Premessa
Premessa
Il Consorzio descritto nel libro, trae ispirazione in parte dalla Consociazione Cantine Sociali Asti-Nord, che con il suo crollo, avvenuto ufficialmente nel 1964, coinvolse dieci delle ottantacinque cantine funzionanti in Piemonte nella prima metà degli ani ‘60.
Le vicende dell’Asti-Nord appaiono assai complesse e intricate già dalle origini e proprio in questo, nel processo di formazione poco chiaro, sta una delle numerose cause del suo fallimento. L’opinione pubblica rimase profondamente colpita e scossa dalla rivelazione della crisi, che rischiava di mettere in pericolo le sorti di circa seimila aziende e, più in generale, della cooperazione stessa, creando un danno d’immagine pesante per l’enologia piemontese e astigiana (fonte: LA COOPERAZIONE ENOLOGICA. Il caso delle Cantine sociali “Asti-Nord”: un tentativo fallito di organizzare il rapporto tra viticoltura e commercializzazione, di Valentina Frescura a cura dell’ISRAT).
Il caso della sofisticazione col metanolo invece scoppia nel marzo del 1986, dopo una serie di morti sospette sulle quali la magistratura inizia a indagare, alzando il velo su quello che sarebbe stato il primo clamoroso scandalo del settore alimentare. Diciannove morti, decine di persone intossicate, colpite da gravi lesioni, rimaste accecate, l’intero settore vitivinicolo in crisi. Il metanolo è un componente naturale del vino. Aggiungerne importanti quantità in maniera artificiale voleva dire far salire illecitamente la gradazione alcolica e il valore commerciale di prodotti spesso scadenti della spremitura delle uve (fonte: Giorgio dell’Orefice “Il Sole 24 Ore”).
Casi analoghi sono poi stati registrati nell’Europa dell’est e in estremo oriente ma nella misura di fenomeni occasionali e circoscritti. Tutti i nomi e gli avvenimenti specifici riguardanti la vicenda di Vino rosso sangue, sono quindi da considerarsi pura finzione. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistite, eccetto le citazioni che ho sopra indicato, è quindi da considerarsi del tutto casuale.
Voglio ringraziare sentitamente due professionisti che sono anche cari amici e che grazie alle loro competenze, ho potuto proseguire nella stesura di questo libro senza il rischio di incorrere in troppi, banali errori. Il dottor Dino Gargano per la consulenza medica e il dottor Paolo Conti per quel che riguarda chimica ed enologia. Grazie, ci berremo un bicchiere di quello buono.
Costigliole d’Asti
Fabrizio Borgio
Si vedeva il Monviso dal bricco che s’inerpicava sulla Val Tanaro e Giorgio Martinengo, l’uomo che su quel bricco viveva, assisteva ogni sera al tramonto contro il quale il Re di Pietra si stagliava. Giorgio si era apparecchiato un tavolino sull’ampia balconata della sua cascina; una classica merenda sinoira1, con un bel pezzo di salame, una frittata alle erbe, della toma e un cesto di pane e grissini rübatà. In mezzo, spiccava una bottiglia di barbera superiore che aveva in programma di finire in assoluta solitudine e serenità. Stava rinfrescando la serata, a dispetto di quell’ottobre insolitamente mite. Un leggero soffio freddo arrivava da ovest, portandosi dietro un odore che sapeva di pioggia e di terra. Giorgio rientrò in casa e infilò uno spesso maglione di lana sulla camicia scozzese, controllò che la segreteria telefonica fosse attivata e andò a sedersi, bevendo. Tagliò una rondella di salame e se la cacciò in bocca, accompagnandola con un rübatà2, masticando con soddisfazione.
