Capitolo secondo

2780 Parole
Capitolo secondo Bevi vino, ché non sai donde sei venuto: sii lieto, perché non sai dove anderai. Omar kayyâm Giorgio Martinengo dormì poco ma profondamente. Il barbera l’aveva aiutato a scivolare in un sonno pieno, corposo come il rosso che gli aveva tenuto compagnia la sera precedente. Si alzò verso le 7.30, meditando di radersi per il sopralluogo poi calcolò che non era passata ancora una settimana dall’ultima rasatura e decise di rimandare. Si vestì sulle note della Sinfonietta, di Leosˇ Janáãek, indossando pantaloni di velluto a coste, camicia di flanella e una giacca di lana con le toppe di pelle. Fuori la prima bruma emanava volute pallide sulla vallata e il cielo aveva il colore del metallo opaco. Giorgio si calcò una morbida coppola inglese sul capo e uscì da casa, respirando la frescura autunnale. Da Castagnole Lanze ad Asti, impiegò una quarantina di minuti, considerando che il suo vecchio Land Rover non permetteva una guida performante e che l’intenso traffico di auto e TIR che contraddistingueva l’Asti-Alba induceva comunque a un’andatura moderata; il che, era assolutamente sulle corde di Giorgio, che non amava la velocità per strada. Il Consorzio Nord Ovest occupava alcuni uffici dislocati presso il palazzo dell’Enofila, in corso Cavallotti. La zona aveva ospitato i primi, importanti insediamenti industriali della città, sul finire dell’´800 e negli ultimi anni aveva subito una serie d’importanti ristrutturazioni. Giorgio parcheggiò il Rover nell’ampio catino di piazza del Palio, trovando miracolosamente uno stallo libero e da lì, proseguì in sella alla piccola bicicletta pieghevole che portava sempre nel retro del veicolo. Le sue esperienze ad Amsterdam e Berlino, gli avevano reso odioso spostarsi in città con un’automobile. In breve tempo, seguendo il tratto di ciclabile che attraversava quella zona di Asti, raggiunse l’imponente struttura di mattoni rossi e ampie finestre. Scese dalla bicicletta, la ripiegò e chiese gentilmente a un custode se poteva riporla nella portineria; l’uomo lo osservò per quasi un minuto come se di fronte si fosse ritrovato un essere alieno e infine acconsentì. Giorgio ringraziò, stringendogli la mano e prima di lasciarlo, chiese dove trovava gli uffici del Consorzio: il custode, telegrafico gli rispose: «Dzora5» indicando una scalinata oltre l’androne. A dispetto della facciata, bell’esempio di archeologia industriale ottimamente mantenuta, gli interni dell’Enofila presentavano ampi spazi, totalmente ristrutturati. Dentro, l’antica fabbrica era stata sventrata e ricostituita secondo le esigenze più moderne e tutta la struttura, sembrava rilucere di una luminosità un po’ fredda. Al secondo piano, trovò gli uffici del Consorzio; attraverso una porta a vetri, vide un ampio corridoio bianco e una figura maschile girata di spalle che lo percorreva; come varcò la soglia, l’uomo si volse di scatto e gli piantò gli occhi addosso, sollevò un mento volitivo e gli domandò chi fosse. «Giorgio Martinengo, investigatore privato» rispose, mostrando il tesserino. L’uomo che aveva di fronte era giovane, sui venticinque anni, fisico atletico sotto abiti di marca, tratti regolari, testa rasata e occhi freddi, dello stesso grigio metallico di Elena Rondissone. «Avevo un appuntamento con la signora Rondissone» aggiunse Giorgio. Il giovane gli restituì la tessera e si presentò: «Sono Loris Rondissone, il fratello» aveva una voce vagamente stridula, dal tono nervoso, sgradevole. Il ragazzo aveva un portamento inutilmente marziale; anche con un vestito di Armani, pareva indossare un’uniforme. «Mi segua» gli disse, neutro. Lo accompagnò lungo l’asettico corridoio fino a un vasto ufficio con arredamento minimale e dietro una scrivania dal ripiano di cristallo, trovò seduta Elena Rondissone, al telefono. La donna lo sbirciò di sottecchi e gli fece un cenno muto d’attesa. Loris gli indicò