XII
“Piove che Dio la manda”, sottolineò Marco avvicinandosi alla finestra dell’ufficio.
“E la chiamano estate...”, ribadì Sergio Crema che dopo il precedente briefing si era dedicato a tutt’altro senza smettere però di pensare a quel caso/non caso privo di un delitto e, di conseguenza, senza un colpevole da ricercare.
Verso le 18,50 un agente entrò trafelato nella stanza e si diresse, senza salutare, verso il commissario.
“Questo è per lei”, disse passando un foglio al suo superiore.
“Di che si tratta?”.
“È un fax, l’abbiamo ricevuto qualche minuto fa”.
Sergio Crema non disse nulla e lesse il messaggio, scritto con un PC, che confermava la sua precedente ipotesi:
Odio la banalità. Se vuoi un’altra prova della vera grandezza vai sotto il monumento al Re cacciatore, troverai una sineddoche.
“È di nuovo il nostro amico”, il commissario passò il testimone al suo collega e si fiondò su Internet.
“Il re cacciatore? Di cosa..,”.
L’ispettore non terminò la costruzione di quella frase perché venne interrotto da un Sergio Crema in chiara fase di esaltazione.
“Si tratta di Vittorio Emanuele II e la statua si trova all’incrocio tra Corso Galileo e Corso Vittorio. Dovrebbe trattarsi di Largo Vittorio”.
“Quella roba altissima?”.
“Esattamente”.
“Sono già in macchina”, urlò Quadrini, mentre lanciò la mantellina che Sergio Crema indossò sopra il giubbotto di seta lavata blu, stile anni ottanta, che lo contraddistingueva da sempre.
“È a poche centinaia di metri da noi, Marco”.
“Lo so, ma dubito ci stia aspettando”.
“Prima arriviamo meglio è, comunque”.
Fu il messaggio assai poco subliminale che il commissario inviò al collega mentre uscì dall’ufficio. Invitò subito dopo Ansaldi e Marini a seguirli.
Una volta in macchina imboccarono corso Vinzaglio e si diressero spediti verso quello che i torinesi di una volta avevano definito come “il candeliere”, e non si trattava di un complimento.
“Comunque questo qui è ben informato, ha anche il nostro numero di fax”, disse Quadrini mentre effettuava un paio di sorpassi a dir poco azzardati.
Sergio Crema anziché rispondere immediatamente a quel ragionamento percosse con un paio di colpi di indice lo schermo del telefonino e raggiunse in meno di dieci secondi l’informazione desiderata.
“Hai capito cos’ho detto, Sergio?”, reiterò l’ispettore.
“Il numero di fax si trova sulla homepage del nostro sito, probabilmente il nostro nemico deve essere uno che addirittura sa navigare su Internet”, disse il commissario mostrando al collega quella schermata.
“Vaffanculo Sergio”, quella risposta coincise con il momento del loro arrivo sul luogo segnalato attraverso la nuova rivendicazione.
L’enorme monumento sorgeva tra due corsi assai trafficati. Marco Quadrini dovette, infatti, effettuare un paio di giri intorno alla statua prima di decidere di parcheggiare a cavallo tra la strada e l’aiuola che circondava il monumento dedicato al Padre della Patria.
Crema e Quadrini circumnavigarono il monumento alla ricerca dell’indizio mentre gli altri due colleghi si mossero nelle strade adiacenti nel tentativo di scovare qualcuno che potesse avere un atteggiamento sospetto.
Il sacchetto era lì, bombardato da una pioggia bastarda.
Sotto la scritta A VITTORIO EMANUELE II.
I due poliziotti si avvicinarono lentamente. Erano convinti di trovare un’altra ciocca di capelli, ma, dopo essersi inginocchiati lentamente, capirono che il livello di quella potenziale minaccia aveva compiuto un salto di qualità.
Nel sacchetto trasparente, accanto al numero 3, scritto nuovamente al PC, c’era un polpastrello mozzato con del sangue rappreso alla sua estremità.
Marco provò ad allungare il braccio, ma Sergio gli serrò il polso per bloccarne l’avanzata.
“Non toccare nulla. Voglio qui quelli della scientifica”.
“Ok”, replicò l’ispettore Quadrini.
“Devo essere sicuro che non abbia lasciato alcuna traccia qui intorno”.
“Li avverto subito”.
Sergio Crema sapeva che quell’intervento non sarebbe passato inosservato, ma non poteva più sottovalutare la cosa.
Chiamò perciò anche la Bonamico che, dopo aver accolto con qualche perplessità l’iniziativa, disse che l’avrebbe raggiunto il prima possibile sulla scena di quel crimine sempre meno teorico.
Crema si avvicinò quindi a Quadrini e l’invitò a sentire la Questura per rintracciare, il prima possibile, la fonte di provenienza di quel fax.
“Nel frattempo io faccio un giro qua intorno. Stai qui a presidiare”, aggiunse il commissario prima di attraversare la strada in diagonale, ignorando completamente l’esistenza delle strisce pedonali.
Si mosse con addosso la convinzione che il fax non poteva essere partito da troppo distante rispetto a quel luogo.
Il loro “interlocutore”, infatti, doveva averlo inviato poco dopo aver abbandonato il sacchetto sotto il monumento ed essersi allontanato dall’incrocio speditamente.
