34. Ero ancora ammaccato, ma la testa era tornata la mia. Di nuovo l’uomo difficile di sempre, anche se qualcosa che avevo seppellito con fatica negli strati più spessi del mio subconscio era tornato a rivedere il sole. Non potevo fare altro che conviverci. Inutile pensarci su, il tempo ha delle scadenze che devono essere rispettate, che noi stessi fissiamo senza sapere che cosa potrebbe succedere. O che altri fissano per noi, a cui è dovuto un assenso. Specie se hai fatto fatica, hai speso ore per poter essere dentro a quel tempo, a quel determinato piccolo spazio di eternità che ti sei guadagnato. Quella sera era tempo di ballare. Pazienza se le mie ossa non erano nella loro serata migliore, se i miei muscoli avrebbero preferito giacere immobili in un letto. Il mio infinitesimale