una seggiola e se ne andò in un risonare di passi sul parquet. La donna parlava piano, molto seria. Girava a destra e a sinistra sulla poltrona dirigenziale e con la mano libera, giocherellava con una collana di perle in bella vista sulla scollatura. Il primo gesto vagamente seduttivo che le vedeva fare. « ...nessuna richiesta di riscatto, fin’ora. Siamo tutti molto in ansia, commissario, capisce vero? Noi come famiglia stiamo attraversando un autentico incubo, sospesi, nell’incertezza... Certo, sempre disponibili. Sempre. La saluto. A presto» posò la cornetta con prudenza e si concentrò su di lui, che aveva ascoltato quelle ultime parole con celata attenzione, fingendo di sfogliare un numero di “Oinos”. «è venuto presto» osservò lei. Giorgio inarcò le sopracciglia. «Mi sono basato sugli orari che mi aveva indicato». «Mi dava l’idea di non essere un tipo particolarmente mattiniero». «Troppe apparenze, nel nostro mondo, signora» Abbracciò ancora con gli occhi le scansie di cristallo, con pochi volumi e dei classificatori. Sulla scrivania imperava il monitor enorme dell’Apple, il telefono e un fermacarte a forma di Douja6. Un grosso portaritratti di plexiglas ospitava la foto ufficiale della famiglia Rondissone assieme ai membri del Consorzio. Giuseppe Rondissone, nelle vesti di grande vecchio, era in piedi, al centro del gruppo, tra i figli. Un uomo robusto, canuto, dal sorriso stentato e le rughe fitte. «Venga, l’accompagno a visitare i nostri uffici» Elena si alzò, lisciandosi una gonna lunga fin sotto il ginocchio. Scarpe dal tacco alto la slanciavano, ma Giorgio osservò come le caviglie fossero robuste e i polpacci particolarmente torniti. Aveva gambe imperfette ma attraenti, complici le pregiate calze nere che le inguainavano. «Il Consorzio Nord Ovest è nato undici anni fa, per tutelare, valorizzare e promuovere a livello nazionale e internazionale le nostre eccellenze enologiche. Esistono anche altri consorzi con le medesime finalità e tendono a essere molto settoriali. Noi, invece siamo interessati a creare un asse commerciale con le aree contigue per fare un lavoro di squadra che ci doni forza e visibilità. Per questo motivo, tra le aziende vitivinicole che ne fanno parte, troviamo anche realtà dell’albese, del Roero e del Monferrato casalese» prese a spiegare la Rondissone, con tono professionale. Giorgio annuiva interessato, seguendola con le mani intrecciate dietro la schiena. «Così vi trovate a gestire disciplinari differenti» osservò Giorgio. La donna lo guardò in tralice: «Lei s’intende di vini, signor Martinengo?». «Ho lavorato nel settore per un po’ di tempo» rispose vago. Visitarono gli uffici amministrativi, la sezione che si occupava di marketing, una sala per presentazioni e conferenze stampa e infine giunsero di fronte all’esposizione del Consorzio. Stavolta c’era un portone blindato che sbarrava l’accesso. Era al fondo della sede, ornato da borchie di ferro. Elena Rondissone estrasse un massiccio mazzo di chiavi, dal quale ne selezionò un paio, con le quali aprì la doppia serratura poi s’infilò dentro e digitò il codice di disattivazione dell’antifurto. Giorgio attendeva con una certa sufficienza, le mani sprofondate nelle tasche dei calzoni. Un sopralluogo sulla scena di un furto non denunciato, a diversi giorni dall’accaduto, senza che il posto fosse stato isolato e congelato, era sostanzialmente inutile. Non avrebbe potuto constatare nulla di realmente utile. Impronte digitali inquinate, eventuali tracce spazzate via dalle interferenze più disparate. Sospirò. Elena sulla soglia lo invitò a entrare. il salone si sviluppava similmente all’ala di un museo in uno spazio espositivo ampio. Ai lati, due file di bottiglioni balthazar erano schierate come statue in un tempio. Ogni bottiglia poggiava su di un basamento di legno e, sotto, faceva bella mostra una targhetta di ottone. Giorgio si guardò attorno. C’era una