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L'amaro dell'immortalità. Le metamorfosi del Cardo

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Trafiletto

Ma allora il mondo va davvero alla rovescia, se il Cardo s’innamora, se cerca lavoro, se qualcuno ritiene che lui sia figlio di un conte, se un amaro fa campare duecento anni. E la causa di tutto è un amore assoluto, sconvolgente, mai provato prima. Troppo, per il Cardo, che è costretto a tenere celato il suo sentimento e soprattutto ben nascosto l’oggetto della sua passione.

Ma una simile metamorfosi è sospetta, per Angela, che forse è anche un po’ gelosa. Intanto il lavoro chiama e il Cardo corre a Monforte, su invito del Rombo, un nuovo amico della bocciofila.

Deve dipingere un trompe l’oeil in una villa circondata dai vigneti. Da quel momento si rincorrono i malintesi, si equivoca tra la vita e la morte, si confrontano uomini e animali, il presente si fonde con il passato e da Monforte si sale a Bairo, nel Canavese, dove un misterioso elisir prende il posto del nebbiolo... E ancora una volta il Cardo si trova nei pasticci, fra chi vuole bruciarlo e chi prova ad annegarlo per strappargli un segreto che lui stesso ignora...

Basterà il suo nuovo amore a salvarlo?

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1 - C’è gente che cerca lavoro
1 - C’è gente che cerca lavoro C’è gente che cerca lavoro in maniera disperata e poi, quando lo ha trovato, frigna e impreca e smadonna e si lamenta perché guadagna troppo poco. Ma di che ti lamenti, dico io? Cercavi lavoro? Lo hai trovato. Se volevi i soldi dovevi cercare i soldi, non il lavoro, mio bel frescone. Prendi me: se voglio un pintone di barbera vado alla bocciofila e chiedo un pintone di barbera. Mica vado in giro a chiedere se qualcuno mi presta una bici, quando ho voglia di barbera. Io, a dire il vero, il lavoro non l’ho mai cercato, o quasi. E mi sono sempre trovato bene. La barbera, invece, quella sì, che l’ho cercata. Per i soldi, se devo dir la mia, stessa solfa: mai cercati. Ma questo è un altro paio di mutande. Però, se avessi voluto i soldi, io avrei cercato i soldi, non il lavoro. “Ma i soldi li ottieni soltanto con il lavoro” dice il solito leccaculo. Questa gran fava, rispondo io. Come fai, signor leccaculo, a trovare il tempo per cercare i soldi, se la maggior parte della giornata la passi a lavorare? E non ripetermi che i quattrini li ottieni in cambio di lavoro, perché i pochi soldi che ti danno in cambio del lavoro non bastano nemmeno per pagare il necessario, figurati il superfluo, che è la cosa per cui si campa, alla fine. Uno dovrebbe cercare lavoro soltanto se è sicuro di amare il lavoro. Dovrebbe sbattersi alla ricerca di un lavoro soltanto se ciò che davvero desidera è lavorare. Così, dopo che avrà trovato lavoro sarà contento e non scasserà più la nerchia a nessuno. Ho sentito dire di tizi così innamorati del lavoro che dopo essere andati in pensione hanno sofferto al punto di dover riprendere a lavorare. Altri, come quelli, si sono addirittura ammalati e poi sono morti dopo nemmeno un mese di pensione. Ecco, è quella la gente che dovrebbe cercare lavoro, la gente che ama il lavoro. Insomma, il lavoro è il lavoro e sta da una parte; i soldi sono i soldi e stanno dall’altra. E non si incontrano mai, soldi e lavoro. Non è che ci vuole un genio della finanza per capirlo. Se lo capisco io, tutto detto. E invece, ciccia, la gente continua a cercare lavoro. Dunque, devo ripeterlo: con il lavoro non è possibile fare i soldi. Quel tanghero di prima adesso mi potrebbe chiedere che cosa ne so, io, di lavoro, dato che ho appena detto di non aver mai lavorato. Ed è qui che lo aspettavo, il tanghero, perché qui gli posso buttare sul piatto la carta vincente. Infatti è vero che per la maggior parte della mia vita non ho mai lavorato, ma da tre giorni, ormai, udite! udite!, la storia è cambiata. Da tre giorni mi tiro il culo e sudo e mi scasso la minchia e mi