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Mai più parate

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Trafiletto

Siamo nei mesi più bui della Prima Guerra Mondiale: Christopher Tietjens è di stanza in Francia, lontano dalle prime linee ma alle prese con la disorganizzazione delle truppe e con i drammi dei soldati al suo comando.La mente di Christopher è però assorbita anche da un’altra guerra, quella con la crudele moglie Sylvia. Di lei ha notizie solo tramite le riviste patinate, finché la donna, nell’estremo tentativo di nuocere al marito, non si presenta all’accampamento, provocando una reazione a catena per la fragile posizione di Tietjens.Se “Alcuni no…” poneva le basi dello sconvolgimento rappresentato dalla guerra per l’individuo e la collettività, il secondo volume della tetralogia ci mette davanti a un mondo e a una vita che non saranno più quelli di prima, e perciò non potranno esserci “mai più parate” di nessun tipo.

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I.-1
I.Quando si entrava in quello spazio era sgangherato, rettangolare, caldo dopo lo stillicidio della notte d’inverno, e permeato da una polverina scura arancione e marrone che era luce. Aveva la forma di una casa disegnata da un bambino. Tre gruppi di membra brune macchiate d’ottone ricevevano fiochi fasci di luce che venivano da un secchio bucato, pieno di carbon coke incandescente, e ricoperto da una lamiera di ferro a formare un tunnel. Due uomini, come fossero gerarchicamente più piccoli, stavano rannicchiati in terra accanto al braciere; quattro, due per ogni uscita dalla baracca, stavano afflosciati su due tavolini, in atteggiamento di estrema indifferenza. Dalla grondaia sopra il parallelogramma nero che era il vano della porta cadevano intermittenti gocce di varia umidità, persistenti, con intervalli di suoni musicali come di vetro. I due uomini sui bracieri seduti sui talloni – erano stati minatori – avevano cominciato a parlare in una bassa cantilena dialettale, appena udibile. Andavano avanti ininterrottamente, monotoni, senza animarsi. Era come se uno raccontasse all’altro lunghe lunghe storie a cui il compagno dimostrava comprensione e compassione con grugniti animaleschi... Un immenso vassoio da tè, maestoso, la cui voce colmò tutto il cerchio nero dell’orizzonte, rotolò a terra. Numerosi pezzi di lamiera dissero «pac, pac, pac». Un minuto dopo il pavimento d’argilla della baracca cominciò a tremare, i timpani subirono una pressione dall’esterno, solidi fragori si rovesciarono sull’universo, echi spaventosi spinsero quegli uomini – a destra, a sinistra, o giù verso le tavole, e un crepitare come di fiamme nel vasto sottobosco divenne la condizione stabile della notte. Ricevendo luce dal braciere su cui era piegata la testa, le labbra di uno dei due uomini accoccolati in terra erano incredibilmente rosse e turgide e seguitavano a parlare e a parlare... I due uomini a terra erano minatori gallesi, uno di essi veniva dalla Vallata di Rhondda ed era scapolo; l’altro, di Pontardulais, aveva una moglie che gestiva una lavanderia, visto che lui aveva smesso di andare sotto terra appena prima della guerra. I due uomini seduti davanti al tavolino a destra della porta erano sergenti-maggiori; uno veniva dal Suffolk e aveva sedici anni di anzianità come sergente in un reggimento di fanteria. L’altro era un canadese di origini inglesi. I due ufficiali all’altro lato della baracca erano capitani: uno era un giovane ufficiale effettivo nato in Scozia ma educato a Oxford; l’altro, quasi di mezza età e corpulento, veniva dallo Yorkshire, e stava in un battaglione della milizia. Uno dei due che stavano in terra era al colmo della rabbia perché l’ufficiale più anziano gli aveva rifiutato una licenza per andare a casa a vedere per quale motivo sua moglie, che aveva venduto la loro lavanderia, non aveva ancora ricevuto il denaro dall’acquirente; l’altro pensava a una mucca. La sua ragazza, che lavorava in una fattoria di montagna sopra Caerphilly, gli aveva scritto di una strana mucca: era di razza dello Holstein, bianca e nera – davvero una strana mucca. Il sergente-maggiore inglese era preoccupato fin quasi alle lacrime per il forzato ritardo della partenza del loro contingente. Sarebbe venuta la mezzanotte prima che fosse stato possibile metterli in marcia. Non era giusto tenere degli uomini a non far nulla in quel modo. Agli uomini non piaceva star lì ad aspettare, senza far nulla. Li rendeva insoddisfatti. Agli uomini non piaceva. Non capiva perché il quartiermastro al deposito non teneva sempre pronto il rifornimento delle candele per le lanterne cieche. Gli