I.-2

2168 Parole
L’altro capitano sproloquiava davanti a lui. A Tietjens non piaceva quel discorrere del cerchio e del millennio. Ti allarmi, se hai un po’ di buon senso, ad ascoltare certe cose. Può essere l’inizio di uno squilibrio cronico e pericoloso... Ma lui non sapeva nulla di quel tizio. Forse, era troppo bruno; troppo bello, troppo appassionato, per essere un buon ufficiale effettivo nei confronti suoi. Ma doveva essere un buon ufficiale: aveva una fibbia con il Distinguished Service Order, la Military Cross, e anche qualche nastrino estero. E il generale l’aveva detto: e aveva aggiunto come informazione supplementare che era un latinista laureato... Chissà se il generale Campion sapeva che cosa voleva dire essere un latinista laureato? Forse no, ma s’era appuntato l’informazione come un capo tribù si fregia di un ornamento barbaro. Voleva dimostrare che lui, il generale Lord Edward Campion, era uomo di cultura. Non si poteva mai sapere dove sarebbe esplosa la vanità. Quell’individuo, dunque, era troppo bruno e troppo bello per essere un buon ufficiale: eppure era un buon ufficiale. Questo spiegava tutto. La repressione della passione fa diventare pazzi. Doveva essere stato sobrio, disciplinato, paziente, perfettamente controllato fin dal 1914 – contro uno sfondo di fuoco infernale, di zuffe, di sangue, di fango, di vecchi bidoni... E l’ufficiale anziano aveva, infatti, una visione del più giovane come nell’abbozzo di un ritratto a grandezza naturale – per qualche ragione con le gambe larghe, contro uno sfondo di tappezzeria scarlatta di fuoco e ancora più scarlatta di sangue... Sospirò un poco; era la vita di tutti quei milioni... Gli sembrava di vedere il suo reparto: duemilanovecentonovantaquattro uomini dei quali aveva assunto il comando da un paio di mesi – un bel po’ di tempo per come andava la vita – uomini sui quali lui e il sergente-maggiore Cowley avevano vegliato con moltissima tenerezza, soprintendendo alla loro moralità, al loro morale, ai loro piedi, alla loro digestione, alla loro impazienza, al loro desiderio di donne. Gli sembrava di vedere che si snodavano su una gran distesa di campagna, e la testa della colonna si buttava giù pian piano, come al giardino zoologico si vede un immenso serpente che piano piano si lascia scivolare giù nella sua cisterna... Sistemarsi quaggiù, lontano lontano, contro l’invalicabile barriera che avanzava dal profondo della terra alla vetta del cielo... Sconforto intenso; infinito disordine; infinite pazzie; infinite scelleratezze. Tutti quegli uomini abbandonati nelle mani degli intriganti più cinicamente imprudenti che brulicano nei lunghi corridoi per ordire complotti che straziavano il cuore del mondo. Tutti questi uomini giocattoli: tutti questi tormenti mere occasioni per frasi pittoresche da includere in discorsi di politicanti senza cuore e neppure intelligenza. Centinaia di migliaia di uomini sbatacchiati qua e là in quella squallida e gigantesca fanghiglia marrone del mezz’inverno... perdio, proprio come ghiande maliziosamente raccolte e lanciate oltre la spalla da gazze ladre... Ma uomini. Non soltanto popolazioni. Uomini di cui ci si preoccupava adesso. Ogni uomo un uomo con spina dorsale, ginocchia, pantaloni, bretelle, fucile, casa, passioni, fornicazioni, ubriacature, compagni, un’immagine dell’universo, calli, malanni ereditari, commercio d’ortolano, negozio di lattaio, edicola di giornali, marmocchi, moglie sgualdrina... Gli Uomini: la Bassa Forza! E i poveri... piccoli ufficiali. Dio li aiuti. Latinisti laureati... Quel particolarmente disgraziato... latinista sembrava contrario al rumore. Avrebbero dovuto tenere quel luogo silenzioso per lui... Perdio, aveva perfettamente ragione. Quel luogo doveva essere adibito a una preparazione silenziosa e metodica di carne da macello. Distaccamenti! Una Base è un luogo in cui si medita: forse ci si dovrebbe pregare: un luogo in cui i Tommy dovrebbero scrivere in pace le loro ultime lettere a casa e descrivere come i cannoni “bubolano” orribilmente. Ma ammassare un milione e mezzo di uomini dentro e attorno una piccola città era come mettere in una trappola da topi un gran pezzo di carne marcia. Gli aeroplani degli unni lo sentivano a cento miglia di distanza. Facevano più danno lì che bombardando un