Tutto doveva essere sincronizzato in modo da segnalare tempestivamente la presenza del polpastrello alla polizia, ma, allo stesso tempo, permettere al mittente del minaccioso messaggio di allontanarsi il più possibile prima dell’arrivo degli agenti.
Sarebbe stato troppo rischioso stare nei paraggi attendendo di frantumare finestrini dopo quanto era accaduto soltanto una settimana prima.
Il commissario lo sapeva, ma si affidò al suo intuito e, soprattutto, al suo smartphone per risalire, attraverso un’applicazione che aveva scaricato dal Playstore, alle cartolerie o tipografie che si trovavano in quella zona.
Una volta visualizzato quell’elenco pensò che quella più “sicura” per il loro sfidante doveva trovarsi in una via interna, una delle tante perpendicolari a corso Vittorio.
Fu così che un paio di minuti dopo entrò nella cartolibreria Forneris coltivando in cuore la convinzione di trovarsi al posto giusto.
Sulla porta d’ingresso una vetrofania pubblicizzava la possibilità di spedire fax da quel posto che, ad una prima occhiata, parve al commissario immerso nel caos più assoluto.
L’anziano uomo che si trovava al di là del bancone impiegò diversi secondi prima di rendersi conto dell’ingresso di un nuovo cliente.
Sergio Crema notò subito che il proprietario di quel “bordello” era vestito in maniera insolita rispetto alla stagione. Era evidente che il tempo così piovoso avesse condizionato il suo look da baita in montagna.
“Buongiorno”, disse il commissario ridestando il cartolaio dal suo stato di assenza.
“Dica pure”.
“Sono Sergio Crema, commissario di polizia”.
“Della polizia?”.
“Sì, esattamente”.
“Io gli scontrini li do a tutti”, biascicò con voce tremante alzando in contemporanea entrambe le mani in segno di resa.
“Complimenti, allora. Meno male che qualcuno lo fa. Io, però, non sono qui per quello”.
“In cosa posso esserle d’aiuto?”.
“Volevo sapere se nell’ultima ora è venuto qualcuno a chiederle di fare un fax”.
“Sì, mi pare proprio di sì. Il numero a cui ho inviato quel foglio sembrava di queste parti”.
Sergio Crema stava per porre un’ulteriore domanda quando il suo cellulare vibrò e squillò in simultanea.
Era Marco.
“Dimmi?”.
“Abbiamo l’indirizzo del mittente...”.
“Via Bellini 7?”, domandò il commissario smorzando l’entusiasmo del collega.
“Come lo sai?”.
“Sono già qui dentro”.
“Ok, almeno hai avuto un’ulteriore conferma”.
“Sì, della lentezza dei nostri tempi, a dopo”, sentenziò il commissario senza dare modo all’ispettore di rinfocolare quel dialogo.
“Torniamo a noi, signor Forneris, vero?”.
“Sì, Alberto Forneris, da ottantadue anni ad agosto”.
“Mi può descrivere l’uomo che aveva di fronte”.
“Ma... non so...”, quelle esitazioni innervosirono il commissario.
“Qualcosa ricorderà...”.
“Del viso poco... Aveva una corporatura simile alla sua, una mantellina come la sua..”.
“Stai a vedere che sono stato io e non me ne sono accorto”, pensò Sergio in attesa di qualche informazione maggiormente interessante.
“Purtroppo non si è tolto il cappuccio che gli copriva la fronte e aveva sul collo una di quelle cose che si usano oggi...”.
“Uno scaldacollo?”.
“Sì, nero. Lo teneva sopra la bocca”.
“Quindi non riuscirebbe a fare un identikit”.
“Mi sai nen..”, il cartolaio si aggrappò al proprio dialetto per manifestare la propria estraneità a quella vicenda.
“Nulla? Gli occhi li avrà visti”, stava iniziando a spazientirsi.
“Quelli erano scuri: castani o marroni”.
Non era un grande passo in avanti, ma il commissario incasellò comunque quell’informazione nella propria memoria.
“Cosa le ha detto? Aveva un accento particolare?”.
“Non so se era dei nostri, parlava in italiano”.
Sergio Crema capì che per “i nostri” intendeva i piemontesi, in opposizione a un “loro” in cui ci entrava tutto il resto del mondo, lui compreso.
“Avete parlato di qualcosa mentre inviava il fax?”.
“Delle solite bale, del tempo e degli acciacchi”.
“Mi dica qualcosa di più, per favore”.
“Abbiamo chiacchierato del mio mal di schiena. Anche lui pativa gli stessi dolori, poi ha detto una cosa che non ho capito”.
“Cosa?”.
“Che dipendeva anche dalla sua regione, qualcosa del genere. Ma forse ho capito male io”.
“Magari voleva intendere dal lavoro che faceva in passato, legato alla sua regione d’origine?”, provò a decriptare il commissario.
“Mi sai nen, non mi sono mica scritto quello che mi ha detto”, rispose il vecchio iniziando a spazientirsi.
“Secondo lei quell’uomo ha toccato qualcosa qua dentro?”.
“Non mi pare e poi aveva dei guanti”.
“Lo immaginavo”.
“Ma cos’è successo?”.
“Nulla, per ora...”.