Due

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Due Il sole prese ad adagiarsi sulla linea dell’orizzonte, avvampando d’un colore arancione che illuminava tutto il loro modesto accampamento. I Tartari s’affrettavano ad accendere il fuoco, poiché non appena il sole fosse calato del tutto, la temperatura sarebbe precipitata su quegli altipiani nel cuore del nulla. Erano una squadra di circa trenta esploratori. Ognuno di loro era indaffarato in un compito che gli era stato assegnato molti anni prima, e che ormai eccellentemente e prontamente egli svolgeva in assoluto silenzio: legare, strigliare, abbeverare i cavalli; issare i pali per le tende di pelle in cui avrebbero dormito; imbandire la cena. Il capitano Eros D. aprì gli occhi. Era assicurato ad una lettiga con delle cinghie, e perciò non riuscì a muovere nessun arto. Si guardò attorno, e non udì voci amiche, né notò volti familiari. Tentò di emettere un suono, ma un rantolo gli rispose dal fondo della propria gola. A quel punto, colto dal panico, avrebbe voluto urlare. Poi lo notò: un ragazzo, un Tartaro, un nemico, lo stava osservando in silenzio. Quando incrociarono gli sguardi, il ragazzo si chinò su di lui e slacciò le cinghie. Poi lo aiutò a sollevarsi e lo sorresse accompagnandolo fino al grande fuoco nel centro del piccolo campo. Là stava di spalle una figura imponente e regale, dall’aspetto di un orso selvaggio. Il giovane Tartaro emise una sillaba, e il grande orso si voltò. Era un uomo, in realtà, la folta barba nera come i lunghi capelli, gli occhi penetranti e ferini, un largo sorriso, un colbacco calcato sul capo. Il capitano Eros D. si sentì mancare nuovamente, ma l’orso lo afferrò, lo pose a sedere su uno scranno accanto al fuoco, e gli porse una borraccia. Soltanto al terzo sorso, Eros s’accorse che quella che trangugiava non era acqua, ma qualche strano intruglio alcolico. Sentì il sangue riprendere a scorrere nelle vene, e un urto alla bocca dello stomaco. Colto da un accesso di tosse, con le lacrime ad appannargli la vista, Eros avvertì al contempo odio e simpatia per quel nemico enorme, simile a un orso, che lo derideva, circondato dai lapilli di un grande fuoco.
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