quartiere di Londra fino a ridurlo in polvere. E la contraerea lì era uno scherzo: uno scherzo folle. Sputavano fuori migliaia di scariche da ogni tipo di pezzo d’artiglieria come scolaretti che bombardino a sassate i topi di una fogna. È ovvio che gli uomini più addestrati stanno alla contraerea piazzata attorno alla metropoli. Ma questo non era uno scherzo per chi lo subiva. Una pesante depressione lo schiacciava, ancora più pesantemente. La sfiducia del ministero, sentita ormai dalla maggior parte dell’esercito, diventava un dolore fisico. Quegli immensi sacrifici, quell’oceano di sofferenze mentali, tutto subìto per secondare le personali vanità di uomini che, in quell’enormità di paesaggi e di forze, sembravano pigmei! Erano i tormenti di tutti quei milioni a mollo nel fango marrone a tormentarlo. Potevano morire, essere massacrati, a centinaia di migliaia, al macello. Ma che fossero massacrati senza slancio, senza fiducia, con la fronte aggrottata: senza parate... Non sapeva proprio nulla dell’ufficiale che gli stava davanti. Apparentemente si era fermato in attesa della risposta a una domanda. Quale domanda? Tietjens non ne aveva idea. Non era stato ad ascoltare. Un pesante silenzio cadde sulla baracca. Aspettavano. Il tizio disse, con intonazione di odio: «Beh, che c’entra? Questo voglio sapere!» Tietjens riprese a riflettere... C’erano tanti tipi di pazzia. Questa di che tipo era? Quel tizio non era ubriaco. Parlava come un ubriaco, ma non era ubriaco. Ordinandogli di sedersi, Tietjens aveva fatto solo un tentativo. C’erano dei pazzi il cui momentaneo subcosciente risponde a un ordine militare come se fosse magico. Tietjens si ricordò di aver gridato: «Alt... dietrofront» a un povero pazzo in un campo d’Inghilterra e quello, che era passato al galoppo davanti alla sua tenda, brandendo una baionetta nuda mentre i suoi inseguitori erano dietro a lui, a cinquanta metri di distanza, s’era fermato di botto, sugli attenti, battendo i tacchi come un ufficiale della guardia. Ci aveva provato con questo in mancanza d’un espediente migliore. A quanto pareva, aveva funzionato a intermittenza. Si arrischiò a dire: «Che c’entra che cosa?» L’uomo disse, quasi ironico: «Sembra che non sono degno di essere ascoltato da vostra altezza e potenza. Ho detto: “Che ne è di quel sudicio imboscato dello zio?” È il vostro schifoso miglior amico». Tietjens disse: «Il generale è vostro zio? Il generale Campion? Che cosa vi ha fatto?» Il generale gli aveva mandato quel tizio con un biglietto in cui pregava lui, Tietjens, di tener d’occhio un bravissimo ragazzo, ufficiale ammirevole, che faceva parte della sua unità. Il bigliettino era scritto a mano dallo stesso generale e conteneva l’informazione supplementare relativa alla prodezza scolastica del capitano Mackenzie... Tietjens aveva trovato strano che il generale si desse tanta pena per un qualsiasi ufficiale di fanteria che comandava una compagnia. Com’era possibile che quell’individuo fosse stato indotto a farsi notare da lui? Certo, Campion era di buon cuore, come qualsiasi altro uomo. Se un tizio, mezzo suonato, il cui stato di servizio dimostrava che era un ottimo uomo, fosse stato portato alla sua attenzione, Campion avrebbe fatto il possibile per lui. E Tietjens sapeva che il generale considerava lui, Tietjens, un individuo ponderato, pedante, capace di occuparsi di un suo protetto... Forse Campion s’immaginava che in quell’unità non avessero lavoro da fare: poteva diventare un effettivo reparto per alienati. Ma se Mackenzie era nipote di Campion la cosa si spiegava. Il pazzo esclamò: «Campion, mio zio! Macché, è vostro zio!» Tietjens disse: «Oh, no, non è mio zio». Il generale non era neppure suo parente, ma era stato il suo padrino e il più vecchio amico di suo padre. L’altro rispose: «Allora è proprio da ridere. Maledettamente sospetto... Perché s’interessa tanto a voi se non è il vostro dannato zio? Voi non siete il tipo del soldato... Un tascapane, ecco che cosa sembrate...» Si fermò, e poi proseguì molto in fretta: «Lassù al quartier generale dicono che vostra moglie tiene in pugno quello schifoso di generale. Non credevo che fosse vero. Non credevo che voi foste un tipo così. Ne ho sentite tante su di voi!» Tietjens scoppiò a ridere a quella pazzia. Poi, in quel buio