarsi dal letto, non vedeva l'ora di provare la doccia nuova, il lavabo nuovo e tutto ciò che un bagno poteva avere. Dopo aver constatato che tutto il nuovo arredamento del bagno funzionava a meraviglia, arrivò il momento di provare la nuova cucina.
La cucina era diventato il suo territorio dopo la morte di sua madre, il padre era sempre fuori per lavoro e a lui era toccato cucinarsi da solo già dall'età di sei anni, qualche vicina ogni tanto gli preparava qualche torta o qualche lasagna, più di una volta lo avevano salvato dalla sua stessa cucina, inizialmente non indovinava le dosi o sbagliava qualche ingrediente, ma che cosa si poteva pretendere da un bambino!?
La cucina era luminosa e spaziosa, molti oggetti li aveva portati dalla casa del padre, pensare in quel modo gli faceva venire un po' nostalgia ma poteva ancora chiamarla casa sua?
Gli oggetti che si era portato dietro erano cose che appartenevano a sua madre e che nel tempo erano diventati suoi, erano per lo più utensili per dolci e dubitava che al padre potessero servire, soprattutto perché a lui era stato vietato mangiare dolci e fritto.
Sorridendo al pensiero del padre che cerca di prepararsi un pasto decente, finisce di fare colazione ed esce di casa, pronto per la sua giornata lavorativa.
Quel giorno tutto sembrava nuovo, la sua solita Jeep, la sua solita divisa, la solita routine che prevedeva il controllare e firmare scartoffie, tutto risplendeva di una nuova luce, solo bevendo il caffè della centrale capì che quello faceva d'eccezione, nemmeno il suo buon'umore l'aveva reso bevibile.
A fine giornata parcheggiò la sua amata Jeep nel vialetto davanti casa, si prese qualche momento per guardarla alla luce del tramonto, non poteva credere che finalmente fosse sua, tutti i sacrifici erano stati ripagati. Con la coda dell'occhio notò la finestra dello studio al piano di sopra aperta, non ricordava di averla aperta, non ricordava nemmeno di essere entrato in quella stanza, i mobili erano ancora ricoperti dalla plastica. Non diede importanza alla cosa, molto probabilmente era entrato e non ricordava di aver aperto la finestra, sicuramente lo aveva fatto per far andare via l'odore di plastica.
Stava per inserire la chiave nella serratura ma venne distratto da una moto che parcheggiava a fianco della sua auto.
Scott McCall, il suo migliore amico, il fratello che non ha mai avuto, ma se ne avesse avuto uno molto probabilmente si sarebbe sentito offeso e geloso per il rapporto che avrebbe avuto con Scott. Fisicamente erano molto diversi, Scott era più sportivo, aveva i capelli e gli occhi neri e la sua carnagione era anche più scura rispetto alla sua pelle color cadavere.
Non appena tolto il casco, il suo migliore amico gli aveva regalato un'enorme sorriso, sceso dalla moto raggiunse il suo amico che lo stava aspettando per entrare in casa.
Con fare da gentiluomo, Stiles fece strade al moro e lo fece entrare nella sua nuova casa.
- Finito il turno dal veterinario? – Erano diversi anche nelle scelte che facevano, lui aveva scelto di seguire le orme del padre, diventando un poliziotto, mentre l'amico aveva deciso di non seguire suo padre nell'FBI ma di diventare veterinario e diventare socio nella clinica di Deaton, che per anni era stato suo mentore e capo.
- Finito e da domani sarò ufficialmente co-proprietario della clinica veterinaria di Beacon Hills. –
- Sono fiero di te amico! – Stiles diede una pacca dolce sulla spalla dell'amico. Con una passo si portò davanti a lui e gli fece strada verso il soggiorno. – sono sicuro che nello zaino hai qualche gioco per inaugurare televisore e impianto stereo. –
- A dire il vero... - Scott si portò lo zaino avanti ed estrasse un cofanetto di dvd. – ho un regalo per te, con il quale puoi inaugurare tutto. –
- Oddio! E' quello che credo che tu abbia in mano? Il cofanetto di star wars!? L'ultima edizione? Quello che comprende le interviste dei nuovi attori e le confronta con quelli precedenti. Sai che ci sono anche delle scene tagliate? Un momento. Tu e lui siete nella stessa stanza! Vuoi iniziarlo questa sera? –
- Si. – non finì nemmeno di rispondere che Stiles gli aveva strappato il cofanetto dalle mani e corse subito ad inserirlo nel lettore.
