4. La professoressa seduce le liceali
Giovedì 10 gennaio, via Torino, ore 14.27
Interno boutique.
La porta si apre, Beba entra. Alta, bionda, statuaria. Locale ampio, rettangolare, sul fondo camerini di prova, sul lato destro, vicino all’ingresso c’è la cassa, tre vetrine sulla strada. Lampadario enorme che spiove dal centro del soffitto, in pseudo cristallo. Sembra un grappolo d’uva marziana. Venti lampadine. Luci calde. Nella boutique i colori sono vivaci, con una predominanza di giallo, arancione, rosso. Ricordano il fuoco, le fiamme. La passione. All’interno c’è un’altra donna, sola, e una coppia attempata, lei guarda gli abiti, lui guarda le donne passare al di fuori delle vetrine. E poi c’è una coppia di commesse, una più giovane e una più anziana. La giovane saluta Beba, le si fa incontro con un sorriso.
“Buongiorno, posso esserle utile?”.
“Vorrei dare un’occhiata”.
“Ma certo, prego”.
La giovane commessa arretra ma non smette di seguire la figura della donna, gli occhi ne carezzano il viso, i capelli biondi, le spalle, il petto, i fianchi, le gambe. Le piace.
Beba si mette a guardare tra le due file di abiti femminili ordinatamente appesi alle grucce. L’uomo della coppia attempata si mostra impaziente, smette di seguire con lo sguardo tutte le donne che transitano al di là della vetrina, sul marciapiede, guarda l’orologio al polso, guarda la moglie, poi rassegnato dice “Esco a fumare”. La moglie neanche lo degna di una qualche attenzione, dice stancamente “Sì”.
La donna senza compagno invece si avvicina a Beba guardando i vestiti in vendita, con apparente casualità. Ogni tanto lei e Beba sfilano una camicetta, un blazer, un maglioncino in cachemire. Lo guardano, lo toccano, lo rimettono a posto. Quasi non se ne accorgono e si sfiorano le mani nel riporre una gruccia, una di fronte all’altra, si guardano.
Fermo immagine. Occhi azzurri di Beba. Occhi scuri, felini, della donna sola. Movimento impercettibile delle labbra, accenno minimo di sorriso da parte di entrambe.
“Mi scusi” dice la donna sola.
“E di cosa?” risponde Beba, e questa volta le sorride apertamente.
Sfilano un abito ciascuna, come se nei loro sguardi e in quelle poche parole avessero trovato un’intesa immediata, un feeling ancestrale, istintivo e animalesco.
La donna attempata intanto si avvicina alla cassa con una giacca color ocra, la commessa più anziana la serve, “Mio marito è noioso” dice la cliente.
“E quale marito non lo è?” commenta la cassiera, e nel dirlo sembra la regina della noia.
La commessa più giovane si avvicina piano ai tre camerini di prova, come se non volesse farsi notare.
Beba entra per prima in uno dei camerini, tira la tendina, ma non del tutto.
La donna sola entra in quello accanto.
Beba si sfila la giacca del tailleur grigio, sbottona lentamente la camiciola color miele. Resta in reggiseno, nero, a triangolo, semitrasparente. La giovane commessa la spia attraverso lo spiraglio lasciato aperto dalla tendina non completamente tirata. Beba la vede nel riflesso dello specchio del camerino, le sorride e non tira la tenda, le piace farsi guardare.
La donna sola si affaccia al camerino di Beba.
“Mi scusi. So che potrà sembrarle strano, ma non riesco mai a slacciarmi la lampo della gonna”.
Beba la guarda, scosta la tendina e la fa accomodare nel suo camerino. Le abbassa la breve lampo sul lato della gonna e la donna se la sfila, resta in slip, giarrettiera e calze nere velate.
Si guardano.
Beba si volta di spalle.
“Mi aiuta?”.
La donna sola le slaccia il reggiseno, Beba si volta, la commessa giovane le guarda, le spia, si morde il labbro inferiore, si avvicina piano al camerino e…
“E basta! Non s’era detto così!” grida Lorenzo Eller entrando in scena e impallando l’inquadratura.
“Stop! Stooop!” grida il regista, un uomo spettinato, folti baffi, in maniche di camicia.
“E te hai finito di riprendere, maiale d’un maiale?” chiede Eller rivolto ad una delle tre telecamere, il cameraman sui venticinque anni si stacca dall’obiettivo, sbuffa, e lascia andare il pulsante di ripresa.
“Ma non si può! Non si può! Portatelo via! Via!” dice il regista sollevandosi da una sedia pieghevole, che spinge di lato con un gesto esasperato.
I tecnici delle luci spengono i faretti alogeni, gli altri due cameramen non sanno se ridere oppure no così spengono soltanto e si guardano fra loro, due ragazzi posano il pannello riflettente che stavano tenendo inclinato verso il basso, scuotono la testa, “Aridaje” dice uno dei due con accento romanesco, “Ce famo ‘na paglia?” dice l’altro. Escono a fumare. Una ragazza, una delle segretarie di produzione, chiede con finto entusiasmo agli attori “Pausa caffè?”, conta le mani che si alzano e poi va a ordinare al bar accanto.
Lorenzo Eller sembra sul palcoscenico di un teatro, sembra recitare un qualche melodramma, “E non si può no! Dico io! Nella sceneggiatura è scritto chiaro e tondo: scena 38, la bionda, di spalle, resta senza reggiseno, mentre la bruna, in slip, lascia chiaramente intendere un incontro erotico tra le due donne, che troverà il suo culmine successivamente, nell’appartamento della bruna, scena 45, dove verrà coinvolta anche la giovane commessa, iniziata così alla pratica della sensualità saffica più raffinata. È scritto qua. Nero su bianco!”, sbraita sventolando i fogli spiegazzati del copione.
