Capitolo 3

1781 Parole
3. Me ne stavo comodamente seduto alla mia scrivania con i piedi sul tavolo. Schiena ben piantata contro lo schienale, sigaretta accesa. Con un binocolo militare dieci ingrandimenti stavo puntando su uno specchio che avevo posizionato ad arte in alto, in un angolo. Se mi mettevo bene e riuscivo a non muovermi troppo, potevo inquadrare nel reticolo Mildot, il mio carissimo amico. Sapevo esattamente a che distanza stava il cinese ora. Sopra il quadro. Con la sua faccia da cinese. Volevo fare un gioco di riflessi e di riflessioni. Tutto insieme. Sparare un cinese creato artificialmente in un gioco di immagini sulla riproduzione di quello vero fotografato e ingrandito e nel contempo cogliere uno scorcio della finestra del cinese reale e vederlo come lo conoscevo un tempo, una schiena e una nuca che lavoravano, potendo anche fantasticare che mancasse totalmente la parte frontale, come se si trattasse di un robot ingannevole. Il pensiero prese a correre a ritroso. Erano passati anni e non avevo mai avuto la fortuna di beccarlo in flagrante. Avevo più volte pensato di giocare sporco e piazzare una telecamera HD per monitorarlo, ma sarebbe stato un po’ come andare a caccia di quaglie con un mitragliatore a canne rotanti. Una lotta impari. Una assoluta mancanza di fair play. A volte qualcuno mi dà dell’anglosassone, e in effetti, è il ceppo in cui mi riconosco maggiormente. Tornando al cinese, mi ero messo in testa che dovevo essere io di persona a vederlo mancare. Anche per un solo impercettibile attimo fuggente, ma doveva andare in quel modo. Una stupida questione di principio. Una di quelle per cui sono pieni i cimiteri del Far West cinematografico. Elucubrazioni di un povero imbecille. Poi, era bastato un giorno. Tutto cambiato. Ora, avevo soltanto la nostalgia che mi restituiva ancora quella sensazione di sfida che dopo la fotografia scattata non potevo più avere. Avevo vinto, ma al prezzo di perdere un punto di riferimento nella mia routine. Speravo che tutto quel gioco di immagini, come in un caleidoscopio, mi facesse sentire meno vuoto. Un particolare gioco di luce dentro alle mie scatole cinesi, mi illuminò sull’evoluzione successiva. La mia sfida col cinese poteva continuare. Su un livello superiore. Riposi il binocolo e spostai lo sguardo su una parte dell’ufficio. Dalia era al suo posto. Ne sentivo il profumo di donna tra una boccata e l’altra di nicotina. Era un’amabile alternanza. L’aroma di bruciato della perversione intervallato dal piacevole profumo femmineo di lindore. Tabacco e venere, niente di più, niente di meno. Mi girai verso il computer. Mi era venuta voglia di rivedere quell’incredibile video su YouTube che aveva tolto la parola a Dalia. Era in downloading più o meno da un quarto d’ora e avrei dovuto ancora aspettare un po’. Volevo vederlo non per voyeurismo sadico, ma per capirne ulteriormente la dinamica e le reazioni della gente lì intorno. Il numero di visualizzazioni era diventato impressionante. Comunque fosse andata, più lo vedevo e più c’era qualcosa che non mi andava giù. Forse perché non concepivo che un essere umano si potesse togliere la vita in quel modo. Anche se ne avevo viste tante. All’ennesimo rewind fui interrotto da Dalia. Tornò a parlare, non per sua volontà, ma per esigenza. Non era la sua solita voce. Era evidente la forzatura. “C’è un tizio che ti vuole parlare.” Nessuna formalità. “Che tipo è?” Non alzai nemmeno gli occhi dallo schermo del computer. “Cosa ne so. È vestito bene.” “Ne so quanto prima.” “Tanto cosa cambia? Tratti tutti allo stesso modo.” “Vero.” Dalia si sciolse. Darmi addosso le stava facendo bene. Si stava in qualche modo, ritrovando. “Credo sia più un problema di chi pensa che si possa instaurare un qualsiasi tipo di rapporto con te. Quindi il problema è degli altri. Tutti poveri illusi. Credono che il tuo sia un atteggiamento particolare, ma che sotto sotto ci sia un animo buono.” “E invece?” “Invece temo che sotto non ci sia nulla.” “Edificante.” “Allora? Gli vuoi parlare a questo possibile cliente oppure lo mando via?” “No, no. Fai