- Metto il primo, che è l'ultimo... ma per te sarà più facile da capirlo.
Quando si salutarono, entrambi avevano iniziato a sentire la stanchezza della giornata. Stiles fissò il disordine che avevano causato e con un po' di coraggio decise di mettere in ordine subito, sapeva che se avrebbe rimandato, avrebbe aspettato il fine settimana per ripulire quel caos, che non era poi così tanto, c'erano solo delle lattine, qualche busta mezza vuota di salatini, patatine e i cartoni della pizza che avevano ordinato a metà film, avevano completamente dimenticato la cena.
Salì le scale per raggiungere il piano di sopra, era fiero di se stesso per aver riordinato e per aver fatto piacere la saga al suo migliore amico.
Non appena si tolse i vestiti, si gettò stanco sul letto e si lasciò cullare dal sonno.
Notte 2
Stiles si trovava nella villa ma qualcosa non tornava, i mobili non erano i suoi. Continuava a guardarsi intorno, non capiva nemmeno in quale stanza si trovasse, dalla mobilia sembrava la stanza di un ragazzo, ma non era la sua, nervoso uscì dalla camera e dalla posizione nel corridoio notò che quella era la sua stanza da letto. Nel corridoio si sentivano delle voci, provò a gridare per chiedere chi c'era, ma la voce non uscì.
Era spaventato, non capiva cosa stesse accadendo, si ripeté più volte di svegliarsi, ma nulla, sembrava bloccato in quel mondo.
Decise di andare nello studio, era da lì che si sentiva vociferare, sembrava che due persone stessero discutendo.
Era arrivato davanti alla porta dello studio, stava pensando se
aprire o meno la porta, ma il suo corpo agì da solo, entrò nella stanza e vide che c'erano un uomo e una donna che si urlavano contro.
- Derek! Quante volte ti ho detto di non entrare in questa stanza? – la donna si era girato verso di lui.
"Derek? Chi è Derek? Io sono Stiles."
Come se fosse stato scacciato dal suo corpo, la visuale di Stiles si era spostata dall'alto, stava osservando dall'esterno. Vide questo ragazzo e avvertì la sua rabbia dopo esser stato scacciato dallo studio come se fosse stato un bambino. Ad occhio e croce poté chiaramente vedere che quel Derek non era un bambino, ma un ragazzo sulla quindicina, alto, dai capelli neri, ma il colore degli occhi gli era sfuggito.
- Tu e lo zio non potete tenermi lontano da questa storia! – replicò lui, andando contro la donna che era appena uscita dallo studio.
- Per il momento non sono ancora fatti tuoi, sei troppo inesperto per discutere degli affari della famiglia. Era una donna alta, dai capelli lunghi e neri, come i suoi occhi. Sul suo volto non si leggeva la rabbia che sembrava esserci nelle sue parole, ma piuttosto compassione.
- Lei era la mia ragazza madre, sono affari miei e non di famiglia! – il ragazzo teneva i pugni stretti.
- Proprio per questo dico che non sei pronto! Se fossi stato più maturo non avremmo avuto questo problema da affrontare, ora torna in camera tua! – Urlò la donna.
Non appena il moro batté la porta della sua camera, Stiles si risvegliò sudato e con il fiato corto nel suo letto.
Il suo cuore batteva forte, le sue mani stringevano ancora il lenzuolo bianco, come se temesse di ritornare nel suo sogno. Solo dopo qualche minuto il respiro e il battito si regolarizzarono, si chiedeva quanto avesse dormito quando la sveglia sul comodino suonò per indicargli che erano le sette: era giunto il momento di alzarsi dal letto.
