IV

1446 Parole
IV Al cimitero di Villabosco, l’aria stagnava immobile, non c’era alito di vento, quasi a rispettare quei luoghi solitari dove le spoglie degli uomini riposavano dopo i travagli della vita. Sapeva di fiori marciti e tombe non perfettamente chiuse. I cipressi si allineavano nel viale di ingresso. Bonanno era allergico ai camposanti. E l’idiosincrasia aumentò quando vide avanzare il custode: sembrava uscito da un film dell’orrore. Si avvicinò zoppicando. Steppani lo guardò torvo. Lo zoppo rispose con un ghigno di sfida. Poco distante, Maria Crocifissa Coticchio in gramaglie, affidava al fazzoletto dolore e lacrime. Era una donna piccola e triste, gravata dal peso della ferale notizia. Una donna disfatta, invecchiata troppo presto. Accanto a lei stazionavano due armadi ambulanti. Spalle corpulente e braccia come tronchi. I figli Pino e Nico. Giovinezza aitante avvelenata dall’afflizione. Bonanno si avvicinò a disagio. Il dolore degli altri gli restava attaccato ai vestiti. Lo penetrava nel derma e il maresciallo se lo portava dietro per giorni. “Signora Coticchio, sono il maresciallo Bonanno, mi occupo delle indagini.” “Buongiorno”. Un soffio appena. La voce era arrochita dal pianto, stentava a farsi strada. I due armadi gli fecero un cenno di saluto. “Siete pronti?” domandò Bonanno. Gli armadi annuirono e si fecero più prossimi alla madre. “Allora procediamo.” “Mi faccia strada” disse Pino, il maggiore. La vedova ebbe un sussulto. Mise la mano sul braccio di Pino. “No, tocca a me. Tu resta con tuo fratello.” Sul tavolo marmoreo della sala mortuaria, il corpo di Pietro Cannata era coperto da un lenzuolo. Fetore di morte impregnava i muri scrostati dall’umidità. Il custode sollevò il lenzuolo. La vedova per un attimo barcollò. Riprese subito il controllo di sé. Respirò forte e profondamente. “Sì, è mio marito.” Bonanno fu il primo a proiettarsi fuori. Inspirò a pieni polmoni. Steppani lo imitò. Il custode sorrise commiserandoli e serrò la porta alle spalle. La madre si avvicinò ai figli. I figli la fissarono e l’abbracciarono forte. Maria Crocifissa lanciò un urlò senza forza e si strinse ai suoi ragazzi. Divenne ancora più piccola e nera. Bonanno pensò che a volte i nomi non portano fortuna. Scacciò quel pensiero irriverente e si diede dell’insensibile. “Steppani, prendi la macchina” disse per allontanarsi da quella considerazione. “Comandi, maresciallo.” Bonanno si avvicinò ai tre. Non sapeva bene da che parte cominciare. Prese tempo accendendo una bionda. Steppani avviò il motore e lo mandò fuori giri con accelerazioni da formula uno. Attivò anche il lampeggiatore luminoso diffondendo bagliori rossastri. Bonanno, indispettito dalle manovre del sottoposto, scagliò lontano la sigaretta. Stiamoci calmi, si ripeteva. “Signora, capisco che non è il momento, ma ho ancora bisogno di parlare con lei. Questione di formalità.” “Possiamo portarlo a casa?” si informò la vedova. “Mi premurerò personalmente e contatterò il magistrato per sollecitare la restituzione di suo marito.” La signora ebbe un lieve mancamento. Gli armadi la sostennero. “Mia madre non è grado di parlare, maresciallo.” “Capisco, ma si tratta di doverose procedure. Ci sbrigheremo in poco tempo.” “Maresciallo, mia madre non è cosa, ma se insiste ci posso essere d’aiuto io.” Pino Cannata pronunciò l’ultima frase con fermezza e spianò su Bonanno occhi duri. “Nessun problema, giovanotto. Le