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3331 Parole
Sono quasi le due del mattino, e io sto camminando in giro per Londra, da sola, per arrivare a casa. Ho le costole che mi fanno un male terribile per quanto ho camminato, i piedi alla quale ho rinunciato a tenere ancora le scarpe e così sto camminando anche scalza sull'asfalto umido ed è scesa così tanta umidità che sembra stritolare Londra in un abbraccio talmente che è fitta e fredda. Sto cercando di prendere quante più strade principali possibili per arrivare a casa, e ad ogni passo non faccio altro che maledirmi. Stupida, stupida, stupida! Sì, esatto: sono una cretina. Non riesco a capire nemmeno io cosa mi aspettassi, che aspettative mi ero già immaginata e programmato nella testa; e infatti, mi ritrovo in un mare di guai, letteralmente. Non pensavo nemmeno che lo avrei mai pensato, figuriamoci a dirlo, ma... Benedico questi quattro giorni che mi sono stati concessi dalla scuola per potermene stare a casa. Ho ripensato finora a tutte le cose che ho detto a Lauren, a come l'ho affrontata, a quanto io sia stata ancora più stupida a rivelarle un segreto così grande che custodisco gelosamente addirittura anche da mia madre. Che diamine mi è saltato in mente!? Mi sembra già di immaginarli, uno per uno: Lauren, Stella, Nicholas, le damigelle di Stella - ovvero, le due cretine che sono sempre la sua ombra, che parlano, agiscono e addirittura pensano solo in base a ciò che riguarda Stella, e nessun altro - e tutto il resto della gang al completo. Mi immagino già il mio rientro a scuola tra pochi giorni e, se stasera ho osato tirare fuori tutto quell'improvviso coraggio - tirato fuori non si sa da dove - al mio rientro dovrò sbirciare in ogni cassetto nascosto per trovarne dell'altro. Attraverso le strisce pedonali il più in fretta che posso e, proprio quando arrivo all'altro lato della strada, ecco che sento per l'ennesima volta la suoneria dei Paramore del mio telefono suonare a tutto volume; dovrò ricordarmi di entrare col silenzioso a casa, o rischio di svegliare mia madre. E poi lì sì che sono guai! Stanca e già abbastanza stressata, decido di vedere di chi si tratta. Anche per togliermi il dubbio che possa essere mia madre, e già solo il pensiero mi mette i brividi. E invece è un numero che non ho memorizzato in rubrica. Faccio per rimetterlo a posto, ma sbuffo quando sento squillare la notifica di un messaggio. Dove cazzo sei!? Leggo incredula quello che ho appena letto, e devo fermarmi un attimo e rileggerlo almeno due volte prima di rispondere. C: E tu chi diamine sei!? Ma lo sai che ore sono, almeno? SQUILIBRATO! Rimetto il telefono in borsa, e... Un altro messaggio. Di nuovo. Quando leggo il secondo temo invece di dovermi proprio sedere per lo shock. Sono Lauren, cretina! Scuoto la testa, e quasi non sfondo il vetro del cellulare mentre digito sillaba per sillaba. C: Ma è possibile che tu debba darmi il tormento anche qui, adesso!? E poi... TU COME CE L'HAI IL MIO NUMERO!? L: Ripeto, sei più scema di quanto sospettassi, e mi preoccupi... Hai dato il tuo numero ad Haz prima che ti venissimo a prendere! C: Oh... Digito. Rifletto per qualche minuto su cosa scrivere ma, alla fine, non mi viene nient'altro di meglio. C: E comunque non sono affari tuoi! Lasciami in pace, cazzo! L: Hai appena detto veramente CAZZO o me lo sto immaginando? Comunque... dimmi dove sei, è tardi, fa un freddo cane e sei una ragazzetta che con un colpo di vento se ne può volare. Sto girando in auto da più di mezz'ora! C: Tu sei pazza. L: E tu sai rompere benissimo i coglioni. Ora, mi dici dove sei o devo passare alle maniere forti? C: Ma è possibile che tu debba usare sempre la violenza o le tue minacce del cavolo!? Voglio essere lasciata in pace! Perché non lo capisci!? È troppo difficile da accettare, per