III
La bambina sgambetta nei boschi. Ha spiovuto da poco. L’afrore sale dalla terra. Un profluvio di umori si sposa alla rugiada dell’alba. La bambina ha trecce fulve legate con nastro turchese. Indossa un vestito leggero e una giacchetta rossa per proteggersi dall’umidità. Corre. Gli uccelli cantano e dentro le scoppia la gioia.
La vita le sorride dalla cima degli alberi e dai picchi innevati. Nella sua terra la felicità è fatta di piccole cose. La bimba beve la luce che si riverbera sui picchi lontani e ne trae bagliori rossastri sfumati nell’indaco. È una giornata d’autunno. I primi funghi fanno capolino. La bimba ama addentrarsi tra felci e arbusti, scostare le ferule e chinarsi sugli ombrelli carnosi. La sua mamma sa come cucinarli.
La bimba corre ancora e ancora ride. Il paesaggio cambia. Non più boschi e funghi, ma spiagge grigie. Il mare muggisce sotto il maestrale. Le onde si increspano, spandono spuma sui solchi di rena, come sale sulle ferite.
La bambina sente un dardo trafiggerle la schiena. Spilli la pungono. Si volta. Nessuno. L’inquietudine prende forma, diventa presenza fisica. Occhi accesi la stanno osservando nascosti dietro le dune. Occhi di fuoco. La bimba avverte il pericolo e fugge. Non ha più voglia di cantare. Scappa. Sulla rena rimane il cestino rovesciato ed un nastro turchese.
Vorrebbe tornare indietro, recuperarli. Gli occhi pelosi attendono acquattati. La bimba indugia, non vuole dispiacere la mamma. Ansima, il respiro le abbassa e le solleva il petto. Adesso ha caldo, sbottona la giacchetta rossa. Il collo è una vampa umida.
Negli occhi acquattati balenano scintille. Osservano e aspettano. Si nutrono dell’indecisione della piccola, percepiscono la sua paura, se ne cibano.
La bambina muove un passo in avanti. Poi un altro. Ed ancora un altro.
Gli occhi acquattati si infiammano. La lingua ispida lascia un fiume di saliva sul labbro.
La bimba si ferma, avverte di nuovo la presenza nell’ombra. Riprende a correre. Non si volta. Arriva a casa, entra e si tuffa nelle braccia sicure della mamma.
* * *
Di mamma al mondo ce n’è una sola e a volte avanza e soverchia, pensò Bonanno indugiando sulla Punto. Affrontare Vanessa gli provocava un garbuglio alla bocca dello stomaco, non sapeva mai come prenderla e rimandava la baruffa trasformando l’abitacolo dell’utilitaria in una camera a gas. Nel posacenere le cicche si ammonticchiavano contorte. Aveva la bocca amara e impastata, i denti sfibrati dal troppo fumo. Spezzò il circolo vizioso con una mentina e smontò, consapevole della battaglia campale che si preparava ad affrontare. Salì i pochi gradini della scala e fu dentro.
“Sei tu, Saverio?” chiese sua madre, Donna Alfonsina.
“Sì, mà.”
“Si fecero le otto.”
“C’era lavoro da sbrigare.”
“Per quel morto ammazzato nella discarica?”
“E tu come lo sai?”
“Lo dissero alla televisione.”
“I soliti giornalisti... che panzane si inventarono?”
“Niente, parlarono del morto ammazzato, fecero vedere l’immondezzaio e dissero che l’Arma indaga. E gira voce che avete arrestato i tre spazzini. Ma come fu il fatto?”
“Lasciamo perdere. Vanessa rientrò?”
“Aveva lezioni di catechismo. Apparecchio?”
“Che mangiamo?”
“Ditali con frittella di fave fresche. Aspettiamo Vanessa?”
“Se non ci sediamo subito, non mangio più.”
Donna Alfonsina, si aggiustò i capelli grigi raccolti a crocchia e lo squadrò canzonatoria.
“Non ti mettesti a dieta?”