rinnovo le mie condoglianze, signora.” L’ululato improvviso della sirena li fece sobbalzare. Paonazzo in viso, Bonanno fucilò Steppani all’istante. Nell’ufficio la temperatura era fresca. “Lo gradisce un caffè?” chiese Bonanno. “Grazie” rispose Pino. “Due stretti e forti per piacere” disse Bonanno al suo sottoposto, il carabiniere scelto Giovanpaolo Cacici, nativo della zona di Napoli, occhio scuro e carnagione mediterranea. “Sentiamo maresciallo, che vuole sapere?” domandò Pino. Bonanno avvertì la nota di fastidio. Sotto la massa di muscoli tesi, Pino Cannata tratteneva un oceano in subbuglio. Era un vulcano pronto ad eruttare. Bonanno non si fece impressionare, mise da parte i modi gentili e passò al contrattacco. Quella partita si giocava sul filo del rasoio. Entrambi avevano i nervi a fior di pelle, seppur per differenti motivi. “Stammi bene a sentire, giovanotto, e chiariamo subito un punto: qua dentro io rappresento la legge. Tuo padre fu ammazzato e mi servono informazioni se vuoi che acchiappiamo i suoi assassini. Per ora so solo che tuo padre si allontanò di casa almeno 24 ore prima che qualcuno gli spaccasse la testa. E ora tu mi devi spiegare perché invece di denunciare da voi a Porto Empedocle il suo allontanamento, com’era naturale, la sua scomparsa fu invece segnalata alla caserma di Cefalù da una signorina che non ho il piacere di conoscere. Tale Giuseppina Malacasa detta Rosina. Di oltre vent’anni più giovane di tuo padre. T’è chiaro ora quello che voglio sapere?” Pino Cannata artigliò i braccioli della poltrona con tanta forza da farli scricchiolare. L’incarnato fiammeggiava. “Non sono tenuto a rispondere.” “Fa come ti pare, manco io sono tenuto a sopportare la tua cafonaggine. Puoi andare. Sono sicuro che tua madre saprà dirmi quello che voglio sapere. CACICIIII”. Il sottoposto arrivò di gran carriera. “Mannaggia ‘o Vesuvio marescià, se sta appicciando ‘a caserma?” Bonanno era una sfinge. “Accompagna questo picciotto fuori.” “Aspetti, maresciallo...” balbettò Pino Cannata. “Aspettare cosa?” “Le domando scusa.” “Scusa non basta, giovanotto. Chi è Giuseppina Malacasa, detta Rosina, di anni 31, parrucchiera?” Pino Cannata avvampò, le vene del collo si dilatarono, divennero torrenti blu, il sangue vorticava. I muscoli saettarono. Abbassò la testa. “Me la offre una sigaretta?” chiese indicando il pacchetto sulla scrivania. Bonanno gli allungò una bionda. Il fumo saliva lento. Attraverso le volute, Bonanno assistette ad una metamorfosi. La maschera del bullo si dissolse e mostrò il volto di un giovane afflitto. Bonanno congedò Cacici. “Allora?” lo pungolò. Pino Cannata esplose. “Quella grandissima buttana era la sua troia. Gli aveva fatto la fattura, mio padre si era ammammaloccutu.1 Quello che è successo è colpa sua.” Per farsi perdonare il colpo di sirena lasciato partire per errore al cimitero, Steppani si premurò di sostituire Cacici e portando da sé il caffè, irruppe nell’ufficio proprio in quel momento. “Capperi, che finezza!” si fece scappare lasciando sulla scrivania caffè e dolcificante. Bonanno lo incenerì. Con Attilio Steppani era una battaglia persa. Nativo del nord Italia, il brigadiere capo del Nucleo Operativo era un dongiovanni impenitente, passione che andava di pari passo col suo interesse per le auto e la guida spericolata. E come tutti i giovani, coltivava un pessimo rapporto con l’autorità, seppure nutrisse profondo