te?! O ferisco troppo il tuo orgoglio!? L: Non è colpa mia se ti comporti da isterica irresponsabile del cazzo. Ora: la finisci di sparare cazzate e, piuttosto, usi quel cazzo di telefono per mandarmi la tua fottuta posizione? Sai, non vorrei svegliare tua madre e farle venire un infarto. Sgrano gli occhi. Non può essere. C: NON OSERESTI! L: Vuoi scommettere? Urlo. Sul serio... Sto davvero urlando per la disperazione. Un tizio mi si avvicina per chiedermi se avessi bisogno di aiuto, e subito scappa via a gambe levate quando gli urlo di andare al diavolo. Cerco di calmarmi, mi prendo a pugni la fronte e a schiaffi la testa, ma sono praticamente un vulcano che sta per scoppiare. Respiro, molto. E solo dopo che riesco a non prendermi a schiaffi digito l'ultimo messaggio. C: Tieni la posizione. E lascia stare mia madre! L: Brava ragazzina. Attraverso la strada per andare a sedermi su un panchina poco più in là e, non appena mi siedo, sento i muscoli rilassarsi e le costole farmi male. Non vedo l'ora di andare a quella visita domani per capire se questi dolori siano normali, o se magari non lo sono e quindi devo cominciare una qualsiasi terapia pur di tornare a stare bene. Mi chiedo perché mi abbia cercata Lauren al posto di Harry, e il pensiero un po' mi ferisce, non lo nascondo. Ok, ho dato di matto anche con lui e forse, dico forse, pensando adesso a mente lucida avrò anche esagerato... Ma come potrebbe biasimarmi, comunque? Lauren come al solito ha dato il meglio di sé quando si tratta di farmi andare in escandescenza, e in quel momento Harry rientrava in tutto ciò che ho sempre voluto sputarle addosso. Adesso che ci penso, non ho la benché minima idea di come debba comportarmi; non so come prendere il fatto che Lauren stia venendo qui a prendermi: se devo cominciare a preoccuparmi, o se invece per una volta posso starmene tranquilla. E poi: non so nemmeno se Harry sia con lei oppure no. Ma non ci metto molto a scoprirlo. Sento un clacson suonare due volte, e quando mi volto Lauren è in macchina che mi aspetta all'angolo. Da sola. Non posso fare a meno di provare un senso di delusione quando afferro la mia borsa insieme alle mie scarpe e mi incammino. Mi chiedo perché Harry non sia venuto con lei, se posso fidarmi, se posso sentirmi al sicuro stando da sola con lei e per giunta di notte, o se invece devo lasciar perdere, mandarla al diavolo e continuare a camminare a piedi fino a casa. Quando sono indecisa sul da farsi, vedo Lauren sporgersi verso il lato passeggero davanti e aprirmi la portiera prima che lo faccia io; per la seconda volta ne resto sorpresa, ma non ho voglia di indugiare oltre. Tiro un sospiro di sollievo appena sono dentro: c'è l'aria calda del climatizzatore acceso, e anche i sedili sono caldi. «Stai bene?» Mi chiede, e mi ricordo di nuovo che c'è lei qui con me. Annuisco, e senza aggiungere nient'altro mette in moto e parte. Ho dei dolori che mi stanno facendo vedere le stelle e, dall'ora che vedo segnato sullo stereo mezzo scassato, noto che non sono passate nemmeno due ore dall'ultima volta che ho preso gli antidolorifici che mi ha dato Lauren. Restiamo in silenzio per tutto il tragitto, con solo la radio dello stereo in sottofondo. Non saprei descriverla in questo momento, è... Strana, nel senso che sembra più chiusa e impassibile del solito, se non per la piccola differenza che sembra essere... Tranquilla, come se si stesse a suo agio. Avverto l'auto fermarsi, e mi rendo conto che siamo arrivate già. E soprattutto che non mi sta minimamente guardando. Dovrei esserne felice: perché finalmente, per una volta, mi ha lasciata in pace e tranquilla. E invece proprio non riesco a trattenermi quando le chiedo: «Perché sei venuta?» La guardo, mentre con la mano continuo a tenere la maniglia aperta. La guardo mentre continua a fissare