3 - Cosa non si fa per amore
Ci sono quei carrelli alti alti che sembrano gabbie a metà, con le sbarre solo su due lati e con le rotelle, sotto. Noi, gli addetti alle pulizie esterne, prendiamo tutti i cartoni vuoti accatastati alla rinfusa sul piazzale degli arrivi, li smembriamo, li ripieghiamo fino a renderli piatti e poi li infiliamo nelle gabbie, di taglio, riducendoli al minor spazio possibile. E quando le gabbie sono piene arriva il camion della carta e si porta via tutto, dopo aver fatto scorrere a terra una nuova nidiata di carrelli traballanti, vuoti, che fanno un rumore come di una cascata di chiodi.
“Ma se tu sai fare quei trom... trop...”.
“Trompe l’oeil, so fare i trompe l’oeil” dico, venendo in soccorso del biondo con cui sto dividendo un panino (il suo). Siamo seduti a terra con la schiena appoggiata a una pila di cartoni, sotto la tettoia di carico e scarico, sul retro del supermercato. Piove come se fosse ottobre e le pozze d’acqua più larghe, sul piazzale, riflettono le nuvole.
“E io che ho detto? Allora, se sei capace di fare quei cazzo di disegni sui muri, perché ammucchi i cartoni qui?”.
“Goranco” gli dico. Goranco è moldavo, ecco perché si chiama Goranco. Ma è qui da anni e parla l’italiano meglio di me.
“Goranco, io so fare i trompe l’oeil, è vero. Ma per mia sfortuna a nessuno interessa avere un trompe l’oeil in casa. Può capitare una volta ogni due anni che trovo uno disposto a pagare per vedere una serra dipinta sul muro dell’ingresso come se fosse vera, ma non c’è una regola... E io ho bisogno di soldi sicuri, adesso. Anche pochi, magari, ma sicuri”.
Dico queste cose a Goranco perché non ci conosciamo. Non avrei mai la forza di pronunciare queste frasi così umilianti davanti ai soci della bocciofila, davanti ad Angela. E fatico addirittura a dirle a me stesso. Da noi, cercare un lavoro vuol dire aver davvero fallito, e trovarlo è proprio il disonore più grande.
“Come tutti” fa Goranco, “ci sono le spese... L’affitto... La benzina che aumenta... Il canone della tele...”.
“No, no, io non ho spese” lo fermo, quasi soffocando per il terrore che quelle immagini mi provocano. Lui non sa che sono allergico al buon senso da condominio. Un colpo di tosse mi fa addirittura lanciare lontano mezzo boccone del panino (il suo). Rapido come un palpatore da tram poso il pugno sull’asfalto, spingo in basso, scatto in avanti in una posa da scimmia e riesco a raccogliere il mio pezzo di pane prima che la pozzanghera in cui è caduto lo digerisca al posto mio.
Goranco gira la testa di là, disgustato, e tace. Guarda la collina avvolta da una nebbia mobile, da dopo temporale, sopra il profilo dei caseggiati da nove piani, tutti uguali, sullo sfondo.
Non parliamo più per il resto del pranzo, ognuno di noi preso dai suoi pensieri. Non posso certo dirgli che me ne frego dell’affitto, della benzina e della tele, che non ho bisogno di nulla, io; che considero il lavoro come una malattia e che se sono qui è perché mi servono i soldi per far felice Nella.
Sì, il lavoro è proprio una malattia e come tutte le malattie è dotata di una sua brava fase di incubazione durante la quale uno si industria per cercare lavoro... Ma la malattia peggiore di tutte è l’amore, perché l’amore è all’origine di tutte le altre. L’amore è la malattia che causa altre malattie, come il lavoro, appunto, che a sua volta procura altre malattie, come la tendinite o la lombalgia, a furia di accatastare i cartoni nelle gabbie.
Prima o poi qualcuno alla bocciofila si chiederà che fine ho fatto. Angela potrebbe insospettirsi per questa mia ormai lunga astinenza e decidere di venire direttamente da me, nel mio tugurio... E potrebbe trovarsi di fronte Nella, adesso che vive con me... No, Angela non può vedere Nella, non può venirlo a sapere così, senza che prima le abbia spiegato... Certo, lei è una puttana e io sono soltanto un cliente; assiduo e con risorse scarse ed episodiche, certo, ma lei sa che non ho altre donne, oltre a lei, e questa specie di mia strana fedeltà è sempre stato il più forte legame per i nostri giochetti del mattino... E poi, chissà, magari viene fuori che è gelosa... Mi sa che dovrò mettere una serratura alla porta della cascina, così sarebbe costretta a bussare e io avrei il tempo di nascondere Nella... Ma dove la prendo, io, una serratura? Non l’ho mai chiusa, io, la porta del mio rudere. E ora che ci penso, i due battenti nemmeno si accostano... E poi una serratura chissà quanto costa... E poi dovrò trovare qualcuno che sappia montarla, e pagarlo... Ecco, lo sapevo, stanno arrivando le necessità, che portano problemi, che richiedono soldi, che a loro volta generano guai...
Prima che Nella entrasse nella mia vita tutto era semplice. Smaltivo la sbronza sul pallet e non sapevo nemmeno se era giorno o se era notte. Se avevo freddo mi avvolgevo nel materasso come un baco e mi godevo quella putrida calura; se faceva caldo me ne stavo lì a fondermi con gli odori e con il sudore fino a quando una sete porca mi costringeva a ritrovare le forze per rimettermi in piedi, passando per lunghe fasi di vacillante equilibrio e di attese a quattro zampe, per andare poi in cerca di un sorso d’acqua.