Bonanno non rispose. Si tuffò sulle favette ancora scottanti, le condì con abbondante ricotta salata e per qualche minuto si conciliò col mondo intero.
Il rumore della porta che si apriva lo fece trasalire. Vanessa era tornata.
“Vado in bagno” disse vigliacco.
“E noi qua siamo, Saverio” lo accompagnò Donna Alfonsina intuendo la baruffa che s’addensava nell’aria.
Bonanno le disse ogni cosa d’un fiato.
Vanessa dapprima non articolò suono. Il maresciallo si preoccupò. Forse aveva esagerato a comunicarle così a bruciapelo che la vacanza a Ustica era sfumata. Fu un attimo. I peluche cominciarono a svolazzare per la stanza, seguiti da strilli acuti e pandemoni. La furia della bambina travolse un vaso di bronzo, si sfogò su un paio di libri e coinvolse la pila di giornali. Alla fine della sfuriata, le lacrime le fuggirono dagli occhi e Vanessa si rifugiò singhiozzando nel suo lettino.
Donna Alfonsina scosse il capo contrariata. Quel suo figlio proprio non sapeva farci in famiglia.
“Lo sapevo, lo sapevo” piagnucolò Vanessa.
Bonanno le sedette accanto, le carezzò i capelli e le allungò il fazzoletto.
“Mi dispiace, ma non è colpa mia. Credimi le provai tutte, ma non ci fu verso. Ti prometto che...”
L’urlo di Vanessa lo fece sobbalzare. Bonanno indietreggiò, sommerso da una valanga di epiteti animosi. Si sentiva uno straccio d’uomo, il peggiore dei padri, incapace perfino di tenere fede ad una semplice promessa fatta alla sua unica figlia.
Se acchiappo quella vedova, le infilo la marmitta dove dico io, rimuginò tra sé, meditando vendetta contro il capitano, prima di ritirarsi, sconfitto e depresso, nella sua stanza. Per ore non riuscì a prendere sonno. Si girava e rigirava, maltrattando il cuscino, tirando le coperte, scalciando e sbuffando. Vanessa aveva ragione: quando sarebbero riusciti ad avere di nuovo alcuni giorni liberi per godersi una meritata vacanza? Era maggio e le elezioni provinciali non si tenevano ogni anno. E le scuole continuavano a chiudere a giugno.
Si girò e rigirò. Bevve dell’acqua ed accese l’ennesima sigaretta. Cincischiò col telecomando. Dal video ammiccavano manze sculettanti e mandrilli allupati. In sovrimpressione numeri telefonici che a comporli e a farsi rimbecillire per dieci minuti da frasi sconce, si rischiava di farsi portar via mezzo stipendio.
Spense infastidito. Tornò a letto. I lineamenti alterati del morto ammazzato gli ballonzolavano davanti. Provava pena per quel cadavere offeso dalla morte e dal putridume. Nonostante vent’anni di servizio nella Benemerita, non era ancora avvezzo a trattare i morti ammazzati per quello che erano. Creature senza più l’alito vitale. Creature alle quali, quando gli riusciva, poteva assicurare la pace della memoria, mettendo i ferri ai macellai che le avevano fatte fuori. Ma non sempre aveva successo. E quello aveva tutte le caratteristiche di un caso rognoso.
Non aveva imparato neppure a mantenere le distanze di sicurezza coi morti ammazzati. E quando si ritrovava da solo, i fantasmi sbucavano e prendevano vita. Li vedeva camminare lungo viali alberati, intenti a giocare coi figli, a masticare popcorn al cinema, o al mare, ad arrostirsi al sole bruciante dell’isola.
Detestava la morte violenta che privava un essere umano del suo diritto alla vita. Detestava la violenza sanguinaria tanto radicata nel Dna della sua gente.
Si alzò di nuovo. Raggiunse la camera della piccola. Dormiva avvinghiata alla papera parlante. Vanessa aveva il broncio. Era un angioletto incavolato. Dolce e indifeso. Poggiò le labbra sulle gote rosee ed ancora umide di pianto, le sfiorò con un bacio.