dritto di fronte a sé; resta in silenzio per un po' in questo modo, senza guardarmi, ma dopo qualche minuto di silenzio ecco che la vedo trasformarsi di nuovo. Tira il freno a mano su, e si volta a guardarmi mentre gira le chiavi per spegnere l'auto. «Non è stato Harry, se è questo quello che ti stai chiedendo. Sono stata io.» Non riesco a fare a meno di corrugare la fronte: di che diamine sta parlando, ora? Avrei un milione di domande da farle, in realtà. Ma mi limito semplicemente a chiederle un: «cosa?» E stranamente non mi prende in giro come mi aspettavo. «A raggiungerti», risponde con un'alzata di spalle. «Era incazzato con tutte e due per il delizioso spettacolino che gli abbiamo dato, così ho approfittato del fatto che fosse negli spogliatoi ad asciugarsi per prendergli il telefono dal borsello, cercare tra la chat il tuo numero e fare tutto il resto.» «Quindi Harry non sa nulla?» «No.» «Capisco...» In realtà no, ma ci sono tante domande che in realtà vorrei farle. Restiamo in silenzio per un po', mentre entrambi continuiamo a fissare la strada davanti a noi. Dovrei scendere per entrare in casa, eppure mi sento come se fossi incollata su questo sedile. «Cosa c'è?» Mi volto, e noto che mi sta fissando. Scuoto la testa: «cosa?» Sbuffa, alzando gli occhi al cielo. «Ti ho chiesto cosa c'è che non va, pure uno scemo si accorgerebbe che c'è ancora qualcosa che vuoi dire, ma non lo fai. E quindi perché non parli se vuoi ancora farlo?» «Io... Perché non so se ne valga la pena, oppure no.» Rispondo, facendomi piccola quasi dieci volte. La sento sbuffare al mio fianco, ma continuo a non guardarla. «E come puoi saperlo se non lo fai?!» Rifletto su quello che ha appena detto e poi, rendendomi conto che non può esserci nulla di peggio di tutte le cose che mi sono accadute finora, cedo. «Perché mi odi?» E, finalmente, gliel'ho chiesto. La sento ridere, e questo basta per sentirmi umiliata. Sto per scendere dalla macchina, quando la mano di Lauren mi afferra per un braccio facendomi ritornare dentro. Non la guardo, ma riesco comunque a scacciarla via. La sento sospirare, per poi sbalordirmi quando sento la sua voce dire in un sussurro: «io non ti odio.» Mi volto lentamente e, quando la guardo, mi rendo conto che è seria, che non sta scherzando. Non ci sono ghigni o sorrisetti sfacciati; non c'è nulla, se non il suo sguardo duro e penetrante che non distoglie lo sguardo nemmeno per battere le ciglia. «Ma...» Comincio, e mi ritrovo di nuovo in silenzio perché non so come proseguire. «Non sono stata una santa con te, lo ammetto», dice, e per poco non soffoco: ha appena chiesto, in qualche suo modo assurdo è chiaro, scusa? Ma non può accorgersi della mia faccia sbalordita perché ha ripreso a fissare dritto. «Ma ho avuto i miei motivi per farlo. Stella potrà anche essere esasperante, ed è vero siamo totalmente l'opposto, ma...» Si ferma un attimo per prendere un respiro, prima di continuare. «Ma lei e Harry sono stati gli unici a starmi accanto in molti momenti difficili della mia vita. Mi hanno aiutata, capisci? Non sono stati i soliti stronzi che ti abbandonano sul ciglio della strada sapendoti sola, in mezzo al buio della notte.» E arrossisco quando si volta a guardarmi con un sopracciglio alzato; è chiaro che quel paragone era riferito a me. «E voglio che tu sappia che non è stata Stella a mettere in giro quelle voci su di te: è stato Nicholas, quel verme viscido. E, lo ammetto, all'inizio non ci credevamo, né io, né Stella, né Harry; tutti gli altri sì, è ovvio, stiamo parlando di un emerito coglione a cui tutti danno corda. Ma poi Stella ha iniziato a fissarsi, letteralmente. Era innamorata, è sempre stata innamorata di quell'emerito coglione, e poi ci furono anche le selezioni per le cheerleader, qualche giorno prima; non ti avevano accettato in