Quelli erano i momenti dove riusciva a rinfrancarsi definitivamente col mondo e ringraziava per l’ennesima volta, la decisione di andare a vivere nella cascina dei nonni materni, sul bricco Cornajàss, vicino a Castagnole Lanze. La piccola cascina era stata completamente abbandonata a se stessa fin dalla morte della coriacea nonna Adelina, nel 1997 e secondo il testamento, lasciava la proprietà ai nipoti. Era messa male, Cascina Cornajàss; due perizie l’avevano giudicata al limite dell’abitabilità e nessuno sembrava intenzionato a investirci denaro per un recupero. Giorgio si era fatto avanti, invece. All’epoca, aveva finito l’università e pareva intenzionato a lavorare nell’azienda vinicola di suo padre; i presupposti sembravano promettergli un futuro che ai suoi genitori appariva ottimale: il figlio primogenito che portava avanti l’opera di padre e nonno e riportava la casa degli inizi agli antichi fasti; tanto che suo padre, in un impeto di generosità inaspettata, aveva finanziato i lavori di ristrutturazione con un cospicuo bonifico bancario. Chissà che un domani, quel figlio un po’ così, giramondo, barbone e strano, non mettesse la testa a posto, sposandosi una di quelle sue amiche...
Poi le cose erano mutate in capo a pochi mesi. Giorgio aveva capito che l’imprenditoria, così come doveva essere nell’azienda di famiglia, non faceva per lui e nonostante amasse il vino come un’emanazione della sua stessa anima abbandonò la Martinengo vini snc, con totale disappunto della famiglia ed entrò nella Polizia di Stato come viceispettore. Trascorse cinque anni in seno alla seconda divisione dello SCO poi lasciò il corpo e intraprese un percorso complesso e variegato d’impieghi e professioni tra le più svariate. Era un inquieto, Giorgio. Una volta, il suo professore di filosofia, gli aveva fatto un implicito complimento. “Persone come lei, Martinengo, sono destinate a stare male in questo mondo. Lo affronti come sta affrontando lo studio”.
Giorgio Martinengo era sempre stato un ottimo studente, medie dei voti alte, una naturale propensione all’estrapolazione logica, alle materie umanistiche, senza tralasciare un interesse vorace verso le altre. Aiutato da una memoria notevole, Giorgio era un uomo avido di sapere. Collezionava nozioni, informazioni, conoscenze tra le più disparate, arricchendo costantemente una cultura generale fuori del comune con letture, corsi ed esperienze. Era fermamente convinto che la mancanza di conoscenza fosse la madre di tutti i mali.
Un giovane uomo dall’intelligenza acuta e i modi eccentrici come i suoi, sovente entrava in conflitto con le regole e le dinamiche del mondo del lavoro. Saltava e vagava da un posto all’altro cercando di accumulare esperienze e conoscenze per poi cambiare di nuovo e cercare altro.
Il nuovo millennio lo aveva portato poi a Torino, presso un’agenzia investigativa gestita da un simpatico ex funzionario di polizia, Mauro, un viveur, amante del mangiare, del bere, delle belle donne e del jazz. Sebbene una ventina d’anni li separasse, tra Giorgio e quel suo principale, trombettista sempre pronto a fare ribota3, si era instaurata un’amicizia che andava oltre il buon rapporto lavorativo. Il sodalizio professionale si era protratto per alcuni anni, poi Giorgio, aveva deciso di ritornare sui suoi bricchi e con un colpo di testa meditato, aprì poco dopo, una sua agenzia, la Martinengo Indagini.
Giorgio finì il primo bicchiere. Tranquillamente se ne versò un secondo. Ora il sole si stava definitivamente rintanando dietro i monti. La linea frastagliata dell’orizzonte ardeva di un rosso vivo. Il verso di una civetta annunciò la notte. Giorgio accese alcune candele che aveva sparso sul tavolo e allungò le gambe sulla seggiola di fronte. Mangiava lentamente e nel silenzio della campagna. Una leggera brezza disperdeva il rumore delle auto che percorrevano la statale Asti-Alba. Dalla cima del bricco si scorgeva la luminescenza diffusa di entrambe le città e di giorno, quando il cielo era particolarmente sclinto4, si poteva abbracciare con un solo sguardo, l’intera arcata alpina, dal Monviso fino al Monte Rosa.