Si sentiva come un cane bastonato. Un padre che è un vero padre non fa piangere i figli. Si sentì piccolo piccolo. Strinse le nocche e serrò un nodo in gola. Tornò a letto. Quando finalmente prese sonno, l’alba già orlava di scarlatto le nubi gonfie. Il giorno si annunciava caldo e lungo.
Due ore dopo la sveglia suonò. Bonanno fece la doccia e trangugiò il primo caffè. Nero, bollente e zuccherato. Accese la prima sigaretta. Cercò in tivù le pagine dell’oroscopo. Pessime previsioni.
Giornata confusionaria specie se lascerete agli altri carta bianca. Calmate la vostra inquietudine che vi spinge a fare più cose nello stesso tempo. E ricordate: il silenzio è d’oro.
La faccia di Vanessa, ancora immusonita, confermò che l’astrologo non mentiva.
“Dormito bene, principessa?”
La piccola imburrò una fetta biscottata.
Le neve che cade sui tetti avrebbe fatto più rumore della risposta di Vanessa.
“Vengo a prenderti a scuola oggi?”.
Sulla fetta biscottata Vanessa stese uno spesso strato di marmellata all’albicocca.
“Ce l’hai ancora con me?”
La fetta biscottata saettò nell’aria. Bonanno la scansò d’un soffio. Anni di onorato servizio nella Benemerita gli avevano pur reso efficienti i riflessi.
“Come non detto” capitolò.
La tentazione di far fuori la vedova assatanata che distraeva il capitano dai suoi compiti istituzionali fu così forte che lo fece sbandare. Il capitano Colombo, troppo preso a spassarsela, non si faceva scrupolo nel delegarlo a gestire le rogne quotidiane e ad assicurare i servizi di routine che ogni Compagnia dell’Arma sottende nel proprio territorio di pertinenza. Tutto sul suo groppone ricadeva. Si accese un’altra sigaretta per smaltire il nervoso. E bevve un nuovo caffè.
La giornata cominciava bene.
Varcò la soglia dell’ufficio già pigliato dai sette turchi. Steppani lo aspettava al passo. Era eccitatissimo e investì il maresciallo con un profluvio di discorsi.
“Non ci capii una minchia. Steppà, ti dispiace mettere il freno a mano e ripetere?”
“Grosse novità, maresciallo. L’uomo scomparso è stato riconosciuto. Le notizie sono certe. Non ci sono dubbi, ho verificato di persona. Si tratta proprio di Pietro Cannata, anni 57, nativo di Sciacca, residente a Porto Empedocle. Ex marinaio imbarcato sui pescherecci, poi commerciante all’ingrosso di pesce. Sposato con Maria Crocifissa Coticchio di anni 55. Padre di tre figli. Una femmina di anni 33 e due maschi di 26 e 17. Incensurato. Scomparso dalla sera del 10 maggio.”
“Ottimo lavoro. Bravo, Steppani.”
Il brigadiere tuttavia non era completamente convinto.
“Però c’è qualcosa che non torna.”
“Ah no?”
“No.”
“Cosa non ti quadra?” domandò Bonanno.
“Cannata risiedeva con la famiglia a Porto Empedocle, eppure la denuncia della sua scomparsa è stata formalizzata ai colleghi di Cefalù.”
“Ci mettiamo a fare questioni di geografia, Steppà? La vedova è liberissima di andare dove le pare a sporgere denuncia. “
“Questo è il punto: a presentare la denuncia non è stata la moglie, tale Maria Crocifissa Coticchio.”
“Ah no?”
“No.”
“E allora cu minchia la presentò?”
“Un’altra signora che non aveva nessun legame col morto, escluso quello che lei può facilmente immaginare. Si chiama Giuseppina Malacasa, detta Rosina, di anni 31, di professione parrucchiera. Nubile e avvenente.”
“Minchia.”
“E buona salute, maresciallo.”