uomini non avevano l’obbligo di star lì ad aspettare, senza far nulla. Fra poco bisognava dargli la cena. Al quartiermastro non sarebbe piaciuto. Avrebbe brontolato di sicuro. Dovendo distribuire il rancio. Avrebbe dovuto fare una requisizione. Avrebbe dovuto tirar fuori i conti, altro che. Duemilanovecentonovantaquattro cene a un penny e mezzo l’una. Ma non era giusto tenere gli uomini senza far nulla fino a mezzanotte, e senza cena. Li rendeva insoddisfatti e quelli andavano al fronte per la prima volta, poveri diavoli. Il sergente maggiore canadese era preoccupato per un taccuino in pelle di cinghiale. L’aveva comprato in città, al deposito dell’artiglieria. Si era immaginato di tirarlo fuori in parata, per leggere un rapporto o l’altro all’aiutante di campo. Sarebbe stato molto bello, in parata, vederlo così, alto e diritto. Ma non gli riusciva di ricordare se l’aveva messo nello zaino. Addosso non l’aveva. Si tastò la tasca di destra e quella di sinistra sul petto, e la tasca di destra e di sinistra sui fianchi, e tutte le tasche del soprabito che era appeso a un chiodo, dietro alla sua sedia. Non era per nulla sicuro che quello che gli faceva da attendente avesse messo il taccuino nello zaino con tutto il resto, per quanto dichiarasse di averlo fatto. Era molto seccante. Il portafogli che aveva ora, comprato a Ontario, era gonfio e spaccato. Non gli piaceva tirarlo fuori quando degli ufficiali imperiali gli chiedevano qualcosa da un rapporto o l’altro. Dava un’idea falsa delle truppe canadesi. Molto seccante. Faceva il banditore. Era d’accordo che a questo punto sarebbe stata l’una e mezzo prima che il reparto fosse pronto e sul treno, giù alla stazione. Ma era molto seccante non sapere con certezza se quel taccuino era stato messo nello zaino oppure no. Aveva immaginato di fare una bella impressione in parata, così alto e dritto, quando avrebbe tirato fuori quel taccuino perché l’assistente di campo voleva sapere una cifra da un rapporto o l’altro. Aveva saputo che i loro aiutanti di campo, ora che erano in Francia, sarebbero stati ufficiali imperiali. Era molto seccante. Un enorme fragore disse cose d’insopportabile intimità a ognuno di quegli uomini, e a tutti loro insieme come corpo. Dopo quel rigurgito mortale tutti gli altri rumori sembrarono un impetuoso silenzio, doloroso per le orecchie nelle quali il sangue pulsava udibilmente. Il giovane ufficiale si alzò in piedi con violenza e sbrogliò le complicazioni del suo cinturone appeso a un chiodo. Il più vecchio, di là dal tavolino, steso di sbieco, allungò una mano con un gesto all’ingiù. Era consapevole che il più giovane, che era l’ufficiale anziano, era fuori di testa. Il più giovane, insopportabilmente stanco, diceva parole secche, ingiuriose, inudibili al compagno. Il più anziano diceva anche lui parole secche, brevi, inudibili, e seguitava a fare contro la tavola gesti all’ingiù. Il vecchio sergente-maggiore inglese disse al suo subalterno che il capitano Mackenzie aveva di nuovo una delle sue crisi, ma le sue parole non si udivano e lo sapeva. Sentì sorgere, nel suo cuore materno che in quel momento si struggeva per la sorte di duemilanovecentonovantaquattro poppanti una necessità, quasi una fatica, di estendere la materna premura delle sue funzioni all’ufficiale. Disse al canadese che il capitano Mackenzie, che in quel momento era temporaneamente fuori di sé, era il miglior ufficiale dell’esercito di Sua Maestà. E si stava rendendo ridicolo. Il miglior ufficiale dell’esercito di Sua Maestà. Nessuno era meglio di lui. Premuroso, elegante, coraggioso come un eroe. E pieno di riguardo per i suoi uomini al fronte. Da non credersi... Sentiva vagamente che era faticoso fare da madre a un ufficiale. A un caporale, o a un giovane sergente, se cominciava a dare di testa si poteva bisbigliargli qualche consiglio tra i baffi. Ma a un ufficiale bisognava dire le cose alla larga. Era difficile. Grazie a Dio avevano nell’altro capitano un elemento fidato e sicuro. Vecchio e buono, come diceva il proverbio. Seguì un silenzio di morte. «Hanno perso il..., accidenti», il corriere di Rhondda fece sentire la sua voce all’improvviso. Vivaci illuminazioni guizzavano sulla facciata delle baracche visibili dalla porta. «Non c’è motivo», mugolava il suo compagno di Pontardulais nella cantilena nativa, «che quei riflettori maledetti, santoddio, ci illuminino tutti, perché... gli aerei ci vedano tutti. Voglio rivedere la mia dannata baracca laggiù a quel dannato di Mumbles, anche se non mi danno il permesso». «Smetti di imprecare, Zero Nove Morgan», disse il sergente-maggiore. «Forza, Morgan, hai capito?», seguitava