Prese a mangiare la frittata. L’aria faceva tremolare le fiammelle e le ombre attorno a lui, danzavano un sabba muto e bislacco. Sorseggiando il terzo bicchiere, reclinò il capo. La luce di un aereo solitario viaggiava sopra di lui, probabilmente un volo a servizio consultivo, a bassa quota. C’era stato un periodo che aveva frequentato un corso di pilotaggio per ultra-leggeri, il capriccio di un ventenne che l’aveva portato a conseguire il brevetto, farsi qualche volo per lasciar poi perdere, attratto da una vacanza studio in Inghilterra. Le nozioni, quelle gli erano rimaste e riemergevano spontaneamente, quando osservava qualche aeromobile sopra la sua testa.
Ritornò al pasto. Una leggera ebbrezza gli stava provocando un vago giramento di capo, segno che il vino, fermo e corposo, stava facendo il suo dovere. Mangiò con appetito, sentendo la realtà attorno a lui riequilibrarsi. La civetta cantava ancora, l’aria alitava tra i capelli, portandogli qualche brivido dietro al collo e lungo la schiena.
Il telefono di casa suonò due volte, prima che la segreteria entrasse in funzione. Istintivamente, Giorgio guardò in direzione dello studio e scosse le spalle. Se era urgente, avrebbero chiamato sul cellulare e improvvisamente, le note di Bad Vibrations, dei The Black Angels, vibrarono sonoramente attraverso il taschino della camicia. Giorgio si frugò sotto il maglione ed estrasse il cellulare. La chiamata era stata fatta al suo numero professionale; si schiarì la voce e rispose: «Giorgio Martinengo».
«Sul sito si legge che questo numero è attivo ventiquattro ore su ventiquattro» voce femminile, leggermente roca, non giovanissima e gradevole, all’altro capo. «Assolutamente sì».
«Quindi lei sarebbe disponibile anche ora?» un tono insinuante dietro al quale si celava una complessa teoria di dubbi, lasciava in sospeso ogni parola della donna. «Tecnicamente sì. Con chi ho il piacere?».
«Sono la signora Elena Rondissone» aveva calcato sul “signora” con una certa alterigia. Il cognome non era nuovo, ma sul momento non riusciva a collegarlo a nessun volto noto. Sbirciò l’orologio mentre assumeva una postura corretta; vicino aveva un taccuino e una penna pronta a prendere appunti. «Ho un impiego per lei, signor Martinengo» concluse la signora Rondissone. giorgio si passò una mano tra i capelli e si grattò dietro la nuca: «In linea di principio accetto tutti gli incarichi coerenti con le mie attività. Può darmi qualche indicazione sul suo problema?» ci fu un’esitazione da parte della donna, poi la voce, ferma e severa parve riprendere il comando della conversazione: «No. La questione è delicata e voglio parlarne con lei in privato e di persona».
«Bene, fissiamo un appuntamento».
«Stasera. Tra quanto è pronto?».
«Dipende, signora. Dove vuole che ci si trovi?».
«Non ha uno studio?» la domanda della Rondissone mal celava un sottile senso di scandalo. Giorgio sorrise ironico tra sé. «Certo, l’indirizzo è sul mio sito, strada...».
«Va bene. Venticinque minuti e sono da lei».
«A tra poco» disse lui ma la donna aveva già staccato la comunicazione».
Giorgio sparecchiò velocemente, deponendo i resti in cucina, chiuse diligentemente la porta e si spostò nello studio, osservando dalla finestra il cortile. Il tono spiccio e antipaticamente professionale della signora Rondissone, suggeriva una donna esigente e non aveva molti dubbi sulla puntualità dell’incontro. Accese una luminosa lampada a stelo, il computer e davanti alla specchiera dell’ingresso, si diede una riassettata ai ciuffi ribelli. Aveva capelli castani, corti e un po’ spettinati, un volto giovanile, vagamente cavallino, dall’incarnato chiaro e l’ombra di una barba che si radeva circa una volta la settimana.