fila di finestre in alto e apparivano tutte integre. La sala aveva un unico accesso e il portone non recava nessun segno di forzatura o effrazione. Per scrupolo, si accucciò vicino alla porta, accarezzandone la superficie e scattando alcune foto col cellulare. La Rondissone si era appoggiata a un banco e lo osservava con le braccia incrociate sul petto. Giorgio si alzò. «Un buon portone blindato» sentenziò. «La serratura è a doppia mappa, i rostri massicci. Sulle classificazioni delle porte blindate, questa è una classe 3. «Quindi?». «Non dico che sia inespugnabile, ma per aprirla avrebbero dovuto lavorarci sodo e piantare su un bel ciadël7. Direi che inequivocabilmente il furto è stato compiuto da qualcuno interno al Consorzio o che comunque fosse a conoscenza della combinazione dell’antifurto e in possesso di una copia delle chiavi» lei fece una smorfia. «Non siamo in tanti a lavorare qua... mio fratello, un paio di segretarie, l’enologo, il contabile e amministratore, io e a volte i titolari delle cantine consorziate...». «Allora abbiamo una rosa ristretta di potenziali basisti. Chi ha le chiavi?». «Una copia la tengo io, una l’amministratore. Siamo sospettabili?» ribatté la donna con velenosa ironia. Martinengo scosse le spalle e rispose con noncuranza: «Nessuno è escluso...» passeggiò per la sala, soffermandosi a leggere le targhette delle balthazar. Tutti vini rossi DOCG, pregiati, piemontesi: barbera, grignolino, dolcetto, freisa, ruchè, nebbiolo, barolo, barbaresco, una gamba di pernice; era l’equivalente enologico di una prestigiosa gioielleria. Verso il fondo, sulla destra, uno spazio vuoto. Giorgio, sempre le mani in tasca e il capo proteso in avanti, si fermò di fronte al supporto. Scattò altre foto e ci girò intorno. Si mise carponi sul pavimento e scrutò il basamento, infine si rialzò, spazzolandosi i calzoni. La Rondissone gli si era avvicinata e nello sguardo poteva leggerle un misto ansiogeno di fastidio e diffidenza. L’atteggiamento della donna era palesemente irritante e Giorgio era tentato di parlare chiaro e mettere sul tavolo l’insensatezza della sua indagine in quel momento, ma tenne i dubbi per sé e proseguì con le sue congetture. «Ricapitoliamo signora. Il o i ladri sono andati a colpo sicuro, volevano prendersi il vostro barbera e l’hanno fatto senza danni riscontrabili. Sono entrati con delle chiavi, trafugate o duplicate, conoscevano la combinazione dell’antifurto e indisturbati sono andati via». «Lei continua a insinuare...». «Non sto insinuando signora. Non nel senso che intende lei, almeno. Questa è un’analisi dei fatti. La duplicazione delle chiavi può esser stata fatta a vostra insaputa...». «Io non le lascio mai...». «Non è necessario. La tecnologia oggi permette la duplicazione di chiavi anche complesse risalendo semplicemente a una fotografia delle medesime». La donna sgranò gli occhi: «Di qualsiasi tipo?». «Chiavi di ogni tipo su foto anche di bassa risoluzione» precisò Martinengo. In quel momento, si presentò Loris, il giovane dai tratti cesellati e il cranio rasato. Era fermo sulla soglia e s’inserì nella conversazione con intenti palesemente polemici: «Non sono semplici chiavi meccaniche, signor... non rammento il suo nome». «Martinengo» ripeté Giorgio, indifferente alla sottile provocazione. «Se non sono chiavi meccaniche, normalmente si basano su di un sistema di cifratura oppure montano un chip Rfid... Sistemi decisamente efficaci ma oggi come oggi perfettamente duplicabili» riprese a spiegare. «Lei parte sempre dal presupposto che abbiano sottratto le chiavi» insistette Elena. «Le sembro così sprovveduta?». Giorgio sorrise. Un sorriso mesto, quasi condiscendente, quel tipo di sorriso che si elargisce davanti alle ingenuità di un bambino oppure di un candido ignorante. «Signora Rondissone, nessuna accusa e nessuna insinuazione. Le assicuro che esistono professionisti del furto e dello scasso