a dire il compagno di Zero Nove Morgan, «dev’essere stata una strana vacca, comunque. Una Holstein bianca e nera...» Fu come se il capitano più giovane smettesse di ascoltare quel che dicevano. Posò le due mani sulla coperta che era stesa sulla tavola. Esclamò: «Chi diavolo sei per darmi ordini? Sono il tuo superiore. Chi diavolo... Oh, per Dio, chi diavolo... Nessuno dà ordini a me...» La voce gli si afflosciò debole nel petto. Si sentì le narici straordinariamente dilatate così che l’aria che entrava dentro era fredda. Sentiva che c’era un’intricata cospirazione contro di lui, e tutt’attorno a lui. Esclamò: «Voi e quel... ruffiano del generale...!» Aveva voglia di tagliare certe gole con un coltellaccio ben affilato da trincea che aveva con sé. Si sarebbe tolto un peso dal cuore. Un «Seduto!» dalla pesante figura che gli stava ammucchiata davanti gli paralizzò gli arti. Provava un odio incredibile. Se avesse potuto muovere la mano e afferrare quel coltellaccio... Zero Nove Morgan disse: «Il nome del... che s’è comprata quella maledetta lavanderia è Williams... Se avessi saputo che è Evans Williams di Castell Goch avrei disertato». «Ha preso in odio il vitello», disse quello di Rhondda. «E badate, prima di poter dire...» La conversazione degli ufficiali era una cosa che non ascoltavano neppure. Gli ufficiali parlavano di cose senza interesse. Che mai poteva esser preso a quella vacca per odiare il suo vitello? Lassù, in montagna, dietro Caerphilly? La mattina d’autunno tutto il versante della collina era coperto di ragnatele. Brillavano al sole come vetroresina. Bisognava sorvegliarla, la vacca. Il giovane capitano chino sulla tavola cominciò una lunga discussione sull’anzianità relativa. Discuteva con se stesso, e prendeva le due parti in un borbottio straordinariamente rapido. Lui era stato promosso dopo Gheluvelt. L’altro, meno di un anno più tardi. Era vero che l’altro comandava in permanenza quel deposito, e che lui era aggregato a quell’unità soltanto per l’approvvigionamento e la disciplina. Ma questo non includeva l’ordine di stare seduto. Che diavolo voleva dire, l’altro, lo voleva proprio sapere. Cominciò a parlare, sempre più svelto, a proposito d’un cerchio. Quando la sua circonferenza sarebbe stata compiuta per la disintegrazione dell’atomo, il mondo sarebbe giunto alla fine. Entro il millennio non ci sarebbe più stato da dare o ricevere ordini. Certo, avrebbe obbedito agli ordini fino ad allora. All’ufficiale anziano, gravato dal comando di un’unità di proporzioni irragionevoli, con un quartier generale raffazzonato di subalterni inutili che venivano continuamente cambiati, con tutti sottufficiali che non avevano voglia di far nulla, con soldati semplici quasi tutti coloniali che non avevano l’abitudine di adattarsi a far a meno di questo o quello e con un deposito da tirar avanti il quale, essendo di vecchio impianto, sentiva di appartenere esclusivamente a un’unità britannica regolare e non era mai disposto a tirar fuori qualcosa, bastavano già largamente le difficoltà da affrontare quotidianamente, e poi aveva delle faccende private molto penose. Era uscito da poco dall’ospedale; la baracca foderata di tela di sacco in cui viveva, presa in prestito dall’ufficiale medico del deposito attualmente in licenza in Inghilterra, era d’un calore soffocante con la stufa a paraffina sempre accesa, e insopportabilmente fredda e umida senza di essa; l’attendente che l’ufficiale medico aveva lasciato a custodire la baracca sembrava un mezzo idiota. Quelle incursioni aeree tedesche erano diventate, ormai, continue. La base era gremita di uomini, stavano stretti come sardine. Giù in città le strade erano così affollate che non c’era posto per muoversi. Le unità distaccate presso quella base avevano l’ordine di tenere gli uomini il più possibile al coperto. I reparti dovevano partire soltanto di notte. Ma come si faceva a far partire delle truppe di notte quando ogni dieci minuti si avevano due ore di oscuramento a causa di un’incursione aerea? Per ogni uomo ci volevano nove blocchetti di moduli e di cartellini che dovevano essere firmati da un ufficiale. Era giustissimo che quei poveri diavoli fossero ben documentati. Ma come si poteva fare? Aveva duemilanovecentonovantaquattro uomini da mandare fuori quella notte, e nove volte duemilanovecentonovantaquattro fa ventiseimilanovecentoquarantasei. Non volevano o non potevano concedergli una macchinetta punzonatrice solo per lui, ma come doveva fare l’armiere del deposito a punzonare cinquemilanovecentottantotto dischi d’identità oltre al suo solito lavoro?

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