Un quarto d’ora dopo, i fari di un’automobile emersero dalla ripida strada d’accesso alla cascina, sciabolando l’oscurità e il pianterreno dell’abitazione. Giorgio si appostò sull’uscio e osservò l’Audi parcheggiare proprio di fronte, inondandolo di luce abbagliante. Il motore borbottava di potenza repressa, girò alcuni secondi poi si spense rendendo il silenzio del bricco più denso, per un momento. Elena Rondissone scese dall’auto e gli venne incontro con passo deciso. Dimostrava una quarantina d’anni, segno, dedusse Martinengo, che ne aveva sicuramente di più. Non bella ma piacente, la signora. Capelli lisci, biondi, perfettamente acconciati, naso vagamente aquilino e tratti duri; non era alta la madama e si muoveva sui tacchi robusti di un paio di costosi stivali; portava jeans aderenti e un giubbino di pelle nera che contribuiva a costruirle attorno un’aggressività funzionale. La donna si fermò sull’uscio e gli strinse energicamente la mano, lui si fece da parte per invitarla a entrare e lei si guardò un momento attorno: «Senza il navigatore, io non avrei mai trovato casa sua».
«Uno dei pregi di questo posto» rispose Giorgio con malcelata soddisfazione.
La introdusse nel suo studio, chiuse la porta e andò a sedersi dietro l’ampia scrivania, invitando la donna a fare altrettanto sulla poltrona vicina. La maggior parte del mobilio di casa Martinengo era quello originale che arredava la cascina da un centinaio di anni. Legno massiccio, fattura artigianale, arte povera senza snobismo e tanta sostanza e non facevano eccezione l’imponente libreria e lo scrittoio. Giorgio era sicuro che la signora Rondissone avesse già etichettato e valorizzato ogni cosa che il suo sguardo aveva incontrato. Elena Rondissone occupò posto, accavallò le gambe e frugò nella borsa di Louis Vuitton. «Le spiace se fumo?».
«Non sono un cultore di Tabacco ma, prego, faccia pure» la donna si accese una sigaretta lunga e sottile, tirò una boccata ed esalò uno sbuffo azzurrino. In altro momento, il gesto poteva apparire seducente ma Giorgio, interpretò la cosa come l’affermazione delle sue volontà, in qualsiasi luogo e momento. La Rondissone appoggiò un gomito sul bracciolo, abbassò lo sguardo, come in cerca di concentrazione e proprio in quel momento, un’ombra mesta parve calarle sugli occhi. L’impressione durò giusto un secondo, quando riaprì quei suoi occhi grigi e fissi, una luce determinata e arrogante luccicava fredda. «L’incarico che ho intenzione di affidarle richiede la massima discrezione. Si tratta di una questione importante da gestire in un momento particolarmente delicato, sia della mia vita privata sia dell’azienda di famiglia» Giorgio la seguiva silenzioso; fissava la sua interlocutrice senza perdere un solo gesto, una singola mossa. La donna usava un tono grave ma si poneva innanzi a lui con forza malcelata. Nessun gesto difensivo, nessuna apertura. Riportava sinteticamente quel che aveva preventivato ed era attenta a non oltrepassare le linee che si era imposta. Martinengo alzò un dito per interromperla. «Mi dica» disse lei, inamovibile. Stava istintivamente cercando di mantenere il massimo vantaggio sull’investigatore, tanto da trasformare la sua obiezione in una domanda. «Posso chiederle prima signora, come è giunta a me?».
«A lei?».
«A me. Dubito che si azzardi ad affidarsi al primo che le capita» un’altra boccata, poi la donna soffiò il fumo in un getto verso di lui. «Ha ragione signor Martinengo. Ho ovviamente preso informazioni su di lei attraverso certe mie conoscenze» non aggiunse altro. Era evidente che chiunque avesse interpellato, aveva dato parere favorevole al suo ingaggio. Un complimento non detto né ammesso. La Rondissone non si sarebbe di certo esposta così. Abbozzò un sorriso, Giorgio la invitò a proseguire. «Mio padre è Giuseppe Rondissone» scandì, protendendosi leggermente in avanti. «Titolare della Cantina La Marchesa e presidente del Consorzio Nord Ovest» la famigliarità del cognome si spiegò definitivamente. Il cavalier Giuseppe Rondissone era scomparso circa una settimana prima e tuttora il suo caso occupava le prime pagine dei quotidiani e aggiornati servizi sui telegiornali. «L’incarico è legato alla scomparsa di suo padre?».
