ENRICO - Un passo che non dovrei compiere
1
Un passo che non dovrei compiere, perché è facile immaginare dove porta. Un passo che sto già compiendo mentre infilo la scheda nel telefono pubblico giù in piazza. Cellulare? Ne ho due, ma restano spenti. Non ci tengo a sapere chi chiama e chi no.
Suona libero.
Se non risponde al quarto squillo, butto giù.
Se non risponde...
«Immobiliare. Sono Marika, cosa posso fare per lei?».
Neppure il terzo. Buongiorno e maledizione a te, Marika.
«Dottor Oliviero. Qualche problema?».
Nessun problema. Sempre molto soddisfatto dell’acquisto. Ieri ho buttato l’occhio sull’impianto del riscaldamento e non so da dove iniziare per avviarlo. L’inverno è ancora lontano, ma se richiede una revisione o devo far scorta di gasolio...
«Certo. Logico. Invece ha fatto benissimo a chiamare. Fissiamoci un appuntamento, le spiego tutto di persona».
Non le chiederei di arrampicare fin quassù, ma purtroppo non vedo altro modo. Magari una di queste sere, chiuso l’ufficio, qualunque ora va bene. Per sdebitarmi, la invito a cena nel fine settimana. Naturalmente se non intralcio altri programmi.
«Ho un’idea migliore. Passi lei in ufficio, domani sera per le sette e mezza. Mangiamo qualcosa e poi facciamo un salto su. Penso io al ristorante, se si fida».
Certo. Senz’altro. A domani. E ancora scuse.
«Non ci pensi, dottor Oliviero».
Enrico.
«Enrico».
Il dado è tratto. Riappendo la cornetta sudata e partono i primi dubbi. Devo essermi bevuto il cervello. Neppure ho la certezza di aver visto proprio Ophelia, in giardino. Qualcuno stava lì, stanotte – dico una persona in carne e ossa – e questo è un fatto. Ma al buio e con la luna di fronte posso averci messo del mio. E poi, se anche non sbaglio? Se davvero sono sul punto di pizzicare la misteriosa modella? La faccio entrare in casa, le piazzo una mano sulla spalla e mi informo se, oltre a posare per il ritratto, non c’è scappato qualcos’altro con il francese...
(se è disponibile a fare lo stesso con me?).
Infine Marika. Reclamerà il premio della sua solerzia. Sai che sacrificio. Ma così prende la via del cesso il mio investimento di segretezza e solitudine. Con centinaia di migliaia di euro a far da carta igienica. Le donne hanno la bocca larga, ripeto. Le voci corrono e prima o poi arriveranno a un pirla che si ricorda di Enrico Oliviero...
Conta un fico.
Nessuno mi costringe, nessuno mi comanda.
Faccio e disfo, la mia vita è mia.
Sensazione bellissima.
Per ora si va avanti, perché mi fa stare bene.
Non c’è, non dev’esserci un perché.
Magari domani cambio idea e mi voto all’alpinismo.
2
«Zuppa di lumache e porcini. Specialità locale».
Ottima, approvo con il cucchiaio alzato. Orrida, invece, ricorda il pastone che mio nonno preparava per i segugi.
Il ristorante è, ovvio, in puro stile montanaro. Esagerando, si chiama addirittura “La Baita”. Menù a base di funghi e arredi in arte povera. C’è persino un vecchio bracco che si aggira per i tavoli e sbava sulle scarpe dei clienti. Non molti, stasera, ma bisogna tener conto che è venerdì. Nessuno nella saletta al primo piano. Marika deve esserci di casa e ha fatto le cose per bene.
«Ti dona, la barba».
Passo una mano sul mento ispido. Soprattutto è comoda.
«Quanti anni hai, Enrico?».
Festeggiati i cinquanta, dico. Mi risparmia i commenti d’uso. L’abilità di venditrice non l’abbandona neppure nel privato.
«Moglie? Figli?».
Mostro la mano sinistra con il cerchietto d’oro all’anulare. Alzo le spalle e scuoto il capo per la seconda parte. La risposta sembra piacerle.
«Quanto conti di fermarti, in valle Arroscia?».
Dipende, dico.
«Come ti trovi? Passeggiate?».
Mi rendo conto che non posso continuare tutta la sera così, compreso nella parte del bel tenebroso. Okay che con le donne funziona, come da copione ben oliato. Ma qui dovrei essere io a farla parlare e non viceversa. Paura di iniziare? Esatto. Paura di ciò che potrei scoprire? Anche. Paura di scoprirmi? Naaa!
Passeggiate zero, racconto, ma mi sto organizzando. La scusa è che non sono un gran camminatore. Per ora ho sistemato la casa e soprattutto mi sono riposato. Non prendevo vacanze da tanti, tanti anni. E sentivo il bisogno di dire basta.