che sono in grado di copiare chiavi di cifratura a 64 bit senza neanche il bisogno di sfilargliele dalla borsetta. Lo so. è parte del mio lavoro» la donna sembrò rassegnarsi all’obiettività delle parole di Giorgio mentre Loris era avanzato, fermandosi vicino al posto lasciato libero dal furto. «Quindi?» lo incalzò. Giorgio si grattò pensieroso il mento pronunciato. Il suo sguardo vagava per la sala. Era una perdita di tempo, se lo sentiva ma gli sembrava l’unica maniera per togliere il dubbio. «Sentitemi bene. è passato troppo tempo da quando è avvenuto il furto e quindi le probabilità di trovare tracce dei ladri sono esigue, ma potremmo tentare con il rilevare le impronte digitali presenti in questa sala, escludendo quelle di tutti voi che lavorate qui». «Lo farebbe lei?» s’informò il ragazzo. Aveva appoggiato un piede sul supporto che aveva ospitato la balthazar trafugata. Giorgio gli osservò la scarpa, nera, lucidissima. «No, contatterei un perito specializzato. Sarebbe lavoro di una giornata, più il caricamento dei dati e le comparazioni». la Rondissone serrò le labbra, guardò il fratello e mosse il capo in un cenno affermativo: «Facciamolo». Giorgio estrasse il proprio telefono e cercò il numero del perito. Era fortunato, Piero Rapalino, perito di Alba, rispose subito. Scambiò qualche battuta con Giorgio e infine si accordarono per un incontro nel tardo pomeriggio. Martinengo ripose il cellulare e prese un taccuino: «Potete gentilmente lasciarmi i nomi del personale che aveva accesso all’esposizione?». «Non è che ci mettete nelle grane con le leggi sulla privacy?» insinuò Loris. La voce, perennemente ostile, infastidiva Giorgio e com’era sua consuetudine, la sua risposta, suonava sempre formale. «Vede, il Garante della Privacy, con una decisione registrata l’8 gennaio 2001, ha affermato che l’investigatore privato, in conformità alle leggi e in base ad un preciso mandato, può raccogliere informazioni utili per far valere un diritto in sede giudiziaria e non viola le norme sulla privacy. Si tratta dell’autorizzazione n. 6/2009 al trattamento dei dati sensibili da parte degli investigatori privati». Giorgio si mosse per la sala, le mani ora sui fianchi, guardandosi sempre attorno, come un turista in visita alla cappella Sistina. «In questo caso, può non far piacere, lo comprendo, ma ci ritroviamo davanti a un caso di presunta infedeltà da parte di personale dipendente ed è un preciso diritto tutelare i vostri interessi e quelli dei dipendenti onesti». «Ci risparmi le lezioni di giurisprudenza» tagliò corto la Rondissone. «L’amministratore è il dottor Barovero, Francesco Barovero, le segretarie, che all’occorrenza accedono all’esposizione per la vendita sono Gloria Bianco e Olga Staˇnescu». «Perfetto. Posso avere i loro curricula?». «Posso fargliene avere delle copie dall’ufficio personale» la donna rispondeva telegraficamente. Giorgio notò quella sua maniera di serrare le mascelle e che esprimeva una rabbia sotterranea costantemente inespressa. Una medesima insofferenza la osservava nel fratello, ma in lei pareva esserci un diverso autocontrollo. «Basta che non sia una perdita di tempo» sbottò lui. Giorgio espirò forte dal naso, si volse verso il ragazzo e gli parlò, avendo cura di non lasciar trasparire dalla voce l’irritazione che sentiva montare dentro: «Senta, voi mi avete ingaggiato e il mio lavoro consiste di tante cose, non ultime tutte quelle che sto facendo Se vi sembra una perdita di tempo, semplicemente non dovevate rivolgervi a un investigatore privato ma a questo punto, non saprei proprio di che cosa avete bisogno». Loris fece per rispondere, Giorgio, vedeva nei suoi occhi la luce ostile di un litigioso pronto allo scontro ma l’intervento della sorella, spense quel focolare sul nascere: «Mola lì!» gli intimò, inaspettatamente in schietto piemontese. Il ragazzo fissò la sorella, poi l’investigatore, infine girò sui