«Questo lo dovrà scoprire lei. trascorsi pochi giorni senza sue notizie, dalla sede del Consorzio è stata rubata una bottiglia di Barbera d’Asti superiore».
«Una bottiglia...» mormorò Giorgio, scarabocchiando un appunto sull’agendina. «Domanda forse ovvia...» iniziò lui. La donna rispose ancor prima di ascoltarlo: «La bottiglia era una balthazar a forma bordolese. Nella cantina dell’area vendita del Consorzio, c’è un’esposizione dei vini d’eccellenza delle aziende consorziate: una balthazar per ognuna...».
«Una sorta di Hall of fame» commentò Giorgio. La Rondissone annuì con un veloce cenno del capo. «La bottiglia trafugata era quella della nostra azienda. Un’annata 2000 del valore di circa duecento euro, parlando di bottiglia convenzionale da 75 cl» le bottiglie formato balthazar portavano dodici litri, sedici bottiglie da 75 e Giorgio fece una stima a mente del valore sottratto alla cantina. Un furto non banale, ma poco remunerativo alla fine dei conti. Osservò Elena Rondissone. La donna teneva la sigaretta fra indice e medio, all’altezza degli occhi, il mento sollevato in una posa altera. «Allora?» lo incalzò.
Giorgio scrisse alcuni appunti sul taccuino. «Perché non avete denunciato il furto?».
«Cosa le fa pensare che non abbia provveduto?».
«Se aveste denunciato il furto, le indagini sarebbero già in corso da parte degli inquirenti. A cosa le servirei, allora? Oggi come oggi, una denuncia di furto per un valore di poco più di tremila euro non scomoda le forze dell’ordine come per altri crimini e mi sembra che lei pretenda risultati diretti e un’attenzione più alta. C’è stato scasso?».
«No».
«Nessuna forzatura? Qualcuno ha agito dall’interno, quindi. Sovente i ladri smaliziati procedono con un basista. Potrebbe essere un furto su commissione».
«Io non credo alle combinazioni, signor Martinengo. La balthazar di quel vino è certamente un pezzo pregiato, da collezione, da estimatori; che sia stata rubata poco dopo il rapimento di mio padre non può essere un caso. Io voglio sapere chi è stato e perché. Nella massima discrezione» un dito ossuto, perfettamente curato, con un’unghia lunga e aggressiva, batté perentorio sulla scrivania.
«Capisco» Giorgio si concesse il tempo di una boccata della sua nuova cliente e annuì, accarezzandosi la rada barba che gli ornava il volto. «Va bene signora Rondissone. Lei è informata delle mie tariffe?».
«Non è tra i più cari, ho visto».
«Lavoro da solo. Non ho dipendenti. Se il caso prevede uno sviluppo e uno svolgimento nel breve periodo, applico una paga oraria alla quale vanno sommate spese varie ed eventuali che mi preoccupo di rendicontare volta per volta. Se l’indagine si complica, possiamo ridiscutere la paga passando a un forfettario».
«I soldi non sono un problema» dichiarò lei con sicurezza glaciale. Giorgio inarcò le sopracciglia. Una frase che oggi non si sentiva spesso. La Rondissone si alzò dopo aver guardato il suo Rolex, gli porse la mano e strinse energicamente per un istante: «Ripeto. I soldi non sono un problema, signor Martinengo».
«Domani mattina vorrei fare un sopralluogo presso la sede del Consorzio» lei si fermò sulla soglia: «La aspetto. Dalle otto in avanti mi trova in ufficio» chiuse la porta dietro di sé, lasciandosi alle spalle un nuovo silenzio, l’odore sottile e polveroso delle sue sigarette e un nuovo lavoro per Giorgio Martinengo.
1 La merenda sinoira è l’antico pasto dei contadini piemontesi, una via di mezzo tra la merenda e la cena, permetteva di tirare avanti nei campi fino a tardi.
2 I rübatà sono grissini tradizionali, dalla lavorazione grezza.
3 fare baldoria, mangiare, bere e divertirsi.
4 Sclinto, in piemontese: limpido, terso.