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Martin Burger King

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Trafiletto

Un viaggio attraverso le incredibili domande di studenti milanesi e gli occhi dei tuareg del deserto, i pinguini di Città del Capo e le preghiere islamiche, i pesci colorati delle Maldive e le follie della vita coniugale, i noiosissimi collegi unitari e gli esilaranti consigli di classe, i mutui e i ciechi. In un crescendo rossiniano l’amore infinito per il proprio tempo.

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Cari fottutissimi colleghi
Cari fottutissimi colleghiCari vertebrati, ho sempre sognato di uscire dalla mia classe, alla fine dell’anno scolastico, come il professor Keating de L’attimo fuggente, con tutti i ragazzi sui banchi a dirmi: “O capitano, mio capitano!”. Chi ha insegnato nelle scuole medie, e non nei college americani, sa benissimo che, appena giunti in classe, i ragazzi si trovano già sui banchi, e non per rivolgerti le parole benevole che speravi: in linea di massima stanno insultando qualche compagno o stanno facendo decollare un amabilissimo aeroplanino di carta, destinato alla capoccia di qualcuno. Eppure come non amarli i ragazzi? Come non ammirare gli ululati che fanno dopo ore di lezione? Come non percepire la muta ribellione che si cela nel loro inesausto appallottolare generazioni di fogli? Come non comprendere la loro necessità di movimento dopo sette ore di quasi ininterrotta prigionia? E come potremo mai ripagare i nostri alunni delle miriadi di risposte geniali che ci donano? Il cardinale Richelieu odiava Ugo Notte, mentre saldo migratorio significa che uno sconto va via. Potremmo vivere senza tutto questo? Senza i panini mangiati in segreto, senza i messaggini d’amore passati da una mano all’altra? Senza gli infiniti neologismi della loro fantasia? Domande retoriche. I miei alunni direbbero ovviamente che si tratta di domande inutili: se si sa già la risposta, che quiz è? E poi, di anno in anno, rivedo il timido, lo scaccolatore, il dormiglione, il buffone, la gatta morta, il saccente, la pettegola: come in una straordinaria, gigantesca striscia di Linus. Classi esagitate, piene di vitalità, quasi indomabili. E ogni anno mi confronto con colleghi che mi dicono come sia scandaloso che tutto ciò possa accadere. E mi rivolgono domande retoriche: ma noi eravamo così? Si aspettano sempre che risponda: “no, noi non eravamo così; noi eravamo saggi, educati, rispondevamo solo se invitati a farlo, non dicevamo parolacce, e, soprattutto, non ci muovevamo in continuazione”. Beh, non dico mai le cose che ho scritto adesso. Io rispondo: “Sì, eravamo così. Ci annoiavamo, facevamo strafalcioni ortografici, eravamo irrequieti, mandavamo perfino bigliettini ingiuriosi e pieni di volgarità. Ma adesso siamo adulti; siamo diversi”. Basta guardarci ai collegi dei docenti: quelle assemblee dove nessuno ascolta il preside, e ognuno si fa palesemente i fatti propri; dove c’è chi parla male del collega X e della professoressa Y, dove c’è chi legge «la Repubblica» e chi cerca di risolvere il sudoku; dove c’è chi parla delle prove Invalsi e c’è chi discute di quartieri disagiati; dove c’è un’immensa torre di Babele, e si cerca di non vederla; dove ci sono il timido, lo scaccolatore, il dormiglione, il buffone, la gatta morta, il saccente, e la pettegola. Soltanto un po’ più grandi, soltanto un po’ più stanchi.

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