5. Appeso a un filo
La casa di Claudio era avvolta in un silenzio quasi claustrofobico, carico di tristezza e di preoccupazione.
Avevo bisogno che qualcuno mi dicesse che andava tutto bene, che non era niente di grave e che tutto si sarebbe presto risolto. Ma non avevo il coraggio di chiedere. Soprattutto perché mi sembrava di non riuscire più a parlare.
«Bevi qualcosa?» fece la madre di Claudio. Io annuii solamente. Lei mi servì un bicchiere di succo di frutta, e dovetti fare uno sforzo enorme per deglutire il primo sorso. La mia gola era bloccata.
«Quindi sei amica di Claudio?»
L’unica cosa che riuscii a fare fu annuire nuovamente.
«Siete compagni di classe?»
Feci di no con la testa, e poi cercai di dire qualcosa. La mia voce suonò come un flebile sussurro: «Siamo nella stessa scuola».
«Capisco. E vi conoscete da molto?»
Scossi nuovamente la testa, senza aggiungere nient’altro. A giudicare dall’interesse della madre, Claudio non aveva mai avuto tanti amici. O perlomeno non li aveva mai presentati ai suoi genitori. Poi presi un grande respiro. «Come... come sta?»
Pronunciare quella domanda mi costò una fatica immensa, e sapevo che anche per lei non sarebbe stato facile rispondere, ma avevo bisogno di sapere, altrimenti sarei impazzita. La madre mi guardò intensamente e io notai che aveva gli stessi occhi del figlio.
«Non lo sappiamo esattamente» rispose lei. «Ha diverse fratture... e un trauma cranico.» Ci fu un attimo di silenzio. «È in coma.» Le labbra le tremarono.
«È possibile andarlo a trovare?» riuscii ancora a chiederle.
«No, per ora no» disse la madre. «Ma se vuoi lasciarmi il tuo numero» aggiunse «ti chiamo quando... quando va meglio.»
«Grazie» risposi io, e subito dopo le dettai il numero di cellulare. «Riesci a tornare a casa?» mi domandò lei. Io annuii, forse non troppo convinta.
«È meglio se vai, cara. I tuoi genitori saranno in pensiero. È già tardi.» Aveva ragione. Così ci alzammo per avvicinarci alla porta.
«Ti ringrazio per esserti interessata» disse ancora. «Sono sicura che a Claudio...» deglutì, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime «insomma, gli avrebbe fatto piacere» concluse.
La salutai con una stretta di mano, poi me ne andai più sconvolta di quando ero arrivata. Mi ritrovai davanti alla porta di casa senza neanche accorgermi della strada fatta. Agivo come un automa, ma interiormente ero in uno stato di confusione totale.
Mia madre sentì la porta che si apriva, e corse verso di me, insieme a mio padre. Erano visibilmente preoccupati. Si fermarono quando videro la mia faccia pallida e sconvolta.
«Anna! Ma cosa...?!» Scoppiai a piangere lì davanti a loro.
Non riuscivano a capire. Mia madre si avvicinò e mi abbracciò per consolarmi. «Tesoro, vuoi dirci cos’è successo?»
Dopo diversi minuti riuscii a calmarmi, almeno per spiegare che il ragazzo coinvolto nell’incidente era un mio amico, e che stava molto male.
«Ci dispiace tanto Anna. Sii forte. Vedrai che si risolverà.» Mi aggrappai a quelle parole, cercando di trarne conforto. Non avevo altra scelta.
Il sogno che pochi giorni prima sembrava potersi realizzare si era appena infranto in mille pezzi. E questi pezzi erano taglienti come schegge di vetro affilate. Ero sotto shock.
Quella notte presi sonno con difficoltà. Rimasi sveglia per un tempo che mi parve interminabile, senza riuscire a trovare pace.
Quando aprii gli occhi era mattina inoltrata. All’inizio mi ci volle un po’ per ambientarmi. Ero così confusa. Non sapevo quanto avessi dormito, né che ore fossero. Mi ricordai anche che sarei dovuta andare a scuola.
Presi subito la sveglia dal comodino: erano le dieci, e io ero estremamente in ritardo. Mi alzai mezzo barcollante. Mia madre era in cucina. «Buongiorno, tesoro. Ti ho lasciato dormire. Ho pensato che per oggi è meglio se ti prendi un giorno di riposo.»
Annuii, poi mi lasciai sprofondare sul divano. Lei si avvicinò e mi diede un bacio sulla fronte. «Vuoi qualcosa per colazione?» «Un po’ di tè» risposi.
Le idee mi si schiarirono davanti alla tazza fumante, mentre guardavo fuori dalla finestra. La nostra casa dava sul lato di un grande parco. Attraverso il vetro vedevo la luce filtrare tra i rami degli alberi, che si stagliavano sullo sfondo di un cielo limpido. Quella visione mi rasserenò, almeno in parte, infondendomi un sentimento positivo di fiducia. Dissi a me stessa che sarebbe andato tutto bene. Doveva andare bene. Per forza.