passare. Abbiamo bisogno di fatturare questo mese.” Il tizio che mi si parò davanti aveva l’aria di uno più vecchio della sua età. Profonde rughe gli solcavano il viso. Capelli grigi, gote cadenti. Fisicamente sembrava esile e magro, ma aveva la pancia. Una pancia da bevitore. Non era proprio il ritratto della salute. “Buongiorno, si accomodi.” “Piacere” disse, allungando la mano oltre la scrivania. Non mi ero neppure alzato, in segno volontario di scortesia. “Mi chiamo Gilberto Ruggeri. Avrà senz’altro sentito parlare di me.” “In effetti, il nome non mi è nuovo.” So mentire bene, pur di fatturare qualcosa. L’unico Ruggeri che conosco è il cantante. Il cliente però, non lo sapeva. Finsi di dargli l’importanza che lui credeva di avere. Ogni persona che ha un qualche ruolo di peso nella società, si fa una classifica delle celebrità soltanto per il gusto di vedercisi comparire. Ovvio, nei primi tre posti. Poco mi interessava e continuavo a vedermi la sequenza del bonzo. In modalità moviola. “Ho un’azienda di noleggio gru e macchine movimento terra. Lavoro molto.” “Sono contento per lei.” Ed ecco che arrivava il momento dell’accensione. Il tipo che avvampava, illuminando il giorno a giorno su tutto ciò che c’era intorno. Mi lasciai sfuggire un epiteto. “Ma come diavolo si fa?” “Dice a me?” “No, no. Stavo studiando un caso. Sa, quel pazzo che si è dato fuoco...” Il tipo davanti a me ebbe un sussulto. Non capii finché non parlò. “Quel pazzo, era mio nipote, Fabrizio Faccio…” Accidenti, prima gaffe. L’ennesima figuraccia della mia carriera. Si fa per dire, carriera. Diciamo del mio anonimato di qualità. Avevo davanti un possibile nuovo cliente, per di più pure facoltoso e me lo ero già giocato. Tempo zero, un vero record. Imbattibile e ineguagliabile. “Non se la prenda a male, ma solo un pazzo poteva compiere un gesto del genere.” Cercai di rimediare, giocando sul peso delle parole. Nemmeno la tara di esse, mi venne in soccorso. “Oppure una persona disperata. Come era mio nipote…” “Le faccio le mie condoglianze. Ma se vuole che indaghi sulla questione, non mi pare molto utile. C’è il video che gira ovunque. Mi sembra tutto piuttosto chiaro. Lampante.” Seconda gaffe… “La ringrazio della sua franchezza, ma non sono qui per questo. Con mio nipote eravamo in rapporti, ma non ci frequentavamo così tanto.” “Ah, meno male.” Come se non me fregasse nulla della sua triste storia. Terza gaffe… Praticamente gli stavo suggerendo che sarebbe stata solo una rottura di scatole dover indagare sul suicidio del nipote. “Sono venuto perché credo che lei, nella sua posizione, diciamo così, lavorativa, sia in grado di recuperarmi dei documenti.” “Interessante” dissi più che altro per circostanza. “Dove sono custoditi?” “In una banca.” “Mi scusi, ma io faccio l’investigatore privato, non il ladro. Non posso introdurmi in una banca e scassinare una cassetta di sicurezza.” “Non intendevo questo. In realtà la documentazione si trova in una banca nel senso che sono in custodia di una fondazione bancaria. Quindi sarà sufficiente introdursi in un ufficio e prelevarla. Una cosa indolore. Nessun revolver o sparatoria.” “Ah, be’, se si tratta solo di questo, parliamone.” “Dovrà infiltrarsi nei locali della banca, o meglio, della fondazione, che si trovano in un edificio, sede distaccata. Le informazioni in mio possesso non stanno in una cassaforte, quindi l’incarico seppure delicato per la natura dei documenti, è abbastanza facile da portare a termine.” “Per come la dice lei, una faccenda molto banale. Non poteva avvalersi di un faccendiere qualsiasi?” “No, preferisco garantirmi una certa discrezione. Si tratta di un lavoretto non pericoloso, almeno per chi non è persona nota agli addetti della fondazione bancaria.” “Uhm, mi faccia pensare… Potrebbe avere ragione. Ma di cosa si tratta esattamente?” “Sono documenti compromettenti… ovviamente.” “Ovviamente.” Il tipo non me la raccontava tutta fino in fondo. Anche se ai fini dell’incarico non mi sarebbe dovuto interessare, volevo capirne di più. “La stanno ricattando?” “Ricattando non è il termine più appropriato. In