I - Mitch-3

1510 Parole
«Devo dire che non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi in mezzo New York con un ragazzo che ho appena conosciuto» fece d’un tratto Sarah. «Non ti è mai capitato di uscire con un ragazzo, vuoi dirmi?» chiese lui. «Be’, è da un po’ di tempo, in effetti, che non esco con un ragazzo» rispose lei, ridendo spontaneamente. Lui non riuscì a capire cosa ci fosse di tanto divertente, ma trovò semplicemente fantastica quella sua risata. «Frequenti l’università?» domandò poi. «Il prossimo anno sarà il primo per me» confermò lei. «Andrò alla New York University». «Una scuola molto impegnativa». Lei annuì. «Lo so e dovrò mettermi sotto a studiare. Ma credo di potercela fare». «Ne sono sicuro» disse lui. «Come fai a dirlo, non mi conosci neppure!» fece lei, con un sorriso, mentre lentamente l’Empire State Building si avvicinava sempre di più a ogni passo che facevano. «Non ne sono sicuro, ma riesco a riconoscere una studiosa quando ne vedo una» fece una breve pausa e con il dito indicò la borsa di Sarah. «Inoltre, non tutti vanno in giro con un libro di Ernst H. Gombrich nella borsa». Lei abbassò lo sguardo verso la propria borsa, dalla quale usciva appena la punta del libro. Dopodiché voltò lo sguardo verso Mitch, piuttosto sorpresa, chiedendosi come avesse fatto a riconoscerlo. Mitch lo aveva già visto: ricordò una copia dello stesso autore proprio sullo scaffale pieno di libri di suo fratello. Sarah sorrise fra sé. Arrivarono di fronte l’entrata della metropolitana e scesero gli scalini per addentrarsi nel sottosuolo della Grande Mela. Impiegarono circa quaranta minuti per arrivare alla parte opposta del ponte, poi si diressero con l’autobus fino a Williamsburg, dove abitava Sarah. Scesero a circa sei o sette isolati prima, poiché il mezzo che avevano preso arrivava fino a lì. Dalla fermata su Glench Avenue, avrebbero quindi dovuto prendere un altro autobus che li avrebbe portati direttamente nel quartiere in cui viveva la ragazza. Ma loro decisero di andare a piedi. «Sei consapevole del fatto che dovrai tornare indietro fino al centro città, da solo?» chiese Sarah, mentre un leggero venticello si alzava, facendo muovere le foglie degli alberi di fronte le imponenti villette a schiera su entrambi i lati della strada. «Sì, ma non preoccuparti. Non credo che sia un quartiere pericoloso». «Oh, non ne sarei tanto sicura» disse Sarah, convinta. «Cosa vuoi dire?». «Be’, devi sapere che qui le vecchiette non fanno altro che spiarti dalla finestra e poi c’è il vecchio B, che sta per Banch Johnson, un veterano di guerra, completamente fuori di testa. Pensa che lui sostiene che l’hanno rapito gli alieni nel ’67 e da allora è convinto che torneranno per conquistare la terra da un momento all’altro». «Questo sì che fa paura» affermò Mitch, sentendosi rabbrividire all’idea di ritrovarsi un vecchio pazzo fanatico di ufo di notte, in mezzo a un quartiere quasi del tutto desolato. Sarah lo osservò di traverso per qualche secondo. Probabilmente si era accorta di avergli fatto venire i brividi, così disse: «Non ti preoccupare, è innocuo». Allora lui si rilassò appena. Dopo qualche secondo di silenzio, Sarah parlò. «A ogni modo, mi chiedo se sia valsa la pena fare tutta questa strada solo per riuscire ad andarsene da quel locale in centro». In quel momento, Mitch pensò quasi spontaneamente che ne fosse valsa la pena, ma non condivise quel pensiero con Sarah. Era strano, certo, ma nonostante la conoscesse da così poco, gli piaceva la sua compagnia. Forse, addirittura, poteva ammettere a se stesso che era proprio Sarah a piacergli. Arrivarono esattamente sotto casa della ragazza, la quale era infilata fra due altre villette, a due piani, di un color pesca molto chiaro. «Siamo arrivati» annunciò Sarah, fermandosi di fronte il cancelletto in ferro battuto di casa sua. Rimasero tutti e due per un lungo istante a guardarsi negli occhi, senza dire una parola. Lo sguardo di Mitch cadde per un secondo sulle labbra di lei, che sembravano di una morbidezza particolare, di un rosa chiaro. Non sapeva se l’avrebbe rivista ancora e, anche se avesse voluto, non aveva idea di come chiederle una cosa del genere. Ripensò a Brian, sicuramente lui gli avrebbe dato il consiglio giusto. Peccato però che adesso Brian non era lì, ma sicuramente a bere fino a stare male, il che significava che lui avrebbe dovuto sopportare le sue chiacchiere da ubriaco una volta rincasato nel loro appartamento. «Sarah, ti andrebbe di…». Ma in quel momento una luce si accese all’interno della casa. «Credo sia meglio che vada, adesso. Probabilmente è mio padre» fece una breve pausa. «Non è tranquillo finché non