ENRICO - Ha i capelli lucidi, neri come l’ala di un corvo

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ENRICO - Ha i capelli lucidi, neri come l’ala di un corvo 1 Ha i capelli lucidi, neri come l’ala di un corvo, a spiovere sulle gote pallide. La frangia è tagliata di sghembo, come avesse fatto da sola davanti allo specchio, servendosi di una forbice da giardiniere. Neri anche gli occhi, di trequarti, così vivi che sembrano inseguire i miei se mi sposto a destra e a sinistra. Sopracciglia folte, unite sopra il naso. Le labbra sono rosso acceso, umide e socchiuse sui denti. Non è un vero sorriso, somiglia più a una smorfia. Una boccaccia da monella impertinente, che ha capito dove può spingere la sua provocazione. Non recita, come le donne mature, ma in qualche suo modo inconsapevole sente che non susciterà risentimento. Mi correggo. Sono labbra sod­di­sfatte. Enfiate dai troppi baci, ecco. La bocca di chi ha appena fatto l’amore e ancora vorrebbe... Mammamia. Per fortuna nessuno registra i miei pensieri. Ecco quel che accade a far vita da eremita. Perversioni da pedofilo, visto che Ophelia non avrà più di... sedici anni? Sotto il maglione di lana, informe e portato a pelle, le spalle sono strette e spioventi. I seni si indovinano solo per via dei capezzoli. Turgidi, alti e distanti. Ophelia potrebbe essere mia figlia, ne avessi una (non ne ho), ma sono proprio i piccoli dettagli a spostare gli equilibri della vita. Metti che a Mendatica vendevano barattoli di pittura. Metti che scendevo a Pieve di Teco. O ruotavo la poltrona trenta gradi a sinistra. O mi piaceva il color merda. Adesso non sarei qui, davanti al fuoco che crepita vivace, inseguendo auspici negli occhi di una ragazzina immaginaria. Inquietanti, quegli occhi, stasera. Restituiscono bagliori sanguigni (le faville del camino?), celano verità inconfessabili, lanciano avvertimenti che forse mai coglierò. Accidenti, che faccio? Prendo paura? Lo stereo è ammutolito. Tutta la casa scricchiola. Ovvio, è legno stagionato. La canna fumaria erutta cenere e fumo nero, come un Vesuvio casalingo. Una persiana sbatte a ritmo di swing. Quella della cucina, sopra il lavello. Il telaio è fradicio e non c’è verso di incastrarla. Per questo la lascio libera. Venga pure il ladro della notte. A rubare che? C’è vento, stasera. Gelido vento dal nord. Porta il soffio della prima neve. 2 Il paesaggio del quadro. Lo sfondo dietro Ophelia. È ciò che si vede dal balcone di questa casa, quello della camera da letto al primo piano. Ci ho messo un po’ ad arrivarci perché adesso è tutto verde di pini e i tetti delle case sono rossi e grigi. Ma è lui, senza fallo. In inverno. Coincide. Il pittore era qui in inverno. Se giudico bene la prospettiva, Ophelia stava qui, fuori dalla portafinestra, addossata alla ringhiera. E bravo il pittore francese, artefice della macchiamerda. Pochi dubbi che l’abbia prodotta lui, lo sa il Signore come. Mi piacerebbe parlargli a tu per tu. Comincia ad avere parecchie spiegazioni da darmi. Se ne stava lì sul terrazzino, incurante del termometro sottozero, coltivando il suo immaginario erotico. Perché la tela ha chiari riferimenti sessuali. Mi ci sono consumato gli occhi tre sere di fila. Conosco gli uomini e conosco le donne. A questo, almeno, è servita la mia escursione nel mondo di chi conta. Ritratto della sua compagna, o parto di fantasia? “L’inquilino precedente era un pittore. Francese”. Essenziale e riservata, la ragazzona dell’agenzia. Non ha specificato se viveva solo, con l’amante o dieci gatti. Quanti anni potrà avere, l’artista? Era un ragazzino strafatto o un vecchio porco? Per risolvere l’arcano dovrei bazzicare di più i miei vicini di casa. Salterebbe fuori tutto, come un misirizzi dalla sua scatola a molla. Ma il gioco vale la candela? Chi dico che sono? Un artista anch’io? Varrebbe come pass per la mia asocialità. Anch’io pittore? No, quelli hanno le unghie sporche di colore e vanno a spasso con cavalletto e acquarelli. Ci devo pensare. Ci devo pensare sul serio. Alla desolante verità – un politico trombato – non crederebbero. È un’esperienza nuova, quella di ragionare con me stesso seduto in poltrona. Come presiedere una sottocommissione lavori pubblici dentro la mia testa: litigi, compromessi, accordi, mozioni d’ordine. Il guaio è che mi sto abituando, sera dopo sera, bottiglia dopo bottiglia. Vivo aspettando questo momento, e quando viene è confortevole e caldo come una tuta di felpa. C’entra l’astinenza dal sesso, dici? È possibile, è possibile. Prima o poi dovrò dare sollazzo al “fratellino”. Quella roba che ci si forma dentro avvelena il sangue e il cervello, se lasci che s’accumuli in eccesso. Ci lavorerò su. Te lo prometto, Ophelia. 3 L’ho vista! Non più di un quarto d’ora fa. Ophelia. Giù, in giardino. Stavo per assopirmi, avevo già spento l’abat-jour, quando un crick-crack proveniente da fuori mi ha fatto scattare in piedi, teso come una corda di violino. Un ramo spezzato. C’era gente. Lei era là, immobile sotto la luna. Ha sollevato il viso ver­so il terrazzo – il suo terrazzo – e i nostri occhi si sono incontrati. Non ho fatto un gesto, sforzandomi di restare immobile dietro i vetri. Capirai, stavo in pigiama, (spaventato) non volevo spaventarla. Anche lei mi ha visto. Le sue spalle hanno avuto un fremito. Si aspettava di trovare qualcuno, ma non me. Un attimo dopo è fuggita. Trattengo la sua immagine e non voglio separarmene (è vero che si forma sulle retine a rovescio ed è il cervello a rimetterla a gambe in su?). Forse stava lì da prima, il riflesso di un desiderio e di una voluttà, dopo tutte le ore passate a scrutare i minimi dettagli di quel viso. Nossignore. Non sono così fuori. In corpo ho soltanto un avanzo di vino rosso del pranzo di mezzodì. Un fantasma? Pare si mostrino alle persone perdute, o in fin di vita, o sull’orlo della pazzia. Mi iscrivo alla lista, ma a queste fole non credevo neppure quando a raccontarle era mia nonna Eufemia, durante i temporali d’agosto. Più la spronavo – avanti, vai avanti! – più s’affannava nei particolari. Lenzuola ondeggianti, teschi dalle orbite vuote... poi lo schianto del tuono ci faceva sobbalzare, più lei di me. Era Ophelia in carne e ossa. Voglio sapere di lei. Voglio conoscerla. Voglio parlarle.
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