5. ...ma si’ nat’in Italì
Giovedì 10 gennaio, Cascina Cà Nova, nelle campagne tra Melegnano e Lodi, ore 17.33
“Mannàggia all’ànema ‘e chi t’è muórt e stramuórt...”.
È questo che dice il sacco. Lo rantola. Pigramente, biascica e trascina le parole, impastate dal sonno. Ma il sacco di juta dice proprio così. Non se ne accorgono subito, che il sacco ha parlato. Sono stanchi, per la precedente nottata insonne e questa lunga giornata, per l’adrenalina che ha cancellato la possibilità di dormire, almeno un poco. E poi sono distratti, proiettati mentalmente sulle prossime mosse da fare. Lorenzo Eller fuma dondolandosi su una vecchia sedia di paglia, i piedi puntati contro un’incrostazione con all’interno un tavolino di formica e alluminio. Soffia il fumo in alto, mentre nella stufa crepita piano la legna. La stanza comincia a riscaldarsi. L’Angelo spilucca. L’Osvaldo aveva pensato a tutto, aveva lasciato loro una moka, del caffè, una pagnotta, delle confetture. Una bottiglia di grappa, per correggere il caffè, che a gennaio può aiutare. E l’Angelo, un pizzico alla volta, un mozzico alla volta, la pagnotta l’ha quasi finita. Due chili di pane, erano. Mannaggia quel pizzicare. Mannaggia.
“Mannàggia all’ànema ‘e chi t’è muórt!”.
Stavolta il sacco è più convinto. Si dibatte pure un po’. Lorenzo si raddrizza con gli occhi sbarrati, accartoccia il giornale su cui stava cerchiando i nomi dei tre cavalli che secondo lui arrivano alla Tris di oggi, e ci mancherebbe che li azzeccasse, proprio oggi che non ha potuto giocarli; l’Angelo, non fosse per il fantasma del Pecòla che lo richiama alla realtà, non s’accorgerebbe di niente, immerso in quel soffice mondo di mollica di pane. Si guardano, Lorenzo e Angelo: Lorenzo Eller pallido come un fantasma, l’Angelo, che ai fantasmi c’è abituato, non pare nemmeno allarmarsi, un cammello che rumina biada, se i cammelli ruminano biada.
“Sei te che hai parlato, Africa?” chiede Lorenzo.
“No, non so’ stato io. Sarà stato il Pecòla...”.
“Ancora questa storia? Deficiente, il Pecòla è morto, l’abbiamo sepolto un mese fa!”.
“Eppure mi sembrava che stava qua”.
“Ogni tanto mi sembra che te ti sei fermato al 1959, quando ci siamo conosciuti”.
“Quando lavoravamo alla metrò. E chi se lo dimentica?”.
“Mannàggia” dice di nuovo il sacco.
“Uè, adesso l’hai sentito o no?” chiede Eller, “Non è che c’è qualcuno, qua? L’ho sentito chiaro e tondo, era la voce di un terrone... sei sicuro che non hai parlato, te? Parli sempre da solo”.
Angelo fa spallucce.
Il sacco si dimena in poltrona, poi sbotta: “Guaglió! Scetàteve! Facitem’ascì’!”.
Allora Lorenzo e Angelo si guardano nuovamente, guardano il sacco, e con tutti i riguardi s’avvicinano a quell’ammasso di juta con le gambe umane che spuntano di sotto che scalpita in poltrona, il loro è un gioco di sguardi che presagisce un mancato traguardo.
“Ma non era nato a Nuova Yorke?” chiede Angelo.
Lorenzo lo fulmina, poi scioglie le corde, sfila il sacco dalla testa dell’Americano, e Sim-sala-bim!, meglio di Silvan in uno dei suoi giochi di prestigio estrae dal cilindro un napoletano, di quelli veraci.
“Lo facevo più alto” osserva l’Angelo.
Lorenzo non ci vede più dalla rabbia, “E questo chi cazzo è?”, grida.
“’A zumpapereta ‘e mammeta” risponde il napoletano.
Ora che possono squadrarlo con attenzione, il rapito non può dirsi alto, non può dirsi longilineo, non può dirsi Americano. Quasi non può dirsi della stessa specie, nemmeno di una appena vicina o prossima. Ha i capelli impomatati ormai scompigliati dalla permanenza nel sacco, se li liscia con un pettinino che portava nella tasca dei pantaloni. I capelli da sistemare sono pochi, sono quelli che restano attorno a una vasta piazza, luccicante, ci manca la fontanella e il venditore di zucchero filato e se ne fa una cartolina. E soprattutto questo non può dirsi un sequestro di persona, il loro sequestro di persona. Quindi niente riscatto.
“E te chi cazzo sei?”.
“Chi càzz’ song ì’? Chi càzz’ sì tu! Da ro’ càzz’ viè? A ro’ càzz’ và? Che càzz’ vuo’?”.
“Africa, traduci che non comprendo l’idioma”.
“Ha chiesto chi cazzo sei, da dove cazzo vieni, dove cazzo vai, che cazzo vuoi”, dice l’Angelo.
“Mi spieghi come hai fatto a prendere questo botolo per l’Americano?”.
“A Lore’, io stavo seduto dietro, come al solito, che davanti hai voluto stare tu per stare comodo. Tu dovevi riconoscerlo, no?”.
“Ma sei stato tu a vedere la macchina che usciva!”.