Farlo non era stato per nulla facile, sentiva dolore per tutto il corpo, ogni movimento che faceva era faticoso, come fosse andato a dormire dopo una sessione estrema di palestra. Con fatica fece colazione ed uscì di casa per andare a lavoro. Era di turno al pattugliamento, ore dedicate a girare in macchina per la città. Doveva cercare di riprendersi in fretta, o il padre lo avrebbe fatto rimanere seduto alla scrivania.
Per tutto il tragitto non aveva fatto altro che pensare al suo sogno: era stato così reale che per un momento aveva creduto davvero di essere stato catapultato in un'altra vita. Mentre parcheggiava davanti alla centrale ripetè a se stesso che era stato soltanto un sogno, aveva mangiato troppe porcherie con Scott la sera prima.
Girare in macchina per la città poteva essere molto noioso. Per questo, aveva chiesto di essere affiancato dal vice sceriffo Jordan Parrish, con cui tutto era più leggero e allegro.
La prima volta che lo vide, rimase a bocca aperta, era di un bellezza davvero unica e aveva pensato che stonava in quel distretto pieno di agenti vecchi e rotondi. Il vice sceriffo era un ragazzo poco più grande di lui, capelli castani, occhi di un verde unico, così chiari che alla luce del sole il colore spariva. Il suo sorriso contagiava tutti e la sua risata aiutava ad affrontare le giornate dure al distretto.
Durante il giro in macchina non era successo nulla, come accadeva spesso. Bacon Hills non era una grande città, il massimo della criminalità negli ultimi mesi era stata una rapina alla posta, in pieno giorno, e con una pattuglia di polizia parcheggiata davanti all'edificio. Inutile dire che i due ladri erano stati arrestati appena avevano messo piede all' interno senza nemmeno avere il tempo di finire la tipica frase "mani in alto, questa è una rapina!"
Per quanto fosse stato divertente e tranquillo il pattugliamento, quel giorno era arrivato a casa stanco morto. La cena era stata veloce e leggera, non aveva molta voglia di sporcare pentole preparando una grande cena per una sola persona, non quella sera almeno.
Appena il suo corpo toccò il materasso morbido, ogni muscolo, rilassandosi cedette alla stanchezza, accompagnando la sua mente nel mondo dei sogni.
Notte 3
Derek stava scendendo di corsa, non vedeva l'ora di riabbracciare sua sorella Laura, essendo lei la primogenita, spesso era costretta ad allontanarsi da casa per assistere agli incontri di famiglia che si tenevano fuori casa, doveva imparare a socializzare e migliorare il suo carisma.
Il ragazzo dagli occhi verdi in questo sogno era un bambino, Stiles però lo aveva riconosciuto subito.
- Laura! – urlò il piccolo e si gettò addosso alla sorella. – La piccola Cora è nata! – Annunciò il bambino contento.
- Lo so. – sorrise dolcemente la ragazza. – Mi porti a vederla? Non vedo l'ora di conoscerla. – La ragazza fece scendere il piccolo Derek e gli strinse la mano.
- Piange un sacco. – Commentò il fratellino mentre la portava nella stanza della neonata.
Non appena i due varcarono la porta della stanza, la scena cambiò: adesso c'era un Derek adolescente che litigava con una ragazza più piccola di lui.
- Dannazione Cora! Quante volte te lo devo ripetere di non prendere le mie magliette? Rubale a Laura! Sei una femmina non un maschio! – Derek teneva una maglietta nera stretta fra le mani.
- Quelle di Laura sono troppo da donna! Le tue mi piacciono di più. Ma che problema c'è se ogni tanto prendo una tua maglietta in prestito? Sono tua sorella. – La ragazzina aveva messo il broncio.
- Non c'è nessun problema ma è imbarazzante se a scuola notano questo dettaglio e per te potrebbe essere un problema, e se le ragazze ti prendessero in giro? – Rassegnato il fratello gli porse la maglietta.
- Sono stupide ragazze viziate, non m'importa del loro giudizio. – Commentò Cora, felice che il fratello alla fine gli avesse prestato la maglietta.