«Eri già stato da queste parti?».
“Neppure dipinto” suonerebbe strana. Creo al momento: a sciare, da studente. D’estate ho sempre preferito il mare. Ma adesso sulle spiagge c’è casino dappertutto, a meno di volare lontano. La montagna ti offre solitudine a pochi chilometri dal mondo civile. Quello che cerco.
«Allora conti di restare per un po’».
Conto? Conto un cazzo oramai, ma lei che ne sa... Butto lì che resterò fino alla prima neve. Potremmo sciare insieme.
«Non dobbiamo aspettare tanto. Conosco un sacco di posti bellissimi nei dintorni. E ti confido un segreto. Ho una moto da enduro, potentissima, e conosco tutti i sentieri di queste montagne. Non dovrai fare un passo, se non lo desideri. Trattamento speciale, riservato ai nostri migliori clienti».
Intravedo uno spiraglio verso ciò che mi interessa. Deve rendere bene l’agenzia, dico.
«Gli affitti vanno tutto l’anno, ma di vendite se ne fanno con il contagocce. Girano pochi soldi, di questi tempi».
Resta abbottonata e mi spara il suo pallone sonda. Legittimo. Quanti uomini in fuga da se stessi hanno la mia apertura di credito? Prima che mi creda un affiliato della mafia, le tiro un ossicino. Sono socio in uno studio di commercialista, dalle parti di Pavia. Verità parziale. Non me ne occupo da dieci anni, le mie due legislature. Ho ripreso a luglio per sei settimane di... quaresima: la spinta decisiva a rifugiarmi quassù.
Break. Per il resto della cena ci scambiamo pareri sul cibo, battute stantie e sorrisi beoti come una qualunque coppia clandestina. A mezzanotte la sua Panda gialla segue il mio Cayenne nero fino alla baita e l’evento riscuote l’approvazione incondizionata del “fratellino”. La ritirata dalle sue incombenze istituzionali è durata meno dell’altra volta. Sì, c’è stata un’altra volta. Nel complesso tre mesi di forfait in trentasei anni sulla breccia: un curriculum che definirei di assoluto rispetto.
Marika ha polpacci forti da podista e una leggera lanugine sulle braccia abbronzate. In casa muove con una dimestichezza sospetta. Conosce il territorio. Pensiero molesto: ci sarà un suo ritratto nel sottotetto?
Il pittore. L’artista maledetto. Eccolo che ritorna.
Non c’è tempo. Lei tende una mano e fa strada sulla via delle scale. Quando si spoglia, ho la conferma che è lontana un paio di categorie dal mio ecosistema abituale, ma la ringrazio per avermi evitato il perizoma d’ordinanza.
3
Sul parquet di ciliegio spicca una bottiglia di grappa, decorosamente piena, avanzo delle mie notti solitarie. Marika non fa commenti: la stappa con i denti e ci incolla le labbra con quel movimento a risucchio che ho già imparato ad apprezzare. Non entreremo nel guinness per la prestazione di questa notte, ma lei sembra incline a chiudere lì. A minuti raccoglierà le sue cose e mi darà il bacio del buon riposo. Forse il suo codice prevede che la prima sera ognuno dorma nel suo letto.
Time over. O mi butto o chiudo bottega.
«Il pittore», dico al cuscino.
«Chi?».
«Quello che aveva in affitto la casa. Pensi tornerà?».
«Non credo. Perché me lo chiedi?».
«Curiosità. È stato qui molto?».
È palese che l’argomento non l’appassiona. Le sue mani a coppa sotto il mento sembrano avvertirmi che quando è in pausa-sollazzo terrebbe volentieri da parte il lavoro.
«Cercava una casa in affitto e io gliel’ho fornita. A Pasqua dell’anno scorso ha versato dodici mesi in anticipo e i nostri rapporti sono finiti lì. Fino ai primi di febbraio, quando mi tornano inevase le bollette dell’acqua e della luce. Vado a chiedere spiegazioni e lui è sparito. Casa vuota, in ordine perfetto. Come l’hai vista tu».
«Sparito di colpo? La polizia non ha fatto indagini?».
«Polizia? Per poche decine di euro? Gli artisti sono strani, a certe cose non pensano. Ho atteso che scadesse il periodo di locazione e ho rimesso l’immobile sul mercato. Il mandato dei proprietari era vendere e nel frattempo affittare».
Efficiente e di poche parole. In ufficio come a letto.
«Che tipo era?». Mi trema la voce mentre chiedo. Anche perché un suo piede lavora sotto coperta. È gelato ma piacevole.
«Meglio averlo perso. Alto, magro. Capelli e barba incolti. Non profumava precisamente di violette. Molto bohémien, se rendo l’idea».
