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1265 Parole
V Con indosso jeans chiari, camicia a righe e giubbotto sportivo, il capitano somigliava ad uno scanzonato studente universitario. Non aveva affatto l’aria di un militare di carriera con severi studi accademici alle spalle. La vedova gli stava snaturando il sangue, rimuginò Bonanno in ufficio. Basilio Colombo, quando si presentò, tirato a lucido, profumava di dopobarba. I capelli impastati di gel pettinati all’indietro e gli occhiali da sole completavano il travestimento. “Buongiorno, maresciallo, novità?” “I familiari riconobbero la vittima, trattasi di tale Pietro Cannata, un pescivendolo che commerciava all’ingrosso. Era nativo di Sciacca ma risiedeva a Porto Empedocle. Parlai già col dottore Panzavecchia per la restituzione del corpo alla famiglia. Stiamo verificando la denuncia di scomparsa. La presentò una parrucchiera di Cefalù. Il figlio sostiene che trattasi dell’amante.” “Bene, noto che come al solito sta seguendo accuratamente il caso. Il segugio è in azione, eh? Se ha stilato un primo rapporto, glielo firmo.” “Veramente se ne sta occupando il brigadiere Steppani.” “Allora lo visionerò più tardi.” “Con comodo, capitano.” “Maresciallo, anche stamane devo allontanarmi per... esigenze personali... lei capisce, vero? D’altronde ho grande fiducia in lei e nei ragazzi del suo Nucleo, mi può sostituire senza problemi. Ormai il caso è quasi risolto e quindi...” Bonanno soffocò un mugghio. La marmitta del capitano pretendeva un’altra regolatina. Ingorda gioventù. Mentre lo vedeva andar via, a mo’ di rivalsa disse sottovoce vasa vasa voccuzza di meli, tu si bagascia e iu sugnu mugghiera. Il senso del proverbio era ben diverso, ma non si fece scrupolo e l’adattò allo scopo. A lui i doveri ed al comandante di Compagnia il sollazzo. Si rodeva. Anche a lui sarebbe piaciuto avere un meccanico personale sempre a disposizione. “Mettiamoci al lavoro prima che pure io fondo il motore scassato che mi ritrovo” biascicò. “Come ha detto, maresciallo?” “Niente, signor capitano, vada tranquillo e regolasse pure marmitta, freno e frizione che tanto qua provvedo a tutto io.” “Steppaniiiii.” Il brigadiere si presentò trafelato. Aveva le mani nere. “Che minchia combinasti?” Il brigadiere si guardò smarrito attorno. “Che ho fatto stavolta?” “Le mani, Steppà.” “Ah, quelle. Colpa del toner della stampante.” “Tu e la tua voglia di scribacchiare...” Steppani lo sotterrò con un’occhiata assassina. “Sentimi bene, Steppà, attaccati al telefono e piglia contatto coi colleghi di Cefalù. Domanda del maresciallo Liborio Spanò. È un mio buon amico. Digli che vogliamo conferire con madamigella Rosina. In qualità di persona informata dei fatti, la voglio sentire domani alle dieci. Loro la convocano in caserma e noi ci facciamo una passeggiata fino alla costa. Poi ti riattacchi al telefono e chiami i colleghi di Porto Empedocle. Voglio sapere tutto del morto: chi era il suo commercialista, in quali banche si serviva, se aveva altri... interessi. Insomma tutto.” “Agli ordini, maresciallo.” “Torrisi e Brandi rientrarono?” Brandi e Torrisi erano altri due carabinieri fidati del suo Nucleo Operativo. “Ancora no.” “Li chiamaste via radio?” “Sì.” “E allora?” “Zero assoluto.” “Steppà, qua il tempo passa, il capitano pensa a sistemare marmitta e spinterogeno e noialtri ancora non sappiamo se quel disgraziato di Cannata si trovava quaggiù o dall’altra parte dell’isola quando gli spaccarono la cocuzza. Che vogliamo fare?” “Corro a telefonare.” E pensare che avrebbe dovuto trovarsi a Ustica, a scialarsela con vassoi stracolmi di pesce tanto fine e leggero da non dare neppure noia al colesterolo. Ed invece eccolo alle prese con le rogne d’un morto ammazzato che, ironia della sorte, trafficava col pesce. Paradossi del piffero. Bonanno ruggiva come un leone e si mangiava le mani. Come se non bastasse, Vanessa non gli rivolgeva parola. E quel caso non gli dava pace. Se ne occupava con un moto di fastidio, incurante della sua innata sensazione di sbirro che pizzicava senza sosta. Il suo notorio sbirrume pizzicantino. Forse sbagliava, ma sentiva che scavando avrebbe trovato più stabbio di quello dove avevano rinvenuto il cadavere. Il centralinista Vito Cantara gli squillò. Anche lui apparteneva al suo Nucleo Operativo, ma la cronica carenza di uomini li costringeva a sopperire a turno a ben altri incarichi che pattugliare le strade e mettere in gabbia i malacarne. “Maresciallo, avrei il sindaco in linea.” “Parlava bono o chiccheggiava?2” “Chiccheggiava.” “Allora agitato è. Gli domandasti che vuole?” “Ha