2 - Non credevo all’amore, e invece…

1919 Parole
2 - Non credevo all’amore, e invece… L’amore, quello, proprio no, non avrei mai pensato di caderci. Io, per quel che mi riguarda, ho sempre considerato l’amore quell’altro, quando arriva Angela, la mattina, dopo essere scesa dalla macchina dell’ultimo cliente, e mi sveglia con un calcio prima di offrirmi uno dei suoi lavoretti, sempre che le abbia fatto sventolare davanti al naso venti euro, la sera prima. Altro tipo di amore non l’ho mai conosciuto, io. Sapevo che c’era in giro questa voce secondo la quale l’amore è qualcosa di vago e di inconsistente, tutto immaginario, una specie di malattia che produce palpiti e ansie, attese e mancamenti, lacrime e stordimenti, e avanti così con il repertorio delle canzonette. Ma ci avevo sempre pisciato sopra, io, su quella maniera idiota di intendere l’amore. Tutte baggianate, dicevo, tutta fuffa, dato che l’amore, il solo e unico amore, è quello che si manifesta con un assalto di mani e di lingua e di incastri possenti tesi allo scambio godereccio di fluidi corporei più o meno controllabili. Ma non avevo ancora incontrato Nella… Lei ha cambiato la mia vita. E se prima vivevo come una scimmia, andando giù di rasponi (in mancanza di Angela) e passando i giorni a tracannare barbera dall’altra parte del viale, alla bocciofila di Piattola, adesso so (purtroppo, forse) che nel campo dell’amore c’è qualcosa di più di quanto ne sapessi. So per esempio che è possibile e che soprattutto è bello dedicare i propri pensieri e il proprio tempo a una creatura, una sola, senza volere niente in cambio, senza pretendere favori o attenzioni, ma al contrario quasi godendo del non essere notati da lei, dall’amata, per poterla ammirare così com’è, per essere felici del solo fatto che lei esiste. So anche, adesso che sto provando le pene d’amore, che si può soffrire e piangere senza ritegno al pensiero che lei possa star male, o all’idea che possa andarsene, o per il sospetto che lei possa preferire qualcun altro... Sì, lo so che non è da me questo discorso. Se mi sentisse Piattola, tanto per dire, diventerei lo zimbello della bocciofila, anzi no, non solo della bocciofila, ma di tutta Stupinigi, al punto che anche il cervo di bronzo, piantato lassù, sulla cupola della Palazzina di Caccia, riderebbe di me fino a cadere e a schiantarsi al suolo. Perciò chiudo e sigillo dentro me il mio sentimento e me ne sto zitto zitto e rintanato qui, nella mia cascina abbandonata, e mi tengo ben stretta Nella, tutta per me. Lei, dal canto suo, non l’hanno mai nemmeno vista, quei pezzi di merda di Piattola, Aldo, Bostik, Ferruccio e la compagnia briscola di tutti gli altri papponi e parassiti e puttane della bocciofila, ed è meglio così... Nessuno finora ha saputo di me e di Nella, nemmeno Angela, che del resto è abituata alle mie lunghe assenze, motivate di volta in volta dalla mancanza di grana, dalla difficoltà a riprendermi da sbornie colossali o, più raramente, dall’esecuzione di qualche trompe-l’oeil a casa di qualche fesso che ammira il fatto che so dipingere, purché si tratti di copiare. Così, finora nessuno si è accorto di questa mia nuova vita e di questa storia d’amore che mi fa provare stati d’animo che non conoscevo e di cui ignoravo addirittura l’esistenza. Come quando mi sveglio di soprassalto, la notte, con il sudore gelato che mi scende per le scapole e mi agito, terrorizzato, con la paura che Nella sia scomparsa, che sia andata via o che non sia mai davvero esistita e che io l’abbia soltanto sognata. E allora scatto di colpo e mi metto a sedere sul pallet, al buio, e allungo una mano e per fortuna sento il suo corpo caldo, lì vicino. Allora tutto in me si placa di colpo e mi riaddormento subito, contento, sereno, senza sentire il bisogno di toccarla di nuovo o di avvicinarmi, perché mi basta che lei sia lì. Altre volte, ai primi