«Giovane?».
«Più di me, sicuro».
Marika dovrebbe essere un pelo sotto i quaranta.
«Solo?».
Strizza gli occhi. «Mai visto in compagnia. In paese potrebbero saperne di più, ma ti consiglio di non chiedere. Qui la gente è riservata. I curiosi non sono popolari».
«Insomma. Meglio farsi i casi propri».
«Appunto».
«Non come me».
«Se ti interessa così tanto quel tipo, in ufficio ho copia dei suoi documenti d’identità... Ehi! Guarda che non sono andata a letto con lui, se è a questo che miri».
Le punto contro il seno destro la mano piegata a pistola.
«Giuralo!».
Resta incerta, non sa se ridere. Via libera.
«Confesso tutto. Ho messo ordine in soffitta e sono saltati fuori un bel po’ di quadri suoi». Meglio abbondare. «Non ne sapevi nulla?».
«No. Lì non ho controllato».
«Sotto il telo. Insieme ad altra cianfrusaglia».
«Strano. Tutto quel che c’è in solaio dovrebbe appartenere ai vecchi proprietari. Sei sicuro che sono proprio i suoi?».
«Sicuro no, ma sono piuttosto belli. Uno l’ho appeso di fianco al camino. L’hai visto?».
«Pensi sia venuta per parlare d’arte contemporanea?».
Gong. Intervallo finito. Fuori i secondi.
Si riparte.
4
«Credi dovrei restituirlo?».
Mattina del sabato. Alla fine Marika mi ha tenuto sveglio tutta la notte e anche ora se la sta prendendo comoda. Poggia la sua seconda tazzina di caffè sulla mensola del caminetto e avanza verso Ophelia, guidata dalla direzione del mio sguardo. Senza cerimonie strappa il quadro dalla parete. Vede la macchia sottostante, sorride. Poi ribalta la tela ed esamina il retro.
«È proprio il suo», mi chiama. «Guarda».
Leggo. Jean François Virenque. La firma dell’autore, vergata con pennello nero.
«Se sono tutti come questo, non sentirà la mancanza. Però puoi scrivergli e lasciar decidere a lui».
Separarmi da Ophelia? Questa non l’avevo messa in preventivo. Gliela sfilo delicatamente dalle mani per rimetterla al suo posto d’onore.
«Che mi dici del... soggetto? Può essere una del luogo?».
«Io sto a Vessalico, giù in valle. Non pretendo di conoscere tutti, qui. Ma puoi scommettere di no».
«Voglio dire. Secondo te si è servito di una modella?».
«In effetti era in cerca di una modella. Ha chiesto alla postina, alla nipote dei proprietari dell’albergo... Sì, anche a me. È andato in bianco con tutte quelle che conosco. Restava lì con un sorriso, a squadrarti in modo strano. Sarà stato interesse d’artista, non lo so».
«Già».
«Non mettere su strane idee. Sempre correttissimo. Modi dolci, quella cantilena francese. Alla fine si sarà arrangiato con la fantasia».
Guardo l’ora con intenzione. Le otto meno dieci. Mi sento svuotato di ogni energia e resta poco da dire. Quel poco lo dice lei. «Se vuoi prendere contatto, ti butto giù un appunto quando arrivo in ufficio. Hai un fax o una e-mail?».
«Neppure il cellulare».
«Dovrai passare tu a prenderlo, quando ne hai voglia. E porta il costume. Andiamo alle cascate dell’Arroscia».
«Marika?».
«Sì?». L’ultimo bacio è caldo, quasi come il primo.
«Ti interessa la politica?».
L’ho destabilizzata, ma è un attimo.
«Meno ancora del pittore. Anche quella puzza».
«Come hai ragione».
5
Marika trasale quando le faccio ciao dalla vetrina dell’agenzia. Dopo l’elusivo commiato del sabato, non si aspettava di rivedermi così presto.
Invece eccomi. Alle nove del lunedì.
«Caspita, sei di parola. Ti faccio subito quell’appunto».
Non è sola, e l’ultima cosa cui tengo è sbandierare i casi miei. «Niente scartafacci», replico in codice sperando ricordi la sua proposta di scampagnata. «Non parlavi, prima, di un sopralluogo per visionare la... proprietà?».
Un minuto dopo le sue lunghe gambe in pantaloncini kaki mi precedono alla porta. «Io esco per lavoro», lascia cadere al collega maschio curvo sull’altra scrivania. Quello nemmeno alza gli occhi dalla tastiera del computer.
Cosa mi spinge a fondovalle di mattina presto? No, non la nostalgia delle abilità rurali di Marika. Per dirla tutta il “fratellino” sta placido in disparte, quasi sdegnoso. Anche lui mi tradisce: servile come un portaborse, perfido come un compagno di partito.