Quando Stiles riaprì gli occhi sbuffò seccato, fare lo stesso sogno per due notti consecutive era abbastanza inquietante, per di più aveva anche tempi diversi. Alzarsi però non fu difficile come il giorno precedente, era spossato sì, ma nulla di più. Era confuso: perché fare dei sogni sulla famiglia che aveva costruito quella casa? Aveva riconosciuto i nomi, in un primo momento non aveva collegato, ma con il secondo sogno aveva finalmente capito chi fossero quelle persone, una leggera scossa gli fece venire la pelle d'oca. Fece una doccia veloce per scrollarsi quella brutta sensazione di disagio misto a inquietudine di dosso, aveva dato la colpa di quei sogni alle troppe ricerche che aveva fatto prima di comprare la casa.
Uscito da casa si diresse verso l'ambulatorio veterinario del suo amico Scott; giorno libero, erano mesi che non ne aveva uno. Aveva fatto molti straordinari per riuscire ad arrotondare un po' la busta paga e finalmente era giunto il giorno di spendere quei soldi che aveva guadagnato con tanto sudore, ovviamente per completare l'arredamento della villa.
Arrivato alla clinica trovò il suo amico pieno di lavoro, era infatti il giorno del richiamo del vaccino per molti clienti felini e canini. Sbuffò, e deluso andò solo a cercare le poche cose che mancavano per finire di arredare la casa. La prima tappa fu "la casa del fai da te". Servivano alcuni ornamenti per il portico e poco tempo prima aveva visto un divanetto a dondolo: ne aveva sempre desiderato uno. Già si immaginava seduto lassù con una birra in mano nelle giornate estive, in compagnia di Scott o di suo padre.
Stava raggiungendo il reparto per esterni, camminava sereno fra gli specchi, quando si accorse che la sua immagine aveva qualcosa che non andava, si fermò davanti ad uno specchio ovale e vide qualcosa che lo fece arretrare spaventato, lo specchio per un momento non aveva rimandato la sua immagine riflessa ma quella di Derek Hale.
L'immagine di Derek apparve qualche millesimo di secondo, poteva essere un semplice lapsus dovuto al sogno o alla stanchezza ma Stiles era sicuro che fosse realmente accaduto, si girò per guardarsi intorno, magari qualcuno aveva visto la stessa scena, ma non appena si girò, in tutti gli specchi intorno a lui c'era l'immagine di Derek.
Accelerò il passo tenendo la testa bassa, il cuore batteva forte per lo spavento, non credeva a quello che stava accadendo, com'era possibile una cosa del genere? Stava forse diventando pazzo? Era davvero solo stanchezza?
Senza accorgersene era arrivato al reparto che gli interessava, fece un grosso respiro e scacciò la pelle d'oca. Si guardò intorno alla ricerca del dondolo e appena lo vide cercò subito un commesso per farsene portare uno alla villa. Voleva uscire da quel posto e voleva farlo subito.
Mentre era in macchina per andare in un altro negozio, la sua mente rivedeva le ricerche che aveva fatto sugli Hale: i risultati erano stati davvero pochi, la famiglia era sparita dall'oggi al domani e senza lasciare nessuna traccia, niente che potesse dire dove fossero andati o che fine avessero fatto.
Per un attimo aveva scollegato la mente dai pensieri su Derek e si era concentrato sulle manovre per parcheggiare, stava guardando lo specchietto retrovisore per capire quanto ancora potesse andare dietro, ma nuovamente la paura s'impossessò di lui. I suoi occhi erano rossi, tirò il freno a mano e scese dalla macchina, doveva respirare e calmarsi. Qualche passante si fermò a chiedere se stesse bene e a controllare che non avesse un attacco d'ansia.
Passato qualche minuto, il ragazzo si fece coraggio e controllò il colore degli occhi guardandosi nello specchietto della parte del guidatore. L'immagine ridava il suo colore castano chiaro, fece un sospiro di sollievo; quella giornata avrebbe dovuto essere di riposo e invece si stava dimostrando più stressante di quelle lavorative.
Finito di girare per gli ultimi acquisti, Stiles ritornò dal suo migliore amico, per capire se avrebbero pranzato insieme ad una tavola calda. Lo facevano spesso quando lui aveva tutta la giornata alla centrale, si vedevano per pranzo e poi tornavano entrambi al loro lavoro.