rientro» spiegò lei, con un sorriso. Tutto il coraggio che aveva avuto poco prima nel chiedere a Sarah di rivedersi svanì di colpo. Allora, appellandosi a tutti gli innumerevoli consigli dati dal suo migliore amico, fece ciò che avrebbe fatto Brian. Si avvicinò al viso di Sarah e, nonostante lei parve un po’ sorpresa, le loro labbra si toccarono. Fu un lungo bacio e a lui sembrò durare un’eternità. Sentì il delicato profumo che aveva messo. Quando si allontanò, vide Sarah con uno sguardo che era un misto fra l’imbarazzo e la sorpresa. In qualche modo, Mitch intuì che anche lei avrebbe voluto che lui la baciasse, ma d’altro canto sembrava molto scossa per ragioni che lui non riuscì a comprendere fino in fondo. Forse, pensò, era stato troppo impulsivo, ma d’altronde lo era sempre stato fin da piccolo. In quel momento, il ricordo di lui che saliva su un albero, lo stesso che suo padre aveva piantato proprio dietro casa, gli balzò in mente. Era salito per via di una sfida che al tempo aveva fatto con Rick, suo fratello. Quest’ultimo, infatti, non era mai stato un bambino molto impulsivo e fin da quando erano piccoli, si era subito accollato il ruolo di fratello maggiore e mentore nei confronti di Mitch. Quel giorno, proprio per la sua impulsività, Mitch si era arrampicato fino in cima ma, a causa di un ramo spezzato, cadde e si sbucciò entrambe le ginocchia, i gomiti e si fece qualche graffio sul viso. Sua madre, sentendolo piangere, si precipitò fuori e con sua grande sorpresa Rick si addosso tutte le colpe per l’incidente. Quando la sera arrivò suo padre, fu Rick a essere messo in punizione. Mitch si era sentito terribilmente in colpa e, nonostante avesse poco più di dieci anni, sapeva che perché l’aveva fatto. Suo padre aveva da sempre riversato su Mitch tutte le colpe, proprio per il suo spirito ribelle e per via del suo carattere impulsivo, quindi Rick era consapevole che la punizione sarebbe stata peggiore se fosse stato lui a prendersi la colpa. Quella stessa sera, Rick era dovuto rimanere tutto il tempo nella sua stanza, saltando la cena. Mitch, dopo aver finito di mangiare, gli portò un piatto con delle costolette e un po’ di purè che aveva sgraffignato senza farsi beccare dai suoi durante la cena. Il viso e l’espressione di Sarah gli avevano riportato alla mente quel ricordo, e nonostante lei fosse ancora di fronte a lui, dopo un lungo bacio, sembrava piena di sensi di colpa. A quel punto, senza neppure dire un parola, Sarah si voltò verso casa e fece per andarsene. «Aspetta, dove vai?» provò a dire lui. «Devo andare» disse semplicemente lei, cercando di non voltarsi a guardarlo. Mitch rimase fermo di fronte al cancelletto fino a quando la giovane non fu entrata in casa, non sapendo davvero cosa pensare. Evidentemente aveva sbagliato con lei, rifletté. Non c’era altra spiegazione. Allora perché avvertiva quella persistente sensazione che Sarah in realtà desiderasse quel bacio? Confuso e demotivato, scrollò la testa e si avviò di nuovo verso casa. Durante tutto il tragitto non poté fare altro che pensare a lei e al motivo per cui aveva reagito in quel modo. Arrivò nel suo appartamento a notte fonda, vide Brian disteso sul divano a bocca e a gambe aperte, completamente ubriaco. Si stese sul letto con tutti i vestiti addosso e, con le mani dietro la nuca, si limitò a osservare il soffitto, continuando a ripensare a Sarah. Si chiese se l’avrebbe rivista, ma con una certa malinconia dovette ammettere che le probabilità erano piuttosto scarse. Certo, sapeva dove abitava, ma una volta che si fosse presentato da lei, cosa le avrebbe detto? Non era molto sicuro che Sarah volesse avere qualcosa a che fare con lui, almeno non dopo che lui l’aveva baciata. Si chiese come facesse a rovinare ogni volta tutto. Sarah gli aveva lasciato addosso qualcosa di particolare, una sensazione che lui non aveva mai provato prima, tanto che ancora adesso non riusciva a togliersi dalla mente il suo sorriso, il suo sguardo. D’altra parte, si disse che era solo stanco, che l’indomani si sarebbe sentito sicuramente meglio e che, a ogni modo, era chiaro che quella ragazza non volesse rivederlo. Quindi, non aveva senso continuare a pensarci. In fondo, era solo una ragazza che aveva incontrato per caso in uno dei tanti locali di New York. Non la conosceva per nulla e non sapeva assolutamente niente su chi fosse o da dove venisse, o quale fosse la sua storia. Perché preoccuparsene, ormai ciò che era stato avrebbe dovuto dimenticarlo. Eppure, nei pochi istanti prima di addormentarsi, il viso di Sarah gli comparve vivido nella mente, quasi come un dipinto.
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