chiarori del mattino, quando nella mia stamberga arriva la prima luce, apro gli occhi e mi stupisco di provare un senso di felicità così completo e appagante, come e forse più di quando Angela me lo lavora, al pensiero che Nella è lì, vicino a me; non riesco a credere di poter gioire soltanto per il fatto di guardarla dormire; mi scombussola l’idea di sentirmi felice come mai prima mi è accaduto di essere e di annullarmi in questo lago di felicità per la sola ragione di poter osservare le sue ciglia, nere e lunghe, e le sue palpebre scosse da un tremito, ogni tanto, per un sogno, chissà, o per un brivido di freddo... Insomma, se questo è l’amore, quell’amore di cui ho sempre sghignazzato, ebbene, io ci sono dentro fino al collo. E per quanto mi renda fragile, debole, ansioso, balbuziente e rimbambito, voglio che continui, voglio restare innamorato, voglio immaginare il futuro con Nella. Perché il punto è proprio questo, a guardare bene in faccia la realtà e stringere le cose alla loro essenza: l’amore, questo tipo di amore, si svolge soltanto nel futuro, a differenza di quell’altro, quello in cui sono più esperto e che maneggio anche da solo, che invece si sviluppa solo nel presente. L’amore di questo tipo, infatti, mi costringe a uscire dal mio giorno placido e inoperoso, organizzato intorno alle necessità del momento, che poi sono bere, ridere e trovare chi me lo manovra. Come fosse dotato di un motore a propulsione nucleare che gira senza posa nella testa, questo nuovo tipo di amore mi impone di immaginare la mia vita con Nella; mi chiede di inventare i modi per renderla felice oggi, domani e dopodomani e sempre, affinché non si stufi di me; mi comanda di trovare cibi buoni da offrirle tutti i giorni; mi invita a fare progetti, a programmare viaggi, a ragionare sulla nostra convivenza. E quando pensi al futuro sei fregato, questo lo so, lo sto imparando. Il futuro ti imprigiona, ti incatena, ti stringe la carotide e ti rende incapace di goderti la vita. Sei là, nel nulla del futuro, mentre dovresti essere qua, a lavorarti il cilindro. Ma purtroppo, quando ti prende questo tipo di amore, semplicemente non puoi pensare al presente. Diventa impossibile essere qua, dove sono sempre stato, se l’amore, questo tipo di amore, mi fa galoppare con la testa e pretende una produzione costante e infinita di immagini della persona amata. Tutto era più facile con quell’altro tipo di amore, dato che richiede soltanto organi estroversi (capitemi...) e cavità ospitali e ospitanti. Però, vuoi mettere? Quello, l’amore di cui ero esperto e che infiamma le mutande (per chi le porta; io non le porto, si sa), diventa un passatempo noioso a fronte della droga spaventosa e ipnotica che mi regala questo nuovo tipo di amore, tutto sbilanciato verso la creatura amata, capace di rendermi indifeso e addirittura indifferente al mio stesso piacere e disposto, come se non bastasse, a lavorare. Già, lavorare. Ho preso la decisione subito dopo aver scelto di stare con Nella. I primi giorni l’ho tenuta nascosta, povera Nella, dentro la cascina di Amedeo, che è vuota, dato che lui ha le vacche e in giugno se ne va con loro su in alpeggio, al Pian dell’Alpe, sopra Usseaux, che è una specie di paradiso. Ho preferito così... Ho avuto paura, in un primo momento. Non ho osato portarla subito da me, non ho avuto il coraggio di farmi vedere in giro con lei, non so manco io per quale ragione. Di sicuro so che lei mi ha stregato fin dal primo momento... E poi c’è da dire che quando l’ho beccata, là in mezzo al granturco, era ancora spaventata, povera piccola. Era appena volata giù dal TIR e doveva aver corso a lingua fuori in cerca di un nascondiglio per tutta la notte, e alla fine era arrivata ormai senza forze proprio dietro la mia bicocca. Se ne era parlato molto alla bocciofila, la sera prima, di quel TIR che era uscito di strada intorno all’ora del tramonto. “Ti assicuro che ho visto tutto” ha detto Piattola, allargando le dita sulla pancia. “Ma se da qui non si vede nemmeno, quella curva maledetta” ha ribattuto Bostik, che vuol sempre saperla più lunga degli altri. “Ho visto la coda del TIR sbilanciarsi verso i prati, idiota. Ha zigzagato un po’ e poi si è piegato su un lato. Le macchine, dietro, lo hanno evitato per un pelo, e poi si è formato un capannello di persone, e c’è stato un fuggi fuggi che non vi dico. E le urla, le urla...”