Dopo che Stiles era andato via dalla clinica quella mattina, a Scott avevano portato un cane che era stato investito da una signora. L'anziana aveva pensato subito di portarlo dal veterinario, in modo che la povera bestiola ricevesse delle cure immediate con la speranza che il colpo subito non fosse stato grave.
Non appena aveva messo piede nella clinica, Stiles aveva trovato Deaton che ripuliva il pavimento dal sangue che il cane aveva perso, si era spaventato nel vedere quell'enorme pozzanghera rossa, per un secondo la mente gli riportò l'immagine degli occhi rossi.
- Scott? – Domandò al veterinario che era indaffarato a pulire.
- Ancora in sala operatoria, oggi è stata una dura giornata. –
Deaton era sempre stato un secondo padre per il suo migliore amico, da quando quello vero era scappato via da casa, il ragazzo era diventato un uomo a soli quindici anni per poter prendersi cura di sua madre, aveva dovuto mettere da parte infanzia e adolescenza per non pesare su di lei. Anche se il più delle volte Melissa aveva sgridato il piccolo Scott per essere troppo noioso come bambino, la compagnia di Stiles lo faceva rilassare e gli ricordava quanto fosse bello rompere un vaso con uno skate.
Il veterinario lo aveva accolto da subito come aiutante e presto Scott si era ritrovato ad amare quel lavoro e a cercare consigli dal suo capo, che in poco tempo era diventato un mentore. Al tempo stesso a lui non dispiaceva avere quel ruolo, era come il figlio che non aveva mai avuto e che fino a quel momento non aveva nemmeno desiderato.
- Ehi amico? Oddio, che cos'è quello? Non è un cane! – esclamò Stiles.
- È un lupo. – Rispose il moro. – Una signora l'ha messo sotto e l'ha portato subito qua, abbiamo operato per quasi tutta la mattina. – Il ragazzo accarezzava la testa dell'animale.
- Un lupo? Da quando abbiamo i lupi a Bacon Hills? – Lentamente fece il giro del tavolo per guardare meglio l'enorme animale dal pelo nero.
Era bellissimo. Rimase a fissare ogni suo minimo dettaglio, la sua corporatura robusta, le orecchie dritte come se stesse ascoltando tutto quello che gli stava intorno, il pelo che era un vero e proprio manto nero, le sue zampe che sembravano poter percorrere lunghe distanze ad una velocità superiore a tutti gli altri animali, anche la grandezza sembrava fuori dal comune.
- Chi si prenderà cura di lui? – Domandò mentre i suoi occhi erano ancora rapiti dal lupo.
- Non lo sappiamo. – Alzò la benda per controllare la ferita. – È un lupo e dubito che possiamo darlo in adozione, ora avrebbe bisogno di cure e di un posto dove riposare. Le gabbie che abbiamo qua sono piccole, nonostante alcune riescano a contenere i vostri pastori, per lui sono piccole. – Sospirò preoccupato.
- Lo prendo io! – Stiles sembrava stupito della sua stessa proposta. – Pensaci! Vivo in mezzo alla riserva, pace, quiete e nessun vicino fastidioso. –
L'amico sembrò rifletterci su per un momento, voleva essere sicuro che l'amico non fosse diventato pazzo. – Stiles è un lupo e probabilmente è selvaggio, potrebbe essere pericoloso e poi Deaton ha detto che avrebbe chiamato qualche associazione... - Non finì neanche di parlare che il suo migliore amico aveva iniziato a fissarlo con occhi che non ammettevano repliche. – Va bene Stiles. – Con molta cura avevano poggiato il lupo dentro la Jeep, con altrettanta cura Stiles aveva guidato fino a casa.
Scott lo aveva preceduto alla villa con la moto, e con le chiavi che gli aveva dato l'amico era entrato e aveva preparato una piccola sistemazione per il lupo. Appena sentì la jeep fermarsi nel vialetto, uscì fuori ed aiutò l'amico a prendere l'animale per stenderlo dentro casa, l'anestesia stava per svanire perché il lupo aveva già iniziato ad agitarsi in braccio ai due ragazzi.
