3. La Simca ritrovata
Giovedì 10 gennaio, viale Romagna, ore 9.13
I ragazzi escono dal portone, in fila indiana.
Il commissario Benito Malaspina vede in ognuno di loro il figlio che non può avere.
Sua moglie finge di non soffrirne, ma ne soffre eccome. Ad acuirne il senso di colpa c’è quel suo inguaribile problema alle ovaie, proprio così hanno detto e sottolineato i medici e gli specialisti a cui si sono rivolti negli anni, inguaribile hanno ripetuto, e allora come donna privata della maternità si sente una donna a metà e senza alcuna speranza. Peccato, un figlio li avrebbe completati, avrebbe reso migliore il loro amore, la loro unione. Lo sanno entrambi, anche se non lo dicono, e il vero spettro per il commissario è che la moglie non ne soffra troppo, non cada in uno stato depressivo. Sarebbe la fine perché non saprebbe cosa fare, come aiutarla.
Per questo Malaspina vede suo figlio in questi ragazzi che gli sfilano davanti uno dopo l’altro, ragazzi che gli agenti stanno facendo sgombrare da uno degli appartamenti ritenuti ‘sensibili’. Li guarda, ragazzi e ragazze, e ci vede soltanto dei ragazzi e delle ragazze, semplicemente, non riesce a guardarli in un modo diverso da questo. Forse sbaglia, gli hanno spiegato che ormai c’è il Far West, che sono tutti armati e pericolosi, dal primo all’ultimo. Lo sa, lo sa bene che Milano ormai è quella che è. Ma a lui questi giovani sembrano soltanto lo specchio di un fallimento, quello della sua generazione.
Benito Malaspina getta a terra la sigaretta, lo sta nauseando appena accesa.
Si volta verso il marciapiede opposto di viale Romagna. Una drogheria, una latteria, una macelleria. Un bambino e una bambina giocano a rincorrersi. Ridono. Le loro mamme parlottano fra loro, la spesa, la crisi, il marito, il lavoro, quella del piano di sopra che scuote la tovaglia sul loro balcone, la gita al lago, un cinema la domenica pomeriggio.
Il commissario di finire alla Politica non ne aveva nessuna voglia, ma come tutte le cose che non si ha voglia di fare, presto o tardi capita di farle, a malincuore e con l’acidità di stomaco, che ogni caffè che butta giù sente bruciargli qualcosa dentro.
E così il Mala, come lo chiamano tutti, è finito proprio dove non avrebbe mai voluto essere, e gli brucia e sa bene che il caffè di responsabilità ne ha davvero poca.
“Qualunque cosa succede ormai è politica. Rubano una macchina: politica. Pestano qualcuno: politica. Ricattano qualcun altro: politica. Rapina? Politica. Scippo? Indovina un po’? Politica. Con ‘sta politica pare che non ci sia più nient’altro, né assassini né ladri né drogati. Sono spariti tutti. Hai visto com’era facile fare un repulisti? Basta cambiare nome alle cose!”.
Si era sfogato con Visintin, una sera, dopo lo sgombero di una casa occupata sui Navigli.
“Ciò sior comisario” aveva detto il suo attendente, che dal Veneto s’era portato due valigie, una fidanzata, la disciplina e un minimalismo verbale cantilenante che alle volte strideva, perché faceva sembrare quel lavoro, quello del poliziotto, un semplice lavoro, le persone e i loro atti delle pratiche da sbrigare in fretta. Ma Visintin mica lo faceva apposta, i veneti sono persone di poche parole, chiusi, diffidenti. E forse aveva ragione quell’ingenuo ragazzotto; che bisogno c’era di sprecare tante parole, di lamentarsi, di protestare?
“Abbiamo terminato con lo sgombero, commissario. Possiamo procedere con la perquisizione”, dice uno degli agenti arrivandogli alle spalle.
“Fate, fate” gli risponde il Mala senza nemmeno voltarsi.
L’agente si infila nell’androne di quel palazzo uguale a tanti altri palazzi.
Per qualche settimana era aleggiato nell’aria un suo trasferimento a Roma, ma poi dalla capitale dovevano aver scoperto che anche Milano odia e la polizia spara e viene sparata, così l’avevano lasciato dov’era. Non capisce più se è la città in sé o quella cosa del non poter avere figli, a regalargli questo perenne senso di sconfitta e di malinconia che si porta appresso come il suo fedele loden verde. Da quando è alla Politica, poco più di un mese, si è fatto crescere barba e basette, i capelli ha smesso di tagliarli e pettinarli e invece delle camicie s’è comprato all’Upim un set di dolcevita e lupetti di tutti i colori dell’arcobaleno, sfumature comprese. Gli hanno spiegato che è meglio stare alla moda in quella sezione, dare poco nell’occhio, soprattutto per la strada.