Così, dopo aver sorseggiato il tè e sgranocchiato qualche biscotto, mi alzai da tavola sentendomi rigenerata.
Ero convinta che presto avrei rivisto Claudio.
Tornai in stanza e mi sedetti alla scrivania. Presi una penna e un pezzo di carta, decisa a scrivere qualcosa. Invece finii con l’appallottolare e gettare nel cestino diversi fogli, finché mi arresi. Studiare sarebbe forse stato più proficuo, così presi il libro di matematica e mi portai avanti con i compiti.
La giornata trascorse, lenta e malinconica. I miei genitori non fecero altre domande. Mi videro più tranquilla, così evitarono accuratamente di toccare l’argomento. Più tardi mandai un messaggio a Serena, la mia compagna di banco, chiedendole cosa avessero fatto a lezione, e le comunicai che non mi ero sentita molto bene, ma che l’indomani sarei tornata a scuola.
E così fu.
Certo tutto appariva più grigio, meno colorato, senza la presenza di Claudio. L’angolo del cortile che avevo sempre visto occupato da lui era incredibilmente vuoto, ne percepivo l’assenza come se i suoi contorni fossero rimasti impressi nell’aria stessa. Ma probabilmente ero l’unica a provare quella sensazione.
In classe, molti miei compagni mi chiesero se stessi bene. Mi rendevo conto che in certi momenti ero totalmente assente. Mi stavo chiudendo in una gabbia, e l’unico aggancio che mi teneva ancorata al mondo esterno era la speranza. Aspettavo con ansia la chiamata della madre di Claudio, anche se in parte temevo di ricevere altre brutte notizie.
Passarono due giorni. Era venerdì sera e, come ogni altro venerdì, ero andata in piscina. Nuotare mi aiutava a liberare la mente e scacciare i brutti pensieri. Ero appena uscita dalla doccia quando squillò il cellulare. La chiamata era di un numero sconosciuto. Il mio battito cardiaco iniziò ad accelerare, e mi sedetti con ancora indosso l’accappatoio e il costume.
«Pronto?»
«Anna?»
«Sì...»
«Sono la madre di Claudio...»
Ci fu attimo di silenzio, che mi lasciò con il cuore in gola.
«Si è svegliato...»
Seguì un altro attimo di silenzio.
«Co... co... come...» non riuscii ad articolare la frase.
«È ancora un po’ confuso, e non può muoversi. Non si sa bene quale sia l’entità del danno che ha subito. Però è di nuovo con noi.»
«È... è una bella notizia. Grazie!»
«Penso che tra qualche giorno potrai passare a trovarlo, se ti fa piacere.»
«Sì, mi farebbe davvero piacere» risposi io.
«Allora ci sentiamo presto.»
«Va bene. Grazie ancora.»
Mi abbandonai con la schiena contro la parete del camerino, mentre il cellulare emetteva ancora il segnale acustico di fine chiamata, che si spense in automatico dopo qualche istante. Non potevo crederci. Era come vedere una luce in fondo al tunnel. Il filo di speranza era ora diventato una corda più spessa, alla quale potevo aggrapparmi con tutte le mie forze.
I miei genitori me lo lessero in faccia quando rientrai a casa. «Hai avuto notizie, Anna?» domandò mio padre. Io annuii. «Si è svegliato.» Mi poggiò una mano sulla spalla e mi sorrise, con espressione rassicurante. Poi mia madre si avvicinò per abbracciarmi. «Siamo contenti, tesoro.» Mi uscirono alcune lacrime, mentre la tensione iniziava pian piano a sciogliersi.
L’attesa divenne subito frenetica. Speravo di poterlo vedere il prima possibile. I miei desideri furono presto esauditi quando, il giorno seguente, il cellulare squillò all’uscita da scuola.
Questa volta il numero era registrato. Incrociai le dita e chiusi gli occhi mentre rispondevo.
«Ciao Anna. Sono Carla, la mamma di Claudio.»
«Ciao...»
«Volevo avvisarti che da oggi è possibile fargli visita in ospedale. L’orario della mattina va da mezzogiorno all’una, e la sera dalle sei alle sette.»
«Ma... quindi... anche oggi?» La notizia era talmente fantastica che sul momento mi lasciò spiazzata.
«Sì, a partire da questa sera.»
«Allora vengo il prima possibile. Grazie davvero. A presto.»
«A presto, Anna.» Chiusi il telefono emozionata.
Tornai a casa di corsa. Dovevo subito chiedere a qualcuno di accompagnarmi in ospedale, o ci sarei andata a piedi, ma mio padre si rese subito disponibile.
Per tutto il pomeriggio guardai continuamente l’ora, impaziente. Mi preparai con molto anticipo, e quando finalmente salii in macchina sentivo il mio cuore battere fortissimo. Non vedevo l’ora di sapere come stesse Claudio. La madre non mi aveva dato molti dettagli, e io non avevo chiesto nulla.