E che dire dei pomeriggi al bar della bocciofila, trascorsi a passare da un tavolo all’altro con il bicchiere sempre vuoto e sempre riempito dagli amici? Come è semplice e leggera, la vita, quando non si è innamorati... Il tempo sembrava fermo, in quei pomeriggi, e tra un bicchiere e l’altro era così bello ignorare lo scorrere delle ore ascoltando le mille balle di Aldo e di Bostik, sempre superate dalle immense fandonie di Piattola...
Sì, è vero, Piattola racconta un sacco di balle, una più grossa dell’altra, e so che qualcuno di noi, alla bocciofila, ce l’ha con lui per questa faccenda. Ferruccio è quello che la fa più lunga di tutti sull’innocente capriccio del nostro barista e non passa settimana senza che trovi il pretesto per attaccare lui e la sua mania di inventare storie. Ma a me, se dovessi dire la mia, le frottole di Piattola non danno nessun fastidio e anzi mi divertono. Come quella volta che ha raccontato di essere stato un mese e più sotto le macerie, nel terremoto dell’Abruzzo, e che si è salvato bevendo il suo stesso piscio e la poca pioggia che gocciolava nella sua bara di calcinacci, prima che lo tirassero fuori. Io mi sono divertito, quella volta, e molto, e mi sembrava di vederlo, lui, Piattola, grande e grosso e forte come una locomotiva, sepolto sotto uno strato di mattoni e polvere di intonaco, al buio, in attesa dei soccorsi, a soffiare e a spingere con le mani e con i piedi, e poi ad arrabbiarsi e a bestemmiare e infine ad arrendersi alla dura verità di essere impotente, lì sotto, sepolto vivo.
“A un certo punto ti rendi conto che hai smesso di sperare e attendi la morte con serenità, senza più rimpianti, perché i rimpianti e i ricordi, quando sai che stai per andartene, ti fanno soltanto soffrire ancora di più. In quei momenti, credetemi, accetti l’idea di spegnerti, così, come si spegne un topo campagnolo ferito da un aratro, dopo essere tornato a fatica nella sua tana. E pensi all’assurdità di tutte le cose, e a quanto la natura sia indifferente alla nostra sorte... Ma voi non potete capire...”, ha concluso quella volta. E io mi sono accorto che per qualche minuto, mentre parlava, ero rimasto ipnotizzato dalla sua storia, proprio come quando guardo i cartoni animati. E quindi, che importanza poteva avere, per me, che il suo racconto fosse vero o falso? Era bello, quel racconto; triste, sì, ma era appassionante, e mi ero quasi dimenticato di esistere, mentre lo ascoltavo.
Ferruccio, lui, invece, niente da fare, quella storia non gli andava giù. E ha cominciato a berciare:
“Questa è una balla, Piattola” ha urlato, e ha sbattuto in terra il bicchiere, quello con la base spessa, che quando ci metti l’amaro sembra che ce n’è tanto e poi ce n’è poco. “Tu eri qui, Piattola, eri qui, a Stupinigi, nei giorni del terremoto dell’Aquila. Mi ricordo bene, perché abbiamo parlato con quel camionista di passaggio, che veniva proprio da lì. E tu hai anche organizzato una colletta per i terremotati, quando quello se n’è andato. Eri qui, con noi, in quei giorni... Sei uno stronzo, Piattola. Sei un ballista, Piattola, un pallonaro...”.
E se l’è presa pure con noi, che ridevamo, seduti ai tavolini. E se l’è presa anche con me, perché me ne stavo lì tranquillo e beato, seduto in terra ad ascoltare le balle di Piattola senza badare a quanto fossero vere. Ma che cosa gli potevo dire? Povero Ferruccio... Potevo forse spiegargli che per me non c’è differenza fra una storia vera e una falsa? Io sono un sempliciotto, e perciò mi basta che la storia sia divertente, o almeno interessante, e soprattutto che sia raccontata con quella maniera speciale che ha Piattola di farti aspettare il seguito. Poi, certo, se la storia è anche un po’ maiala, meglio, ma vera o falsa, che mi frega?
E poi c’è un’altra cosa che Ferruccio non vuol proprio capire, ed è che può capitare, come è capitato a me, appunto, che la fandonia dell’altro diventi una verità, per te che ascolti. Come in quel pezzo della storia, quando Piattola ha raccontato che per strano che potesse sembrarci, in quei momenti in cui era ormai rassegnato a tirare le cuoia, il solo pensiero che ancora riusciva a tenerlo dalla parte dei vivi era quello del suo cane, Poker, e a quanto avrebbe sofferto quel povero cane non vedendo più tornare il suo padrone.
“Ma se tu non l’hai mai avuto, un cane!” ha bofonchiato Ferruccio, sputando nel portaombrelli, mentre Piattola buttava giù in un solo sorso il bicchiere di Pastis diluito che gli tintinnava fra le dita da qualche minuto.
“Era il cane che avevo preso lì. Era il mio cane... Ma tu non puoi capire...”.
Insomma, vera o no che fosse la storia del cane, resta il fatto che a quelle parole io ho pensato a Nella e a quanto avrei sofferto, a mia volta, al pensiero di non potermi occupare di lei per qualche ragione. E allora, avrei voluto dire a Ferruccio, che t’importa se la storia è vera o falsa? I sentimenti sono sempre i sentimenti, e quello di Piattola per Poker, anche se è inventato, vale come se fosse vero, perché ha risvegliato in me quello per Nella, che è il mio sentimento e che è vero. Cazzo quanto è vero. Sì, so già che Ferruccio avrebbe potuto ribattere che Nella non è un cane e che quindi l’esempio non vale, ma lui che cosa può capirne, di sentimenti? Certo, potrebbe dirmi che amare un’asina non è normale, ma io me ne frego e mi godo il mio amore, la mia felicità, la mia asinella.
Nella…