squadra, ma tu hai letto i nomi delle ragazze scelte su quel foglietto bianco attaccato alla lavagna, ma non ti sei sentita rifiutare direttamente da Stella perché, a differenza di quello che credi tu, a Stella eri piaciuta. Ma non poteva decidere tutto da sola, nonostante fosse il capo cheerleader, perché non funziona in questo modo con le selezioni annuali... E quindi si è ritrovata con le spalle al muro, perché le altre erano gelose, ti temevano, pensavano tu fossi troppo carina, con quel culo che ti ritrovi, poi... E per questo non accettavano l'idea che tu potessi rubare la scena a tutte. Mentre a Stella non gliene fregava proprio niente: a lei piace fare la cheerleader perché le piace. E, per questo, ha fatto due più due e... Be', penso che poi puoi immaginartelo.» Mi guarda mentre io sono letteralmente senza parole. Non posso crederci... È partito tutto da delle calunnie di un ragazzo che, tra l'altro, avevo rifiutato più volte qualche giorno prima. Scuoto la testa, incredula. «Perché nessuno ha mai pensato da me per parlarne, invece!?» Sbotto. Lauren alza le spalle: «col senno di poi, sono sincera, non so perché non lo abbiamo fatto. Non ci abbiamo minimamente pensato. E poi, io ho visto Stella stare ogni giorno sempre più male, a struggersi per quello stronzo, e io... Be', è chiaro, no? Attribuivo la colpa di tutto ciò a te. Le ci sono voluti mesi per riprendersi del tutto.» Non ho parole, davvero. «E così avete pensato che rovinare la vita a me potesse aggiustare, invece, quella della vostra amica. Incredibile!» «Ascoltami, non puoi biasimarci! So che ti abbiamo detto cose orribili, io soprattutto. Che ti abbiamo umiliato con gli scherzi più idioti che ci venivano in mente ma, ei: erano scherzi. Cosa avresti fatto, tu, se avessi visto e soprattutto sentito una tua amica piangere ogni giorno? Se degli sconosciuti ti avessero chiamata nel cuore della notte, più e più volte, per dirti di andarla a recuperare talmente che era fuori di sé e con l'ansia alla gola perché intanto non avevi idea se fosse al sicuro, se qualcuno poteva farle del male, o anche approfittarsi di lei. Che avresti fatto, sentiamo?» Non ci penso due volte quando le urlo addosso: «avrei sentito entrambe le campane! Ecco cosa avrei fatto, io!» Scuote la testa: «e invece, ti dico io come la penso: non è così, non lo avresti mai fatto.» «Scherzi!? Certo che lo avrei fatto! Non avrei mai potuto torturare una persona nel modo in cui avete fatto voi con me, a maggior ragione se non mi fidavo di chi, in quel momento, mi stava dicendo quelle cazzate!» «Ah, sì?» «Sì, dannazione!» «Allora ti faccio una domanda: ce l'hai un amico, oltre Harry? E, se ce l'hai, cosa faresti se in questo preciso momento ti chiamasse a quest'ora di notte un perfetto estraneo, per dirti che questo tuo amico sta male da non reggersi in piedi?» «Correrei da lui, ovvio! Ma che razza di domande mi fai?» Sorride, facendomi urtare ancora di più i nervi. «Allora lo vedi anche tu che non sei così tanto diversa da me come ti ostini a credere. L'amore, che sia per una persona che ami, per un'amica o anche solo per tua madre, ti fa fare pazzie: ti manda fuori di testa, letteralmente. E spesso non sempre nel modo razionale e giusto che ci immaginiamo. L'amore non è sempre un bene, l'amore ti fa anche sbagliare e, perché no, a volte ti trasforma anche in una persona sbagliata. L'amore non è sempre tutto romanzi rosa e Jane Austen come a te piace immaginartelo, Camila.» «E tu cosa ne sai di cosa penso io dell'amore? Di come la vedo io? Anzi, cosa ne sai di me in generale, se nemmeno mi conosci?» Sghignazza. «Non pensare che, solo per il fatto che non siamo mai state amiche, che io non ti abbia mai notata. Abbiamo frequentato anche alcuni corsi insieme, e ti osservavo, quando mi capitava di guardarti. So che ti attorcigli