tacchi e se ne andò. «Cerchi di capire, signor Martinengo. Il rapimento di nostro padre sta rendendo tutto più difficile» l’accondiscendenza della Rondissone, appariva sincera. Giorgio annuì. «Non ha ricevuto più notizie?» un cenno negativo. «Ho sempre e solo sentito parlare di scomparsa, lei sospetta un rapimento? Richieste di riscatto?» lei scosse la testa. «Niente di niente. Una settimana fa ha lasciato la nostra cantina e da allora non ne abbiamo più notizia». La scomparsa di Rondissone, presentava effettivamente delle caratteristiche anomale, rispetto al modus operandi dei sequestri di persona. «Facciamo un ragionamento» propose Giorgio. «Con lui è scomparsa l’auto, giusto? Il che fa presumere che almeno due rapitori siano saliti sulla macchina e con quella, si siano recati presso il luogo di detenzione, dopo il totale silenzio a distanza di una settimana, senza contatti, senza richieste, senza minacce». Elena Rondissone si sedette su una seggiola. Accavallò le gambe e con una mano si accarezzò un ginocchio in una maniera che nonostante tutto, riuscì a turbare Martinengo. «Ha idea di quanto sia squassante tutto ciò?» gli domandò lei. Giorgio si appoggiò contro un bancone, cercando di non indugiare troppo con lo sguardo sulle sue gambe. Un’altra donna, sarebbe apparsa fragile e bisognosa di conforto, Elena Rondissone esprimeva invece una stanchezza nervosa, che non nascondeva la carica di rabbia energica che l’animava, come una fornace ardente di calore. «Posso provare a capirlo» rispose lui, con un’onestà forse scomoda ma che per il frangente, gli appariva appropriata. Elena lo scrutò di sottecchi. Si accese una sigaretta, senza staccargli gli occhi di dosso. «Apprezza il buon vino, signor Martinengo?». «Assolutamente sì» lei si alzò, mosse passi energici sul parquet, diretta alla degustazione, scelse due grossi calici a bulbo e scrutò le bottiglie alle sue spalle, fino a scegliere una bordolese da 75 cl. L’etichetta raffigurava una nobildonna in abiti settecenteschi che reggeva un bicchiere. La stappò con mano sapiente, annusò il tappo poi scaraffò un po’ del vino contenuto, in un decanter, per lasciarlo respirare. Giorgio si avvicinò e prese la bottiglia. Barbera d’Asti superiore DOCG, annata 2000 della Cantina La Marchesa. «Lo stesso vino della Balthazar rubata?» lei annuì. Versò il vino nei calici e ne porse uno a Giorgio. Esaminò istintivamente il colore alla luce forte di un faretto, era di un granata profondo, con intensità di rubino affascinanti. Fece roteare il liquido nel bicchiere e guardò gli archi che si erano formati sul vetro, stretti e numerosi. Coprì poi con una mano il calice, facendolo scaldare nell’altra. Attese qualche secondo e vi tuffò il naso dentro, aspirando forte gli odori. Era ovviamente etereo, alcolico, forte ma profumato. Ricordava anche la violetta, i frutti di bosco e delle note più forti, di mandorla e terra. Perfetto. Glielo disse, con un tono di sincera ammirazione. La Rondissone serrò le labbra in un invisibile sorriso, bevve a sua volta, fissando un punto nel vuoto. Lasciò che il sorso le sciacquasse la bocca e fece schioccare il palato. Con un dito, controllò di non aver sbavato il rossetto e quel gesto parve vagamente equivoco a Giorgio Martinengo.». «Lei conosce i vini, signor Martinengo» affermò lei. L’investigatore posò il calice e resse lo sguardo indagatore della donna: «Le avevo già detto che ho lavorato nel campo.». «Sa sempre tutto, lei?». «Assolutamente no. Per questo studio sempre, continuamente. Non si sa mai abbastanza» camminò fino al posto vuoto della balthazar rubata e indicò il punto: «Non si scopre mai abbastanza» aggiunse. 5 Dzora in piemontese significa “sopra” o “di sopra” a seconda dei casi. 6 Douja, in piemontese, contenitore a caraffa per la degustazione dei vini. 7 ciadël, in piemontese fracasso, confusione, casino.
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