- Sei sicuro di potercela fare? – Domandò l'amico pensieroso.
Era davvero sicuro di quello che stava facendo? Accogliere un lupo in casa! Dov'erano i campanelli di allarme che suonano nella testa delle persone? Quelli che ti dicono che la scelta che hai preso non è sicura, di ripensarci e di fare marcia indietro e rifletterci sopra ancora qualche minuto. Niente campanello, niente voce, niente sesto senso che lo avvisasse dell'errore che stava commettendo. Forse non era una scelta sbagliata.
- Si, sono sicuro Scott. E poi tu potrai venire tutti i giorni a controllare, no? – Domandò sorridendo.
- E a vedere se c'è qualche brandello del tuo corpo da poter seppellire. – Commentò sarcastico Scott.
- Ho fame, andiamo a mangiare. – Cucinarono qualcosa di leggero, entrambi erano stanchi e scossi dalla mattinata appena trascorsa.
Dopo un paio di ore il castano si ritrovò solo con il lupo ancora mezzo addormentato, si era svegliato soltanto per bere un po' d'acqua. In quel momento il ragazzo si accorse degli occhi gialli che brillavano in mezzo a quel pelo nero, e pensò che nemmeno quando il lupo gli aveva ringhiato contro, il campanello aveva suonato per metterlo in guardia dall'assurda decisione che aveva preso.
Era seduto sul pavimento a fianco la bestiola, voleva stargli il più vicino possibile; Scott gli aveva detto di farlo bere e mangiare direttamente la sera, magari un po' di carne. Non poteva stare a digiuno, anche se probabilmente non avrebbe avuto molta fame: con i cani era così, e il lupo era parte dei canidi, non ci sarebbero dovute essere molte differenze.
Si alzò per andare a farsi una doccia, i suoi vestiti puzzavano di ambulatorio veterinario e i suoi capelli si erano sporcati di sangue. Quando aveva preso l'animale in braccio, del sangue era andato sulla mano e distrattamente se l'era passata fra i capelli.
Sotto il getto dell'acqua ripensava alla giornata trascorsa, agli specchi che lo avevano terrorizzato, agli occhi rossi e al lupo che dormiva al piano di sotto. Si passò una mano sugli occhi stancamente, era distrutto e non erano nemmeno le sette di sera.
Avrebbe voluto gettarsi sul letto dopo essere uscito dalla doccia, ma sapeva che se l'avesse fatto si sarebbe messo a dormire fino all'indomani mattina, ma c'erano vari motivi per non voler dormire e tra questi, i sogni che aveva iniziato a fare nelle ultime notti.
Pigramente scese di sotto per controllare il lupo, i suoi capelli erano ancora bagnati, sulle spalle aveva lasciato l'asciugamano: un po' di frescura l'avrebbe aiutato a mantenersi, e magari anche a scacciare via la stanchezza assalita dopo la doccia.
Il lupo era sveglio e con gli occhi seguiva ogni movimento del ragazzo, lo stava studiando.
- Sembri molto più sveglio di prima, hai fame? Provo a cucinarti qualcosa. – Senza dire altro, andò in cucina.
Una bella porzione di carne era destinata all'animale.
Osservò il lupo che cercava di capire se quello che aveva davanti fosse del cibo e se fidarsi abbastanza da mangiarlo oppure no, allungò il muso un altro paio di volte per sentire il profumo e alla fine decise di da dargli un piccolo morso iniziale, per poi finire tutta la carne in qualche secondo.
Il ragazzo sorrise osservando quella scena, pensò che doveva avere molta fame per mangiare tutto così velocemente. Quasi gli venne il dubbio se la carne fosse poca per un animale di quella stazza. Aveva seguito le indicazioni di Scott e aveva aumentato anche un po' la quantità, si era sentito in colpa osservando quella mini fettina nella pentola, motivo per cui ne aveva aggiunte altre due.
Con la pancia piena il lupo tornò a dormire e, dopo essersi accertato che l'animale stesse bene, Stiles pensò di imitarlo e sbadigliando salì al piano di sopra.