“Eller!” lo richiama Beba, la sua fidanzata. Quando si arrabbia con lui lo chiama sempre e soltanto per cognome, per sottolineare la sua disapprovazione.
“Zitta tu! E copriti le... due cose lì!” dice Lorenzo Eller.
“Senta lei, ma si rende conto che è già tanto che la faccio assistere?”, interviene il regista spettinato e baffuto, “Ma è la quarta volta che interrompe! La quarta! Qui stiamo lavorando! La-vo-ra-re. Sa che vuol dire?”.
“Certo che lo so, baluba!”.
“Ma un lavoro lei non ce l’ha che se ne sta sempre dietro alla troupe? Vuol farsi assumere?”.
“Ho tutte le cosine a posto, io. Lei piuttosto, non si vergogna? Come ha detto che si intitola questo film?”.
“La professoressa seduce le liceali”.
“Uella, che titolone, e pensa di portarlo in concorso a Cannes o a Venezia? Per gli Oscar cosa mi dice? Ce la facciamo a portarci a casa qualche statuetta?”.
“Ma come osa! Se ne vada! Fuori!” grida il regista paonazzo di rabbia.
Beba si è rivestita, interviene tra i due, spinge via il fidanzato, lo trascina fuori strattonandolo per un braccio, sul marciapiede. Si mette a fissarlo, uno sguardo che incenerisce in un fisico da statua, un metro e settantasette al netto dei tacchi. Venticinque anni di femmina svedese originale. Più soda di una Volvo coupé.
“Quale tuo problema? Quale?”.
“Le tette. Le tue tette. Al cinema. Le vedono tutti”.
“Ecco, tu ha detto bene. Mie tette. Non tue. Lui chiesto me se voleva fare vedere e io detto sì”.
“Ah, complimenti, e a me non chiedi niente? Non sono nessuno io? Amore di qua, amore di là, ci sposiamo appena abbiamo i soldi, e poi... tutte balle, ecco la verità”.
“Tu sei pazo”.
“Pazzo. Con due zeta. T’è capì?”.
“Pazo nevoso”.
“E per forza che sono nevoso, siamo in gennaio”.
“Cosa dici che non capisce?”.
“Già, tu non capisce. Tu!”.
“Io voleva fare film da sempre. Tu sai bene. Tu sempre illusa. Regista, tu detto a me, ti faccio io conoscere regista. Solo uno tu fatto conoscere, uno solo e lui pazo come te che fa solo reclame di Carosello. E adesso che io ha conosciuto regista vero che fa film vero, tu vuole rovina tutto. Sempre in mezzo a mia palla stai!”.
“Palle. Sono due. Come le tette. Ci va la e”.
“Non c’è Tris? Totip? Cavalli? Milan a stadio? Biliardo? Poker? Non c’è niente che tu va lontano e io può lavorare in pace?”.
“C’è la tris, certo che c’è la tris, ma...” dice e fa segno con le dita: sfrega il pollice su indice e medio.
“Solo questo problema? Sempre solo questo? Soldi, soldi, soldi? Sempre soldi?”.
“Eh, Betty Curtis5, solo questo, dici niente te”.
“Aspetta fermo qui”.
Beba rientra nella boutique, arriva davanti al regista disperato e gli si pianta davanti. Quello continua a blaterare sotto i suoi baffoni, gesticola verso Lorenzo Eller. Poi la smette, si placa e ascolta Beba, la guarda serio, poi sorride, poi la guarda di nuovo serio, fa segno con un dito su una tempia, guarda ancora Eller come a dire “È matto”. Mette mano al portafogli nella tasca posteriore dei pantaloni. Passa qualcosa a Beba, che subito si muove all’esterno verso Lorenzo.
“Ecco, Eller. E adesso va via” gli dice passandogli tre banconote da mille lire.
“Cos’è che sono?” chiede lui, falso come Giuda. Conosce già la risposta ma deve giocare un po’ all’ingenuo con la sua bella svedese, Barbara Svensonn, detta Beba. Perché a Lorenzo serve un alibi grande come una casa e allora ha dovuto fare questa scenata di gelosia da opera lirica.
“Soldi per gioca Tris. Totocalcio. Tototutto. Quello che vuoi. Ma via subito” dice lei spingendolo.
Lorenzo Eller intasca la lira, si sporge per darle un bacio ma lei si scansa.
“Niente bacio, niente fare amore!” dice Beba, “E adesso via! Muoviti!”.
Eller si incammina, poi dopo un paio di passi si ferma e si volta.
“Oh, c’è mica bisogno di scaldarsi così tanto, t’è capì stelassa? Va che magari faccio tardi”.
“Va lontano, via! Non viene casa mia stanotte! Se tu viene dorme su divano!” grida lei.
“Uè, voi vikinghi e l’educazione siete proprio due robe che non si parlano, gh’è nient de fa”.
E si incammina verso piazzale Cordusio, dove ha parcheggiato l’Alfa Romeo. Può andarsene. Perché adesso Beba e tutta la troupe e buona parte di via Torino credono che la sua destinazione sia l’ippodromo di San Siro, che lui stia andando lì a sprecare la lira e quel che resta del giorno.
Ma Lorenzo Eller ha tutto un altro programma, che gli cambierà la vita per sempre.
5 Soldi, soldi, soldi, Betty Curtis (1961)