«Andiamo, Mister!» fece Brian verso la guardia. «Qui vogliamo entrare».
Il buttafuori, in tutta risposta, alzò una mano, come a dire di stare calmi, mentre, invece, sempre più agitata, la ragazza tentava di trovare il documento all’interno della piccola borsetta, continuando a frugare al suo interno. Lui ricordò di quando gli era successo un episodio simile, di tutta la strada che aveva fatto dall’appartamento fino a un locale fuori mano, per poi scoprire che con sé non aveva la patente di guida. Soprattutto, ricordò la delusione di dover tornare a casa dopo aver percorso tutta quella strada per nulla. Così si fece avanti e si rivolse al buttafuori.
«Queste ragazze sono con noi. Lei è mia sorella…» fece lui, indicando la ragazza con il vestito blu. «Garantisco io per lei» disse poi, tirando fuori la sua patente e mostrandola alla guardia.
L’uomo la esaminò con scetticismo, e guardò sia lui sia la ragazza in quel momento, non riuscendo a cogliere alcuna somiglianza fra loro a livello esteriore. Intanto, la ragazza era rimasta lì, senza parole, non sapendo se essere felice per via del suo atteggiamento oppure esserne inquietata. Di certo, quello sguardo rispecchiava ambiguità, esattamente come tutta quella situazione assurda.
Brian e gli altri, compreso il gruppo di ragazze, non dissero nulla, in modo da non generare più sospetti di quelli che la guardia già doveva avere in quel momento. Dopo un paio di minuti, l’uomo sembrò convincersi, e li lasciò finalmente entrare. Una volta dentro il locale, la musica era piuttosto forte, mentre un ragazzo, pressappoco della loro età, era di fronte a una console musicale, in cima a una specie di palco.
In quel momento, la ragazza senza il documento si rivolse a lui.
«Grazie».
Lo disse in maniera piuttosto timida e a voce così bassa che lui fece fatica a sentirla, ma riuscì a leggerne il labiale.
Lui fece un cenno, come a dire che non importava.
«Allora, diamo inizio a questa festa?» fece Brian, rivolto a loro.
Lo disse però a tono così alto che anche il gruppo di ragazze lo sentì, e lui sospettò che quello fosse proprio l’intento dell’amico. In qualche modo, Brian ci aveva da sempre saputo fare più di lui con le ragazze, e più anche di Maison e Francis. Fin dai tempi del liceo, era stato un campione nello sport e con le ragazze, accaparrandosi sempre le più carine, malgrado lui non fosse mai riuscito a spiegarsi quale fosse il suo segreto. «Tutta questione di saper parlare» gli aveva detto una volta l’amico. Questo non significava che lui non sapeva parlare con loro, ma avrebbe solo voluto capire come facesse l’amico a essere così aperto e socievole in ogni occasione. Un po’ gli ricordava Rick, suo fratello, ed era un’ottima cosa. Lui, invece, era sempre stato un tipo introverso e riservato, cui non piaceva parlare a vanvera o dire qualcosa tanto per dirla. Gli piaceva riflettere prima di parlare, ma evidentemente alle ragazze questo genere di carattere non attraeva per nulla. Non che non fosse mai riuscito ad avere una ragazza, ma sicuramente Brian lo batteva.
Proprio in quel momento, Brian si fece avanti con le ragazze, che in quel momento si stavano guardando intorno un po’ spaesate.
«Ehi, ragazze» fece Brian. «Il locale è pieno, quindi che ne direste di prendere un tavolo insieme? Non credo che vi faccia piacere stare in piedi per tutta la serata».
Il suo carattere era fermo e sicuro di sé, e forse proprio per questo loro accettarono la sua proposta. Così, il gruppo di ragazzi si avviò verso un tavolo libero e si sedette sulle comode poltroncine. L’unica a sembrare a disagio fu la ragazza dal vestito blu, quella che lui aveva fatto entrare di straforo. Forse, non era neppure il suo genere preferito di locale. Provò ad avvicinarsi a lei, ma lei si irrigidì all’istante, neppure le avesse pestato un piede.
«Non ti piace il posto?» provò a dire lui.
«Non proprio» affermò lei, con un sorriso.
Rivolse lo sguardo verso la pista da ballo, dove un sacco di persone erano totalmente catturate da una canzone che un ragazzo stava suonando con la sua console.