Il quadro, il maledetto quadro.
Lui (lei) e nient’altro.
Le notti alcoliche, senza sogni e coscienza, non mi appartengono più. Sono diventato immune alla sbronza. Invece, ogni più piccola vibrazione nel buio ha il potere di stimolare nei miei nervi scoperti uno spasimo riflesso. Salto su, il cuore a ballare la rumba. E quando non ci sono scricchiolii (o fruscii, o sciacquii) naturali a disposizione, sospetto che l’inconscio ne inventi di propri, facendomi scalciare le lenzuola come un mustang che rifiuta il morso del cowboy.
Ogni volta scendo dal letto, trascino i piedi nudi alla finestra, scandaglio la notte. Ophelia potrebbe tornare. Il mentecatto che ha preso possesso della mia testa non vuol correre il rischio di mancarla.
Per il weekend la piccola aveva altri impegni, o le è capitato di passare in uno dei miei rari momenti d’incoscienza. In ogni caso, dopo l’ennesima notte bianca, questa mattina ero uno zombie che implorava un’ora di sonno. E la perfida, dal muro, a ridersela del mio impaccio, a spronarmi di andare avanti, abbozzando una piega delusa all’angolo della bocca.
E avanti significa Marika.
Lei è il tramite, il cordone ombelicale.
È anche un certificato di normalità. Ora quelli della baita sud salutano da lontano, quando metto piede in giardino. La vecchiarda a est mi ha recapitato un piatto di ravioli di borragine per il pranzo della domenica. Una Panda parcheggiato qui fuori fino al mattino fa miracoli.
Sì, sono come tutti gli altri.
E le cascate dell’Arroscia sono spettacolari, anche se nessuno ne ha mai sentito parlare lontano da qui. Ci si arriva da Mendatica, tagliando per uno stradino che s’insinua profondamente dentro un taglio fra le rocce, fino a diventare parte stessa del letto del fiume. Una ferita nella crosta del pianeta, non trovo altro modo di descriverlo, canyon o forra sembrano termini troppo esotici. Di sicuro c’è un’atmosfera cupa, angosciosa, che prende alla gola. E qui c’entrano, non poco, le derapate e i contraccolpi presi reggendomi ai fianchi di Marika, per cui la mia prostata non ringrazierà mai abbastanza.
Il salto della cascata ti si para davanti senza che tu possa prepararti. Una roccia a strapiombo, sbozzata a gradoni e ricoperta di muschio e crescione. La puoi risalire a piedi, volendo, perché la corrente è placida e non saranno più di due palmi d’acqua. È quel buio lassù in alto, dove rami frondosi si intrecciano per nascondere il cielo, a consigliare prudenza.
Nell’ombra quasi completa non fa certo caldo, ma Marika non sembra accorgersene. Quando mi volto a guardarla è già nuda e sta correndo a piccoli saltelli verso il laghetto. Mi guardo intorno. Nessuno. Sgombro anche il sentiero di avvicinamento. Il che garantisce parecchi minuti di franchigia.
Un fischio lacerante – da dove?, da dove? – accoglie il tuffo di Marika. «Marmotta!», grida lei per sovrastare il rumore del fiume. Non si riferisce a me, credo. Sembro di più un orso, mentre la seguo urlando dentro quel ghiaccio in fusione. Dopo, ci deve mettere del suo per farmi riprendere vita e colore.
Tempo mezzogiorno siamo di ritorno a valle.
Esco dall’agenzia con un biglietto fra le mani e lo sguardo assassino del collega di Marika appiccicato al culo. Fattene una ragione, caro il mio ciula-no.
Jean François Virenque è nato a Lione ventinove anni fa, sotto il segno dei Pesci. Ultima residenza conosciuta: il 3 di rue Baroncelli, Avignone. Recapito telefonico la scheda per cellulare di un gestore italiano. Indecifrabile, su fotocopia scurita, l’istantanea formato tessera.
Per la parte che resta del giorno, provo a miscelare questi dati strabilianti in tutti gli accostamenti possibili. Li disciolgo in alcool di gran marca. Rimangono tali. Ho già detto che il numero di telefono non risulta attivo?
Scrivergli? E quando risponde quello! Una vocina maligna, che ha gli accenti affettati del mio capogruppo in consiglio regionale, sibila che non ho tutto questo tempo a disposizione. Per una volta, penso abbia ragione.
E non mi piace il brivido che ora mi percorre la schiena.
Do colpa al bagno gelato e all’autunno incipiente.
In più, recidivo, ho scordato di accendere il fuoco.
Ophelia sorride sempre. Sempre più scettica.
Neppure lei ci crede.