una ciocca di quei lunghi capelli che ti ritrovi quando sei con la testa tra le nuvole. So che non ti muovi minimamente, nemmeno per sbattere le palpebre, quando ascolti una lezione perché lo sanno tutti che hai una mente brillante, non siamo scemi, sappiamo benissimo tutti a scuola che hai una carriera scolastica che ti permetterà di scegliere qualsiasi università tu deciderai di frequentare. So che ti piace particolarmente il corso di psicologia, quello di lettere, di storia e quello di italiano, perché sicuramente sogni di andare da qualche parte in Italia  So che, guardandoti a lezione, impazzisci letteralmente per Jane Austen, Lev Tolstoj, Emily Brontë e anche per Nicholas Sparks, che spesso hai menzionato e portato come progetto alle lezioni. So addirittura che citi i testi di alcuni di loro a memoria e, credimi, lì ho capito quanto tu sia ossessivamente precisa in tutto e spesso sentendoti mi facevi addirittura paura, mentre ho notato gli altri come ti guardavano increduli quando dal tuo posto citavi le parole senza neanche aprire il libro che avevi davanti. Ho notato che non sei mai uscita dall'aula diversa in cui ti trovi ogni giorno, nemmeno per l'ora di intervallo, né per mangiare né tanto meno per scambiare due chiacchiere con qualcuno; e te ne stai lì, tutto il tempo a continuare a studiare, e continui anche se dopo ti aspettano altre lezioni ancora, continui senza stancarti minimamente perché ti piace, e anche perché sarebbe da stupidi, ripeto, non ammettere quanto tu sia al di sopra della media rispetto a tutti gli altri.» Sono senza parole. Per la prima volta nella mia vita, sono qui che non so cosa dire. Io non sono mai stata una che non sa dialogare, mai. Ho sempre eccelso durante gli stage di psicologia, ho sempre saputo spiegare alla perfezione tutto ciò che ho sempre studiato e ho sempre saputo dare consigli, confortare e soprattutto far ragionare Ally ogni volta che aveva bisogno di me, senza mai finire per scontrarci. Eppure mi trovo in silenzio, senza riuscire a sillabare niente. E noto che anche il modo in cui mi sta guardando adesso è cambiato. «Devo ammettere che è strano non sentirti parlare: parli così tanto durante le lezioni, che a volte ci chiediamo tutti se anche i professori vorrebbero zittirti, dopo una certa.» Accenna un sorriso, e mi rendo conto di non averglielo mai visto fare. Solo ora noto come sono i suoi denti, come le si creano delle piccole rughe attorno agli occhi quando sorride. Apro e chiudo la bocca un paio di volte, con le parole che mi muoiono in gola e, non so perché, ma questo lato di Lauren che non avevo mai visto è così nuovo che mi affascina, nonostante il dolore e i brutti ricordi che emergono ogni volta che la guardo. «Sei innaturalmente bella, lo sai?» Sputo di getto, e d'un tratto mi rendo conto di cosa ho appena detto. Sobbalzo sul mio stesso sedile, mentre sento il peso della vergogna gravarmi addosso e uno strano nodo alla bocca dello stomaco. Anche lei sembra esserne sconvolta, forse addirittura più di me, e capisco cosa ho appena combinato: ho varcato un confine che tra noi non dovrebbe mai esserci, né mai esistere, e capisco che l'unico modo per tornare indietro è solo uno: far finta che sia inesistente. E che sia a scuola, che sia con Harry, che sia col suo gruppo di amici, che sia per degli insulti, non me ne importa: preferisco strapparmi la lingua a morsi e starmene in silenzio forse anche di più di quello che sono riuscita a fare in tutti questi anni, che seppellirmi con le mie stessi mani. Per questo apro di scatto la portiera e, sotto il suo sguardo sorpreso, scampo via da una sua possibile presa e non mi premuro nemmeno di chiudere la portiera perché ho già sorpassato il cancelletto di casa e raggiunto la porta d'ingresso.
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