. “Ma da questa distanza non si sente nemmeno quando passa l’ambulanza” ribatte Bostik. “E poi qui dentro c’è quella tele sempre accesa sulle cazzate, a tutto volume”. “Cretino, c’era uno spot silenzioso, in quel momento…”. “Vai avanti, Piattola” ha insistito Aldo, che è l’unico ad avere una passione profonda per le panzane del barista. Quando ascolta Piattola, lui va in estasi come un bambino, spinge il mento in alto e spalanca quella sua bocca rossa e tonda come un palco di teatro con il suo unico immenso incisivo giallo a fare da spettatore solitario. “Sembrava l’Apocalisse, sembrava... Ma voi non sapete nemmeno che cos’è l’Apocalisse... Sembrava la fine del mondo, ecco. Dalla cabina di guida del TIR sono scappati in tre e dal rimorchio è uscito di tutto, compresi due tizi scuri scuri con il turbante in testa. E poi sono arrivati gli elicotteri, roba che sembrava davvero di essere in guerra. E c’era gente che abbandonava le macchine e si buttava all’inseguimento, nei prati...”. “Ma se era già buio, quando il TIR si è sfracanato nei prati, come hai fatto a vedere chi usciva dal TIR?” ha chiesto Ferruccio, con la voce timida, mentre giochicchiava con la cravatta a fiori. Lui continua a vestirsi come quando faceva il rappresentante. “Ferruccio, ho detto che c’erano gli elicotteri, non hai sentito? E quelli hanno il fascio di luce…” ha spiegato Piattola. E per dare spessore alle sue parole ha preso a grattarsi con forza in qualche zona del suo corpo posta al di sotto del piano del bar. “Ma gli elicotteri non possono essere arrivati sul posto nello stesso momento in cui il TIR si è ribaltato... Vuoi dire che quelli che erano dentro hanno aspettato che arrivassero gli elicotteri, per uscire dal TIR?” ha commentato Ginocchio, quello che si è rotto il menisco venticinque anni fa, giocando nei pulcini della Juve, e che da allora non fa che rivivere e raccontare ogni santo giorno quella tragedia che gli ha bloccato una carriera da campione. “Scusa, ma noi dove eravamo? Possibile che tu fossi solo?” ha chiesto Bostik, sornione. Piattola ha allargato le braccia e ha sbottato: “Ma siete diventati tutti poliziotti? Sto raccontando un fatto di cronaca e voi mi fate il terzo grado? Era un momento in cui non c’era nessuno, forse, che ne so. Io mica schedo le persone, mica faccio lo sbirro, io, a differenza di voi”. “Ma io non mi muovo mai di qua...” ha detto Aldo, che intanto doveva aver dimenticato il TIR. “Non potete capire, è inutile” ha concluso Piattola. E ci ha dato la schiena, sdegnoso, tutto preso a preparare un paio di caffè. Insomma, la povera Nella era su quel TIR che si è ribaltato. Quando la fiancata si è aperta, lei ha avuto la prontezza di darsela a gambe, veloce, fra i campi. Chissà come ha passato la notte... Non ci posso nemmeno pensare. La sostanza è che me la sono trovata davanti l’indomani mattina, mentre stavo svuotando il budellame fra le giovani pannocchie di mais. Ero lì, accovacciato, concentrato e teso nel solo sforzo produttivo di cui sono capace, quando ho avuto la sensazione di non essere solo. Ho alzato gli occhi e lei era ferma a un metro da me, dritta, immobile, con il sole alle spalle e con uno sguardo che avrebbe strappato il cuore anche a un assicuratore. Con che coraggio avrei potuto lasciarla lì, sola, impaurita, tremante? E nuda...
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