“E infatti io la macchina l’ho vista, non sono mica Nembo Kid, che ne so di chi ci sta dentro?”.
“Siete una manica di incapaci, tu e il vecchio! Come ho fatto a invischiarmi con voi...”.
Angelo non gli risponde.
“Me lo dici come ho fatto?” insiste Lorenzo Eller, visibilmente alterato.
“Perché sei solo, Lorenzo. Di te non si fida nessuno, lo dice sempre l’Osvaldo. Ha detto che nemmeno noi dovremmo fidarci di te”.
Lo dice con naturalezza, l’Angelo, come se stesse dicendo che fuori la pioggia è bagnata e allora sarebbe meglio prendere l’ombrello. E Lorenzo in realtà non fa una piega, non pare ferito dalla constatazione del complice, non pare sbalordito dalla rivelazione. La verità alle volte stravolge, ma perché solitamente passa inosservata. Ma Lorenzo, un maestro di bugie, la verità la conosce bene, è per questo che la evita. Le passa avanti indifferente anche stavolta.
“Sono io che non dovevo fidarmi di voi. Nella vita non avete realizzato niente, e ora venite a piangere da me che vi aiuti a tirarvi fuori dai debiti. È così che ringraziate. Bravi, bravi. Vi consideravo dei fratelli... è proprio vero: fratelli coltelli. Alle spalle, però!”.
“Guaglió, la volete ‘na tazzulélla ‘e cafè? Tengo ‘nu male ‘e capa, mi sa ch’agg acchiappata ‘na botta... che poi, se permettete, avrei una domanda”.
“Che vuoi?”.
“Per che famiglia lavorate? Liggio? Ruoppolo? Cutrofiano?”.
Né Lorenzo né Angelo rispondono.
“Ah, agg’ capito, mò tengo la risposta: state nzémmora ‘o clan Mazzarella, giusto?”.
Lorenzo corre con gli occhi al rapito, che armeggia con la moka davanti alla stufa, come se niente fosse: “Senta... io non capisco un’acca quando parla. Non lo sa l’italiano? Di che paese è?”.
“Eh, mamma mia, scusasse dottò, pensavo foste professionisti del sud. Mannaggia, era troppo bello, sapevo che la jella c’avrebbe messo lo zampino”.
“Ma che dice?”.
“Che i professionisti non sbagliano. Senza cattiveria, dico io. So’ Bruno Gennaro Capuozzo, nato a Salerno, napoletano d’adozione e milanese per parte del mio datore di lavoro. Ì’ song lo chaffeur di quello che volevate prendere voi. L’autista, il cocchiere, il faccetotem”.
“Il cosa?”.
“Faccetotem. Ma che è? Nemmeno il latinorum, sapete?”.
“Che ci facevi sulla sua macchina?”.
“E che ci dovevo fare? Ci lavoro, su quell’affare. La porto sempre io la Merceddéss. Ma stasera il signor Mike tornava a casa accompagnato da un amico, dopo la trasmissione, e così m’ha detto: Bruno Gennaro Capuozzo, che lui mi chiama sempre con tutto il nome per intero come all’anagrafe, può andare, si prenda il resto della serata libera. E io gli risposi, allegria, voi signor Mike siete troppo gentile, grazie assai! Ne ho subito approfittato, perché dovete sapere che a me due cose piacciono: la pizza, e le femmene. A Milano la pizza non la sapete proprio fare, senz’offesa, ma ci sta un guaglione che lavora in una pizzeria che fa un’imitazione dell’originale napoletano appena decente”.
“Pareva proprio la pizza di giù” interviene Angelino.
“Ah, l’avete mangiata voi allora? Meno male, mi si spezzava il cuore a saperla sprecata. E vabbuò. Allora ho preso la pizza, e l’ho portata a una amica mia, che tiene occupazione proprio vicino allo zoo”.
“La puttana?”.
“Eh, che brutta parola. Ciccina viene da Napoli pure lei, Castellammare di Stabia per l’esattezza. Femmena di gran classe, s’intende. Sangue caldo, e portamento nobile: l’avete vista?”.
“Di sfuggita”.
“Bella, o no?”.
“Vada avanti”.
“Che c’è, non vi piace? Non vi piacciono le femmene? Siete degli invertiti? Non ci sta niente di male, eh, per carità, seppure io... ma le tazzine almeno le tenete?”.
Il caffè gorgoglia nella moka. Angelo allunga le tazzine al loro ospite, pardon, al sequestrato. E quello versa tranquillo: “Zucchero ne tenete? A me piace dóce dóce, sapete”.
Eller non ci crede. Pensava di stare commettendo pazzie per tirarsi fuori dai guai. E invece annega nei guai circondato dai pazzi. Riesce solo a dire grazie, quando quello gli allunga la tazzina. Beve. Amaro, che lui lo prende sempre senza zucchero. Ma questo gli sembra più amaro del solito, gli va giù proprio male. Prova a ragionare. Poi nemmeno finisce il caffè, appoggia la tazzina su un tavolaccio decrepito, esce dalla porta del cascinale. Torna dentro subito dopo, raccoglie l’impermeabile dalla spalliera della vecchia sedia di paglia su cui era seduto, lo indossa. Angelo e Bruno Gennaro Capuozzo lo guardano senza capire.
“Uè, Africa, tieni d’occhio Vesuvio che torno subito” dice Eller.
“E dove vai?”.
“A telefonare”.