C’è una nebbia leggera e fa freddo, un freddo umido, tipico di gennaio. Tra poco arrivano i giorni della merla, i giorni più freddi dell’anno con le loro gelate. Poi, lentamente, la luce e il tepore risveglieranno la natura. Beata lei.
“Sior comisario mi perdoni di grazia”.
“Fate Visintin, ho già detto fate. E allora fate, no?”.
Che vuole ancora? Non gli aveva detto cinque minuti fa di andare a prendersi un caffè al bar? E poi della ragazza che sta cercando non c’è traccia neppure qui, perché affannarsi tanto con questa pantomima della perquisizione?
“Comandi sior comisario. xe per un’altra cosa”.
Il commissario si volta, Visintin è sull’attenti come uno stoccafisso.
“Quante volte ti ho detto di non salutarmi sempre a questo modo? Se qualcuno vuole fare la pelle a un funzionario di polizia non c’è sistema migliore. Tu mi saluti e quelli capiscono subito chi comanda. Se mi sparano te lo faccio tagliare quel braccio, anzi te lo faccio tagliare prima”.
Il potere logora, pensa, e lo fa tanto somigliare a Puglisi, il suo diretto superiore.
“Mi perdoni, ciò. Ha ragione. Ma hanno chiamato dalla centrale, hanno ritrovato la vettura”.
“Quale vettura?”.
“Quella che mi ha chiesto di far cercare”.
“La Simca?”.
La sua portinaia è da due mesi che gli fa la testa quadra col fatto che hanno rubato la Simca al marito e adesso per andare al lavoro deve prendere il tram e arriva sempre in ritardo anche se si sveglia mezz’ora prima del solito e poi insomma s’erano anche affezionati tanto a quel gioiellino di macchina. Ma come si fa ad affezionarsi a una Simca? A chiamarlo gioiellino? Ogni mattina la solita solfa, un disco rotto. Non ne poteva più, così ha delegato a Visintin la ricerca tramite l’aggancio con un altro veneto che sta alla sezione furti e rapine.
“Esatto sior comisario”.
“Dove?”.
“Vicino al Monte Stella”.
“In che condizioni è?”.
“Han detto che si sono divertiti un po’ a farci le sgommate nel fango, sa, quelle robe da giovani”.
“Andiamo, forza”.
“E la perquisizione del covo? Gli extraparlamentari?”.
“Ma come parli Visintin? È un appartamento in affitto con dentro cinque ragazzi, tre maschi e due femmine. Studenti universitari. Chiama le cose col loro nome, no? Semmai si facevano qualche sigaretta truccata. Ma quello è un problema dei genitori, mica della polizia, capito? Tu sei un baby-sitter?”.
“Un cosa?”.
“Lascia stare”.
“Però facevano l’orgia”.
Quando avevano suonato era venuta ad aprire una ragazza in mutande e reggiseno. Normale, erano le nove della mattina. Visintin con la sua morale avrebbe potuto lavorare col Papa, ma le guardie sono svizzere e per i veneti non c’erano ancora possibilità.
“Ma tu a casa tua in mutande non ci stai?”.
“Eh, poco sior comisario. Poco. Fa troppo freddo, sa. A gh’è el termosifone, ma el va mal, metà sì e metà no, xera meglio la stufa, sa?”.
“Prendi la macchina e taci. Ho mal di testa”.
L’Alfa Romeo Giulia milletré blu, attraversa Milano e la sua nebbiolina leggera, il suo freddo, le sue strade puntellate di semafori, di vetrine, di gente che lavora e di altra gente che si occupa della gente che lavora. Senza lavoro Milano non saprebbe cose fare, non avrebbe senso.
“Il caffè te lo sei preso?” chiede dopo dieci minuti il Mala.
“No, sior comisario”.
“Allora quando vuoi fermati, che non ci corre dietro nessuno. In fondo a questa via ci deve essere un Motta Alemagna. Così ti prendi il Buondì”.
“Comandi”.
“Visintin da quanto tempo sei a Milano?”.
“Un anno, tre mesi e sedici giorni”.
“Le ore non le conti?”.
“Come dice?”.
“Dico che devi imparare a parlare senza metterci sempre quella cantilena. Almeno un po’”.
“Comandi sior comisario. La mia morosa dice che ormai lo parlo bene il milanese, sa?”.
Ecco. Appunto. Come no?