accennato alla discarica sequestrata.” “E tu che gli dicesti?” “Che il maresciallo si trova fuori sede per lavoro.” “Bravo, Cantà.” “Agli ordini, marescià”. Steppani entrò raggiante. Bonanno si mise sulla difensiva. “Fatto, maresciallo. Per domattina alle dieci la signorina Rosina è stata convocata in caserma. Il maresciallo Liborio Spanò s’è raccomandato di salutarla.” “Tu ricambiasti?” “Con tanta affettuosità. A che ora partiamo? In un’ora e venti dovremmo farcela... senza spingere troppo naturalmente.” Bonanno gli regalò un’espressione stranita. La frenesia di Steppani di scatenarsi alla guida dell’Alfetta era evidente. Non tutti i giorni aveva l’occasione di lasciare scatenare i cavalli della saettante berlina su tracciati lunghi e dritti. Per arrivare a Cefalù dovevano abbandonare la Montanvalle, imboccare l’autostrada Palermo-Catania, proseguire per alcune decine di chilometri, immettersi sull’autostrada Palermo-Messina e ritornare indietro per un tratto, prima di abbandonare il paesaggio interno di campi e colline. Ce n’era più che abbastanza per eccitare le fantasie da pilota spericolato di Steppani. Bonanno ricordò la perenne sensazione delle budella in bilico tra epigastrio e tonsille quando Steppani stringeva un volante tra le mani. Decise senza neppure riflettere. “Domani servirà qualcuno per rimpiazzarmi in caserma.” “Nessun problema, incarichiamo il collega Passalacqua” propose Steppani servizievole. “Passalacqua si maritò cinque giorni addietro e si gode la luna di miele.” “Capperi, è vero. Abbiamo però il comandante di Stazione, il maresciallo Marcelli.” “Steppà, non ci siamo spiegati. Tu resti qua. Domani mi accompagna Cacici. A Cefalù vivo ci voglio arrivare.” Lo sconcerto del brigadiere capo fu evidente persino al quadro del presidente della Repubblica appeso alla parete. Bonanno voleva la guerra. E guerra sarebbe stata. Steppani ribatté al colpo basso: “Come vuole. Ah dimenticavo, il Comando provinciale ha richiesto di integrare due suoi rapporti. Li pretende al più presto. Glieli metto in evidenza sulla scrivania. Le auguro buon lavoro e... buon viaggio, maresciallo.” * * * Davanti l’edificio scolastico sostavano auto in doppia fila e genitori in attesa. I vigili urbani disciplinavano il viavai d’automobili, questionando coi ritardatari che non trovavano posto. Bonanno parcheggiò la Punto distante, come si conviene ad un servitore delle Stato, e si avviò a piedi. L’uniforme riluceva al sole di maggio, gli alamari riverberavano i raggi. Avanzava impettito e altero. La dieta era ben lungi dal sortire gli effetti desiderati. Gli astanti lo salutavano con riverenza. Lui portava serioso la mano alla visiera del berretto. Il trillo della campanellina non si fece attendere. Una moltitudine vociante affollò l’uscita in un tripudio di colori. Gambette e visi rubicondi. Lo spiazzo fu invaso dai bimbi. La marea dilagò. Si diluì in rivoli. I bambini se ne andavano coi genitori. Altri assaltarono il bus scolastico. Bonanno si fece avanti. Sul volto stampò il suo miglior sorriso. Agitò la mano in segno di saluto. Vanessa lo degnò appena di uno sguardo, poi girò il viso e proseguì mimetizzandosi tra gli altri compagni. Salì sull’autobus e prese posto. Bonanno sentì un calcio alla bocca dello stomaco. Il calore si irradiò cattivo fino al volto. Vide rosso. Sebastiano Caramazza, autista del bus, da sette anni al servizio dell’amministrazione comunale, dopo aver controllato che gli scolari fossero tutti a bordo, azionò la chiusura automatica degli sportelli. Le portiere sfrigolarono e produssero un rumore sordo. L’autista si voltò con la bocca spalancata ad osservare il maresciallo che, bloccate le due ante, salì a bordo. “Maresciallo, che fa?” “Me ne vado subito, nessun problema.” Percorso il corridoio a passo di carica, afferrò Vanessa per un orecchio e la trascinò sino all’auto. Sulla Punto, le proteste di Vanessa si trasformarono in uno strillo lancinante. Era l’ululato di una bestia ferita. Insopportabile. La cinquina si abbatté sulla guancia della bambina come un treno in corsa. Quando Bonanno menava, teneva le dita belle larghe, così da prendere in pieno tutta la gota, che adesso appariva rosseggiante e gonfia. Vanessa si azzittì all’istante, sconcertata e intimorita: suo padre non l’aveva mai colpita. “E ora andiamo a casa. Fino a prova contraria, signorina, un padre ancora ce l’hai, ti piaccia o no. E se non ti piace, quando cresci mi spari nella cocuzza, ma fino ad allora, guai a te. Io trasparente ancora non ci diventai.” Vanessa non fiatò. 2 Balbettava.
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