ogni caso preferirei che i documenti fossero in mio possesso, piuttosto che no.” “Il nome della banca?” “Cre.Na.Ge., Credito Navale Genovese.” Conoscevo marginalmente quell’istituto bancario. Nato alla fine dell’Ottocento come piccolo istituto di credito ai marinai, aveva allargato le sue attività agli armatori prima e a tutta l’imprenditoria genovese poi. Me ne avevano sempre parlato male, ma senza mai definire i motivi. Quantunque tutte le banche fossero in sofferenza economica, la Cre.Na.Ge. faceva eccezione. Sembrava veleggiare con il vento in poppa, nonostante i mari turbolenti. “È quella con la sede in Piazza della Vittoria?” È una delle piazze più grandi di Genova dagli eleganti palazzi in marmo travertino. “Esatto, proprio quella.” “Dove sono custoditi i documenti?” “Quando ho avuto l’occasione di vederli, erano in uno schedario automatico verticale. Di quelli che digitando il nome si posiziona nel giusto cassetto, come nelle farmacie.” Di male in peggio, pensai. Il fattore tecnologico rischiava di diventare determinante. “Va bene, proviamoci. Non le assicuro niente, ma in ogni caso il disturbo e le spese vanno pagate, anticipatamente.” “Nessun problema.” “Allora passi dalla mia segretaria prima di andarsene, per sbrigare le pratiche.” Non mi chiese quanto era previsto dalle mie tariffe e io non mi presi il disturbo di spiegarglielo. Abbandonai il nipote al suo tragico destino chiudendo YouTube e scrissi sul motore di ricerca il nome di Gilberto Ruggeri. La sua era un’azienda metalmeccanica specializzata nella produzione di sollevatori a braccio, sia fissi che a torretta rotante, di betoniere, trattori forestali, mezzi cingolati e piattaforme semoventi, con sede a Genova. Ricordavo che le macchine avevano tutte un colore tipico arancione e riportavano il logo, una farfalla blu, sulla scocca. La società era stata costituita negli anni Cinquanta dal padre e dallo zio di Gilberto e aveva mosso i primi passi nel settore delle movimentazioni navali e container. Indubbiamente Ruggeri era un ricco industriale della Genova sotterranea, quell’imprenditoria di basso profilo che dominava l’economia genovese. Attesi di sentire la porta richiudersi, quindi mi rivolsi a Dalia. “Cosa ti è sembrato?” Non dovetti nemmeno urlare o alzarmi. Lei stava in piedi, poco distante dalla mia scrivania, a braccia conserte. “Chiedi a me?” “Ci siamo solo noi, qui.” “In tutti questi anni non mi hai mai chiesto un parere su nulla, riguardo al tuo lavoro.” “C’è sempre una prima volta.” “Rimorsi?” La buttava giù dura. No, non erano rimorsi. Era una terapia per lei, che stava funzionando. Mi era mancata la sua voce. “Ti sembro uno da rimorsi?” “Eccome.” “Ognuno è libero di pensarla come vuole.” “Esatto, Michele.” “Allora?” “Allora... non so con chi provare il tango per la gara di ballo. Non trovo nessuno disposto a dedicarmi del tempo. A chi ho chiesto, ho capito che non vuole solo ballare.” “Il mio allora, era un altro allora. Mi riferivo al tizio che ha appena lasciato l’ufficio.” “Lo so bene. Ma il mio allora, riguarda la gara di ballo.” “Sono due allora differenti.” “Piuttosto, direi.” “Allora... Quale allora, tu ritieni, Dalia, dovremmo approfondire?” “Il mio.” “E il mio cliente?” “Un altro stupido che crede che a te importi qualcosa dei suoi problemi.” “Forse hai ragione... il tuo allora, è l’allora che dovrebbe avere la precedenza.” Mi fissò. La fissai. “Allora... dovresti farmi tu da partner per provare il ballo.” “Io?” “Tu, Michele Astengo. Ci sai fare, ho visto.” “Non ci penso proprio.” “Facciamo un patto.” “Che patto?” “Se sarai il mio partner, risponderò al tuo allora e a tutti gli allora che verranno da oggi in poi.” “Davvero?” “Giuro.” Si fece una croce col dito, proprio a poca distanza dal seno. Dalia era una donna di gran cuore. “Ok, hai vinto.” Batté le mani con entusiasmo e allargò sul viso uno di quei sorrisi da fornire energia elettrica ai posti più indigenti in Africa. “Grandioso!” “Bene... Allora?” “Allora... da me, domani sera alle otto.” Il mio allora, restò soltanto a me.
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