«Ti capisco, di solito neanche noi veniamo in locali del genere, ma Brian ha insistito tanto» rispose lui.
«Mi chiamo Mitchell, comunque» provò a dire, tendendo la mano verso di lei. «Per gli amici Mitch».
Lei la strinse.
«Sarah».
I loro sguardi si incontrarono per un istante e lui riuscì immediatamente a notare, nonostante le poche luci del locale, il colore azzurro dei suoi occhi. Lo colpirono in maniera tale che in quel momento un pensiero gli trafisse la mente: non credeva di aver mai visto degli occhi così magnifici. Ma il momento passò, proprio quando Sarah distolse lo sguardo, appena in imbarazzo. Era davvero bellissima, su questo non c’era alcun dubbio.
Sarah sorseggiò un po’ della bevanda che il cameriere aveva portato a lei e al resto del gruppo. Brian era impegnato nel suo solito “show” e a quanto pareva aveva successo, perché sia le amiche di Sarah, sia Maison che Francis sembravano divertirsi. In seguito a una battuta di Brian, scoppiarono tutti in una gran risata, ma lui non riuscì a sentirla per via del forte baccano che faceva la musica all’interno del locale. L’unica che sembrava non apprezzare l’ambiente era proprio Sarah.
In parte Mitch riuscì a capire cosa provava e neanche lui, in tutta la sua vita, era mai stato quel genere di ragazzo solare, aperto e socievole. Non era mai stato antipatico a nessuno e solitamente era gentile e ben educato, ma questo non cambiava il fatto che era da sempre stato un tipo introverso e riservato. Non riuscì a capire perché quei pensieri gli fossero venuti in mente proprio adesso, ma non riuscì a fare a meno di pensare che quella bellissima ragazza dai capelli dorati, seduta di fianco a lui, rispecchiava in parte un po’ della sua personalità e d’un tratto si sentì molto più solidale nei suoi confronti piuttosto che verso Maison o Francis, o addirittura Brian.
Erano in quel locale da poco più di quaranta minuti e la serata sembrava andare bene, almeno per Brian, Maison, Francis e il resto delle ragazze. D’altra parte, lui si stava annoiando terribilmente e non era solo per via della musica, o delle persone che occasionalmente gli erano venute addosso nelle quattro volte che si era alzato dai divanetti, due per andare a prendere da bere al bancone del bar e le altre due per dirigersi verso il bagno. Era stanco e irritato, ma forse solo perché dopo una lunga e intensa giornata di lavoro, l’ultima cosa che avrebbe voluto fare era chiudersi in un locale senza finestre con una musica assordante che suonava persistente attraverso le grosse casse in mogano di ultima generazione.
A quel punto, si era quasi dimenticato di Sarah, la quale, in effetti, era seduta a non più di mezzo metro di distanza da lui, su quei divanetti di un colore rosso spento, e adesso lo guardava con un mezzo sorriso sul volto. Ebbe un piccolo sussulto al cuore.
Quindi, Sarah si rivolse a lui:
«Non sembra ti stia divertendo molto» fece una breve pausa. «Sbaglio?».
«Non è nulla. Sono semplicemente stanco» disse lui, senza approfondire l’argomento.
Lei annuì appena e, dopo qualche secondo di silenzio, parlò di nuovo.
«Come mai sei venuto, se non ne avevi voglia?» domandò lei, d’un tratto.
«Mi dispiaceva per Brian» rispose lui. «Sapevo che ci sarebbe rimasto male, se non fossi venuto».
«Ti capisco» fece subito Sarah, cogliendolo di sorpresa. «Lauren mi convince sempre a fare cose che non ho voglia di fare. Oppure, così stupide che a me sembrano illogiche, ma per lei invece sono idee ottime».
Lui non riuscì a trattenere un sorriso e non poté ignorare la piacevole sensazione che gli stava dando parlare con Sarah. Nonostante non si conoscessero per nulla, stabilì fin da subito che gli sarebbe stata simpatica. Sembrava divertente, spiritosa, ma soprattutto gli pareva che non si facesse remore nel dire ciò che pensava. A Mitch erano sempre piaciute le persone come quella Sarah. E lei sembrava essere proprio così, anche se ovviamente non ne poteva avere la certezza, per via del poco tempo che avevano trascorso insieme. Magari era totalmente diversa da ciò che appariva, ma a Mitch piaceva seguire il suo istinto quando si trattava di capire com’erano fatte le persone e finora non si era mai sbagliato.