rompo la schiena accatastando cartoni e spostando e trainando a mano carrelli con le ruote, sbilenchi e pieni dei cartoni da imballaggio che io stesso ho messo dentro. Detto in altre parole, ho un lavoro. Sì, è proprio così: io, il Cardo, il re dei perdigiorno, il principe degli ubriaconi, il supremo scansafatiche, l’imperatore della cascina abbandonata in cui alligno, il duca del pallet su cui dormo da quando l’ho reso comodo con un materasso tutto macchie giallognole e brune che ho recuperato in discarica; io, che non mi sono mai lavato per non dover cancellare i numeri di telefono di Ribò e di Angela scritti a pennarello sui polpacci; sì, io, proprio io, lo scarto degli scarti, da tre giorni ho un lavoro. E non si tratta di un lavoro così per dire, ma di un lavoro vero: raccolgo, ripiego e sistemo i cartoni nei gabbioni di metallo. E non in giro, a caso, ma sul retro di questo supermercato disperso nella periferia lungo la strada che da Nichelino va a Moncalieri. Un lavoro con tanto di contratto (a tempo determinato, questo è chiaro, perché non avrei mai avuto il coraggio di firmare per un lavoro se non ne avessi visto anche la fine) e con un orario preciso di inizio e fine giornata, addirittura. Roba da terzo mondo, si capisce, da epoca dello schiavismo, come dicono sempre i miei amici papponi, alla bocciofila, quando parlano di lavoro... Ma lasciamo perdere. Io ormai sto dall’altra parte, dalla parte di quelli che lavorano. Mi sono fatto assumere da questa cooperativa specializzata in pulizie industriali grazie alla raccomandazione di Angela, dato che il presidente è un suo cliente... “Lavorare? Tu cerchi lavoro? Ma sei impazzito, Cardo?” mi ha detto due settimane fa, quando le ho chiesto se conosceva qualcuno disposto a farmi fare qualche lavoretto. Ero disteso sul pallet e lei stava riposizionando le tette nel suo portatette di gomma nera, al termine di una più che soddisfacente seduta di bolero (lei dà un suo nome speciale a ogni tecnica maiala che esegue; ed era la prima volta, di quest’anno, che mi potevo permettere un bolero, grazie al fatto che avevo trovato ben trenta euro sulla maiolica del cesso alla turca della bocciofila). “Mi serve un lavoretto, Angela…” ho ripetuto, a voce bassa. Mi ha guardato come se le avessi confidato di essere il figlio segreto del papa e mi ha toccato la fronte con il dorso della mano. Ho abbassato gli occhi e non ho più parlato. Lei, che conosce le regole, ha capito che se uno non spiega subito una certa cosa è perché non la vuole spiegare punto e basta. E infatti non ha più indagato, ma ho capito dalla sua faccia da scontrino appallottolato che mi immaginava in qualche brutto guaio. “Se è proprio questo, che vuoi...” mi ha detto, infilandosi la gonna direttamente sul belvedere, senza mutande. Poi è rimasta lì un po’, ferma, in piedi, a studiarmi, con il mento intrappolato in una mano, come quelli che ai concerti o alle conferenze se ne stanno ai lati, appoggiati al muro, pensosi, a guardare il pubblico anziché fissare il babbeo che parla o che canta (li ho visti davvero fare così, alla tele). Alla fine però Angela ha sbuffato, come a dire che non valeva la pena darsi tanto pensiero per me; ha scosso il suo casco di capelli corti, neri neri, e se n’è uscita spingendo di lato il battente della porta con un colpo d’anca. L’ho lasciata andare via così, nella luce squillante e polverosa dell’aia, una sagoma perfetta di pelle bianca sullo sfondo scuro della tettoia ingombra dei badili impolverati, dei vecchi rastrelli e degli aratri arrugginiti... Non potevo certo dirle che avevo deciso di andare a lavorare per amore. Non potevo certo dirle che avrei accettato qualunque umiliazione pur di poter comprare qualcosa da regalare a Nella, la mia Nella. Non potevo certo dirle che da quel giorno e dopo quel bolero sarei stato fedele soltanto a lei, a Nella, e che Nella quel giorno sarebbe venuta a vivere con me…

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