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Erano le 19,15 del 26 giugno 2014 e fuori pioveva.
Negli uffici della squadra Mobile di via Grattoni erano rimasti soltanto loro, il commissario Sergio Crema e l’ispettore Marco Quadrini.
Era trascorso ormai più di un anno da quell’indagine che li aveva resi per qualche giorno celebri; avevano, infatti, impedito che un assassino compisse un plateale omicidio durante le riprese di un film maledetto in piazza Vittorio e, grazie anche all’aiuto del critico Mario Bernardini, avevano permesso che Precari1 arrivasse nelle sale cinematografiche di tutta Italia, lanciato da quell’incredibile spot in cui fiction e realtà parevano confondersi.
I due colleghi si alzarono in simultanea e si avvicinarono all’appendiabiti per recuperare i loro giubbotti-copertura. In quel momento alla radio passarono Ho perso le parole di Ligabue.
“Gran pezzo”, disse il commissario lanciando uno sguardo di sfida verso il collega.
“Sopravvalutato, come quasi tutta la produzione di quell’autore”, sentenziò, come gli era già capitato di fare in passato, l’ispettore.
“Non capisci un cazzo di musica Marco, tieniti il tuo Vasco Rossi e i suoi testi con quattro parole”.
“Se ti riferisci a Un senso, quello sì che è un gran pezzo”.
“Mai quanto Non è tempo per noi, mette i brividi”.
“Sarà, ma un capolavoro come Albachiara nella discografia del Liga non lo si trova”.
“Certe notti è la mia risposta ad Albachiara, uno a uno e palla al centro”.
“Tanto non ti convincerai mai, Vasco è un vero rocker, altro che il buonismo di Ligabue”.
“Sarà, ma preferisco che un domani i miei figli vadano a un concerto di Luciano piuttosto che a una pietosa recita di quello squilibrato”.
Marco Quadrini non replicò perché sapeva che quella discussione non li avrebbe condotti a nessuna forma di convergenza. In fondo era giusto così. Si erano sfidati a colpi di canzoni, Liga contro Vasco, già in passato e ognuno aveva mantenuto la propria opinione.
Sergio Crema si infilò il suo solito giubbotto di seta lavata blu che faticò a chiudere a causa di una voluminosa pancetta in espansione.
Promise a se stesso, per l’ennesima volta, che si sarebbe iscritto a un corso di nuoto per combattere l’avanzata del grasso, ma non lo disse ad alta voce perché sapeva che l’amico gli avrebbe rammentato che quel proposito aveva radici ormai lontane nel tempo.
“Andiamo?”, domandò l’ispettore notando un rallentamento nelle intenzioni del commissario.
“Sì, certo”.
Sergio stava per raggiungere Marco, ormai quasi fuori dall’ufficio, quando il telefono sulla sua scrivania squillò.
Una, due, tre volte.
Il commissario e l’ispettore si guardarono sconsolati prima di ritornare sui propri passi.
Marco Quadrini pensò per un attimo di andarsene, ma non l’avrebbe mai fatto perché quello di aspettarsi, quand’era possibile, uscendo dal lavoro era uno di quei rituali ormai consolidati nel quotidiano.
Sergio Crema afferrò il telefono con un unico obiettivo: mettere fine alla conversazione in entrata il prima possibile e fiondarsi a casa per giocare con i suoi bambini.
Quadrini osservò l’espressione che il volto del collega assunse una volta iniziata la conversazione e gli bastarono pochi secondi per comprendere che qualcosa di importante era accaduto.
Scosse la testa, si sfilò il giubbotto, e rimise in moto il cervello.
1 Vedi Scena del crimine. Torino, piazza Vittorio, Rocco Ballacchino, Fratelli Frilli Editori, 2014.