Dissi a mio padre che potevo cercare la stanza da sola, così mi accompagnò soltanto fino all’ingresso dell’ospedale, dove mi salutò con due baci sulle guance. «Ci sentiamo più tardi, Anna.»
«Certo pa’. Grazie» risposi io.
Feci le scale di corsa, salendo i gradini a tre a tre. Mi concessi giusto un secondo, prendendo un bel respiro per tranquillizzarmi prima di entrare nel reparto.
Fermai subito un’infermiera, le dissi il nome del paziente e il numero di stanza, che mi aveva comunicato al telefono la madre di Claudio. Mentre ci avvicinavamo, intravidi Carla nel corridoio, appena fuori dalla camera. Le mani quasi mi tremavano. Lei mi salutò abbracciandomi, poi mi presentò al marito, con cui scambiai una stretta di mano. Ma io avevo occhi solo per una persona.
Claudio era sul letto, lo schienale era stato rialzato per farlo stare in posizione semi-seduta. Era magrissimo, con il volto ancora in parte tumefatto, e la testa fasciata con delle bende, che lasciavano intravedere alcuni ciuffi dei suoi capelli chiari. Rimasi un po’ sconvolta, ma quella sensazione mi passò subito appena lo guardai negli occhi e lui ricambiò lo sguardo. Capii che mi aveva riconosciuto, e che aveva ripreso pienamente coscienza: era lui, ed era proprio lì davanti a me. Rimanemmo così a fissarci per non so quanto tempo. Ero incapace di muovermi. Fummo interrotti dai genitori, che mi dissero di avvicinarmi senza aver paura. Mossi alcuni passi verso il letto, e potei vedere la sua bocca schiudersi in un sorriso. Anche io gli sorrisi, mentre mi facevo sempre più vicino. Ad un certo punto sentii che i genitori uscivano dalla stanza, forse per lasciarci soli.
«Anna» sussurrò Claudio con debole voce.
Io annuii con la testa, cercando di trattenere le lacrime. Non mi sembrava vero di poterlo rivedere. Trovai che anche in quello stato conservava il suo fascino. Mi accorsi che cercava, con difficoltà, di muovere una mano, forse per salutarmi, e io d’istinto gliela presi. Le sue dita erano gelide, eppure quel contatto mi riscaldò più di ogni altra cosa, rasserenandomi.
«Son contento che tu sia qui» sussurrò ancora lui.
«Anche io sono contenta di vederti» gli dissi. «Mi... mi hai fatto preoccupare parecchio» aggiunsi.
«Mia madre mi ha raccontato tutto, so che sei venuta a cercarmi a casa. Mi dispiace...»
Io scossi la testa. «No no, assolutamente. Non ti devi preoccupare per me.»
Lui mi guardò dritto negli occhi e disse, sempre a bassa voce: «Guarda che non mi son dimenticato del nostro patto. Preparati perché inizieremo presto. Tra pochi giorni riprenderò in mano i disegni, mi sono venute in mente un sacco di idee...» Io annuii con la testa e risposi: «Ci conto».
In quel momento vidi con la coda dell’occhio che i genitori e l’infermiera rientravano nella stanza, e io mi accorsi che ancora stringevo la mano di Claudio, così la posai delicatamente sul letto mentre mi giravo verso la porta. L’infermiera si avvicinò. Dovevano fargli dei controlli e cambiargli la flebo, così decisi che era meglio andare via per lasciargli un po’ di privacy. In fondo ci conoscevamo da così poco tempo!
Per salutarlo mi inchinai leggermente in modo da essere all’altezza del suo viso. «Io devo andare, Claudio.»
«Torna presto...» fece lui.
«Certo» gli dissi. «Tu rimettiti in forma.»
Lui mi fece l’occhiolino.
Mi voltai con il sorriso ancora stampato sulle labbra e mi diressi verso la porta, scortata dalla madre. «Torna quando vuoi» disse lei, ferma sulla soglia. Io annuii. «Grazie. A presto allora... buona serata.»
«A presto, Anna» rispose.
Ero così sollevata! Certo non si poteva dire che stesse benissimo, e a dire la verità non si sapeva quando e quanto avrebbe potuto recuperare, però era vivo e vegeto, e con tanta voglia di andare avanti. Aveva una forza speciale, quel ragazzo, che brillava dal fondo dei suoi occhi. Presi il cellulare per chiamare mio padre. In dieci minuti lui fu nel parcheggio e io salii in macchina. «Ciao pa’.»
«Ciao Anna. Tutto bene?»
«Sì...» feci una pausa. «Claudio... ha ripreso piena coscienza... ma non può ancora muoversi. Riesce a parlare, anche se con un po’ di fatica. Si riprenderà, solo che ci vorrà tempo.» Mio padre mi guardò con espressione rassicurante: «Ogni volta che vorrai venire a trovarlo, posso accompagnarti».
«Grazie pa’» risposi io commossa.