A quel punto gli venne un’idea.
«Vivi lontano da qui?» domandò lui, rivolgendosi a Sarah.
«No, abito appena dopo la parte opposta del ponte, verso Brooklyn» una breve pausa. «Perché?».
Lui viveva praticamente dalla parte opposta, sopra un piccolo ristorante taiwanese, dove gli odori si sentivano fin sopra il suo appartamento se apriva le finestre che si affacciavano sulla strada e sugli alti palazzi opposti.
«Ti va se ti riaccompagno, così riusciamo ad andare via senza che la tua amica Lauren né Brian ci rinfaccino di essercene andati per una settimana intera?».
Non era sicuro che questa Lauren fosse come Brian, ma se lo era avrebbe fatto pesare a Sarah che andasse via sempre nei momenti più belli perché a parere suo era solo un’egoista. Brian sicuramente lo avrebbe fatto. Proprio per questo, almeno, entrambi avrebbero avuto una scusa plausibile per fuggire da quel locale.
Sarah Rimase a rifletterci e, dopo un minuto buono, alla fine rispose.
«Va bene» fece con un mezzo sorriso, visibilmente scettica.
Non era sicura dell’idea che lui aveva avuto, ma aveva acconsentito ugualmente; ciò non fece altro che rafforzare le ipotesi riguardo quella Lauren.
Entrambi si alzarono dai divanetti e, mentre lui andò spedito verso Brian, Sarah fece lo stesso con Lauren.
«Io sto andando via» pronunciò lui, come se nulla fosse.
Allora Brian lo guardò per qualche istante.
«Cosa vuol dire?».
«Che adesso mi dirigerò verso la porta e uscirò da questo locale».
«Sì, questo l’ho capito» disse Brian. «E dove vai?».
«Accompagno Sarah a casa, anche lei si sta un po’ annoiando e quindi…» lasciò la frase in sospeso e puntò lo sguardo verso Sarah, che nel frattempo stava parlando con Lauren. Brian fece lo stesso.
«Ma sei sicuro?» gli chiese l’amico.
«Sì, perché non dovrei essere sicuro?».
«Nulla, credo…» continuò Brian.
A quel punto Mitch non poté fare a meno di chiedergli che cosa gli prendesse.
«Non è niente, ma credevo che Sarah dovesse…» lasciò ancora una volta la frase a metà e Mitch cominciò a irritarsi.
«Mi vuoi dire qual è il problema?» chiese lui, diretto.
«Nessuno» concluse l’amico, guardando ancora una volta in direzione di Sarah.
«Perfetto».
E detto ciò, si voltò e si avviò all’esterno del locale, dando un rapido saluto a Maison e Francis, i quali ricambiarono, anche loro scettici.
Nel momento in cui fu fuori dal locale, si chiese automaticamente cosa stesse succedendo. Insomma, era uscito tante altre volte con una ragazza, quindi cosa c’era di strano se lo faceva con Sarah? Certo, il suo intento primario non era provarci anche se, in effetti, poteva tranquillamente ammettere che un po’ cominciava a piacergli; forse, era per il modo in cui sorrideva o magari per come lo aveva ringraziato. Magari era la sua voce, così dolce, o forse i suoi modi di fare gentili. Non lo sapeva per certo, ma aveva provato qualcosa; qualcosa che non aveva avvertito in passato con nessuna delle ragazze con cui era stato.
Quei pensieri furono interrotti da una voce che proveniva dalle sue spalle, lui si voltò e vide Sarah.
«Sono riuscito a convincere Lauren a non avercela con me, ma credo che per i prossimi due giorni questa storia verrà fuori molto più spesso di quanto dovrebbe».
Lui sorrise ancora e insieme si incamminarono lungo il marciapiede.
Rimasero per dieci minuti in silenzio. Era piacevole passeggiare di fianco a lei e si sentiva già a proprio agio.
Si ritrovò a guardarla per qualche istante senza che lei se ne accorgesse e non riuscì a non pensare a quanto fosse bella. Aveva un profilo delicato e una carnagione molto chiara, i suoi capelli le cadevano in boccoli morbidi lungo le spalle, fin dietro la schiena. Si riprese dalle sue riflessioni, agitando appena la testa.