Dottor Jekyll e Mister HydeCari vertebrati,
quest’anno per la festa di Natale della mia scuola, ho deciso di mettere in scena Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde. Come spesso accade in questi frangenti, i ragazzi sono stati generosi nell’interpretazione e i genitori negli applausi.
Il mattino dopo una collega mi ha chiesto cosa avevamo rappresentato in classe, appena le ho risposto che si era trattato di un riadattamento del romanzo di Stevenson mi ha posto una domanda intrigante: ma non è troppo difficile per degli undicenni comprendere lo sdoppiamento tra bene e male?
La mia risposta è no, o meglio sì, c’è qualcosa d’impervio da capire per degli adolescenti nel testo che ho scelto, ma è presente in tutta la letteratura. C’è, ad esempio, in Cappuccetto Rosso (che parla di p*******a), e c’è in Alice nel paese delle meraviglie (che palesa la forza sovvertitrice del pensiero al di là del senso comune, del dirompente potere della diversità).
Non c’è mai soltanto innocenza e facilità nella grande letteratura, non c’è mai stata una letteratura per l’infanzia, l’abbiamo inventata noi, perché abbiamo bisogno di paletti, perché odiamo ciò che sfugge alle nostre gabbie mentali.
La scuola sta diventando sempre di più un territorio dove non si osa; e si tende a far credere ai genitori che bisogna preservare il candore dei ragazzi; ma i ragazzi sanno essere crudeli quanto gli adulti, se non di più: Golding insegna.
I ragazzi non sono né buoni né malvagi, sono come noi, a volte colti da una certa attrazione verso il proibito. Ma siamo certi che il Pinocchio di Collodi sia semplice? Che i giochi di parole di Rodari siano inoffensivi? Che Harry Potter non tratti di un male metafisico? E i nostri fanciulli non crescono anche grazie a queste letture?
Nietzsche amava il remoto e odiava il prossimo, laddove il prossimo era concepito, tra l’altro, come banalità, vicolo chiuso, strada senza quesiti; noi dobbiamo educare i ragazzi al remoto, all’avventura, alla scoperta di sé, anche se questo può comportare un rischio, addirittura una crisi.
Il dottor Jekyll e mister Hyde verranno percepiti dai miei studenti in maniera differente da come li percepiamo noi, probabilmente coglieranno dimensioni che noi non coglieremo mai. Per questo un libro letto a vent’anni è ben diverso da un libro letto a cinquanta. È ovvio, d’altronde, che Dostoevskij e Kafka sono scrittori di difficile fruibilità (termine orrendo!) per una scuola media, ma più che per i contenuti, per la sintassi, per il farsi della scrittura.
Stevenson ha uno stile ammirevole per linearità e mancanza di fronzoli, è vicino alla parola per ciò che è, una meravigliosa scialuppa alla quale aggrapparsi nei momenti di gioia o sconforto. Io ho letto Dostoevskij a undici anni e ne sono rimasto affascinato, ho letto a sedici anni Il ritratto di Dorian Gray di Wilde, e mi ha cambiato la vita. Stevenson ha cominciato a scrivere L’isola del tesoro dopo aver visto la mappa di un’isola inventata dal figliastro. Ne è venuto fuori un capolavoro. Per l’infanzia? L’ho letto per la prima volta l’anno scorso e non riuscivo a smettere.
Quando ho visto il mio piccolo dottor Jekyll sparire sotto il banco e venir fuori con le fattezze di Hyde, ho avuto una grande soddisfazione: i miei ragazzi si stavano trasformando. E c’era negli occhi di Hyde una buona dose di vero furore: la supplica di una didattica diversa, una didattica per ragazzi adulti.
Per quanto mi riguarda, dato che amo i contrasti, eccovi un professore bambino, un professore che può anche sbagliare, ma che ripete ai suoi alunni che la curiosità è salvifica; e che può redimere perfino la parte peggiore di noi stessi.