affetto verso il suo irritabile maresciallo. All’occhiataccia di Bonanno, Steppani fece rapido dietro front. “Domando scusa” disse dileguandosi. “Sua madre non sa di Rosina, vero?” riprese il maresciallo. “È una donna all’antica, tutta casa e chiesa. È troppo buona, si beveva tutto quello che... lui le impapucchiava, non aveva sospetti. Quando lui stava via per tre-quattro giorni, le diceva che andava a Mazara del Vallo oppure a Sciacca per trattare l’acquisto di pesce d’alto bordo. Mia madre non aveva motivo di sospettare. E lo schifoso, dopo che aveva fatto i suoi porci comodi, tornava a casa.” “Suo padre veniva spesso da queste parti?” “Non lo so.” “Conosceva qualcuno o aveva affari da sbrigare quaggiù?” “Forse, non lo so.” “Non la metteva al corrente dei suoi spostamenti?” “Maresciallo, non ci siamo spiegati... io e mio fratello, con lui parlavamo appena. In pescheria ci occupiamo della vendita al minuto. Mio... padre stava poco sia in casa che in pescheria, era sempre perso dietro alle sue troie o via per affari. Non aveva tempo per noi. Mio fratello ne ha risentito molto, è ancora un ragazzino, meritava un padre migliore.” “Suo padre aveva dei nemici?” “Non ci siamo intesi: io della sua vita privata non so niente. Per me era un estraneo. Quando eravamo piccoli era imbarcato e non lo vedevamo... quasi mai. In casa, quelle poche volte che c’era, si pranzava in silenzio guardando la televisione e poi via. In pescheria ancora peggio. Sì e no ci parlavamo quattro-cinque volte al mese, per concordare il prezzo del pesce, fare qualche conto e cose di questo genere. Ma con le femmine... eccome se parlava.” “Una famiglia unita!” si sorprese a sottolineare Bonanno. Il giovane scostò il caffè. Bonanno si pentì d’essere stato troppo istintivo. “Non volevo essere sgarbato, anch’io ho i miei problemi in casa. Sono stato un villano. Si fa presto a parlare degli altri, a giudicare. È che a volte quando nelle famiglie succedono certe cose, è difficile farsene una ragione. Accetta le mie scuse.” Pino Cannata si rabbonì a quelle parole pronunciate a cuore aperto. “Davvero, maresciallo, non so perché era venuto qua. Per me poteva stare pure al Polo Nord. Era un fantasma. E se proprio vuole che gli indichi un suo nemico, eccolo qua davanti a lei, maresciallo. Mi vuole arrestare?” Bonanno fissava senza vederle le scartoffie sulla scrivania che doveva completare per il Comando. Detestava stendere i rapporti, avrebbe pagato per non farlo. Davanti ai suoi occhi si agitavano altre immagini. Al volto del morto ammazzato si sovrapponevano quelli dei figli e della moglie. Nell’ombra restava Rosina, la pettinatrice di Cefalù. Che aspetto aveva? Provò a figurarselo, ma la fantasia non l’aiutava. La immaginava con fattezze da soubrette. La sua ex comparve a tradimento. Si ritrasse dall’immagine sgradevole e si rifugiò nella realtà. Gli incartamenti da completare erano sempre lì. “Steppani.” “Comandi, maresciallo.” “Quello che combinasti stamani al camposanto fu inammissibile e non si deve più ripetere, chiaro?” “M’è scappata la mano, domando venia.” “Venia ’sta pipa, te la dovrei mozzare quella mano.” “Maresciallo…” “Che vuoi ancora, Steppà?” “Se lei è troppo impegnato, potrei completarglieli io quei fascicoli.” Bonanno soppesò l’offerta di pace. Era un’eccellente proposta. “Per stavolta te la lascio la mano.” 1 Rimbambito.
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