scuro, uno spasimo intollerabile attraversò la sua pesante figura – lo spasimo intollerabile delle notizie di casa che giungevano a quegli uomini disperatamente occupati, il dolore provocato da catastrofi che accadevano al buio e a gran distanza. Non c’era nulla da fare per mitigarle!... La straordinaria bellezza della moglie dalla quale viveva separato – perché era straordinariamente bella! – poteva davvero aver provocato degli scandali se lei fosse penetrata nel comando, dal generale, come a una festa di famiglia! Finora, per grazia di Dio, scandali non ce n’erano stati. Sylvia Tietjens gli era stata atrocemente infedele, nel modo più doloroso. Non poteva esser certo che il figlio che adorava fosse suo... Non era un fatto insolito con donne straordinariamente belle – e crudeli! Ma lei era stata altezzosamente riservata. A ogni modo, tre mesi fa, s’erano separati... Oppure lui pensava che si fossero separati. L’ignoto quasi assoluto era calato sulla sua vita familiare. Ella gli apparve davanti così straordinariamente viva e chiara in quel buio scuro tanto da farlo rabbrividire: molto alta, molto bella, e perfino straordinariamente agile e linda. Purosangue! In una guaina di tessuto d’oro, tutta illuminata, con quella massa di capelli, anch’essi di tessuto d’oro, avvolti e riavvolti con due fasce sugli orecchi. I lineamenti erano molto netti e piuttosto esili; i denti bianchi e piccoli; i seni piccoli; le braccia magre, lunghe e sui fianchi, in posizione d’attenti... I suoi occhi, quando era stanco, avevano il vizio di riprodurre immagini sulla retina con estrema chiarezza, immagini talvolta di cose che egli pensava, talvolta di cose che gli stavano proprio nel fondo dei pensieri. Ebbene, stasera i suoi occhi erano molto stanchi! Lei guardava diritto davanti a sé, con un piccolo fremito ostile agli angoli delle labbra. Aveva appena trovato un modo di ferire terribilmente la silenziosa personalità di lui... La semichiarità diventò d’un azzurro luminoso, come un piccolo arco gotico, e gli uscì dalla visione, verso destra... Non sapeva nulla di dove fosse Sylvia. Aveva smesso di guardare i giornali illustrati. Aveva detto che sarebbe andata in un convento a Birkenhead – ma per due volte egli aveva visto fotografie sue. La prima la mostrava semplicemente con Lady Fiona Grant, figlia del Conte e della Contessa di Ulleswater – e un certo Lord Swindon, che si diceva futuro ministro della Finanza Internazionale – un nuovo Pari... Tutti e tre venivano dritti verso l’obiettivo nel cortile del castello di Lord Swindon... tutti e tre sorridenti!... La dicitura annunciava che la signora Tietjens aveva il marito al fronte. La fitta, però, era arrivata con la seconda fotografia – nella descrizione che ne forniva il giornale! Mostrava Sylvia ritta davanti a una panchina del parco. Sulla panchina, di profilo, tutto abbandonato nel fragore di una risata, un giovanotto col cilindro ben ficcato sul capo, che era gettato all’indietro mentre la mascella prognata puntava all’insù. La dicitura dichiarava che la signora Tietjens, il cui marito era in un ospedale del fronte, stava raccontando una bella storia al figlio ed erede di Lord Birgham! Un altro di quei pestilenziali, perversi giornali sovvenzionati da pari della finanza... Lo aveva colpito per un doloroso momento mentre guardava quella fotografia nella diroccata anticamera di una mensa dopo essere uscito dall’ospedale – che, a leggere quella dicitura, il giornale aveva voluto ferire Sylvia... Ma i giornali illustrati non feriscono le bellezze dell’alta società. Sono troppo preziose per i fotografi... Allora Sylvia doveva aver fornito l’informazione; desiderava provocare un commento per il contrasto tra i suoi ilari compagni e la dichiarazione che suo marito era in ospedale al fronte... Gli era venuto in mente che ella fosse sul sentiero di guerra. Ma se l’era fatto uscire dalla testa... Tuttavia, vivace miscuglio com’ella era di perfettamente retto, perfettamente temerario, perfettamente avventato, e generoso, perfino affettuoso – e di atrocemente crudele, niente poteva andarle più a genio del mostrare deciso disprezzo – no, non disprezzo! cinico odio – per suo marito, per la guerra, per l’opinione pubblica... perfino per gli interessi del loro bimbo!... Eppure, gli sovvenne, l’immagine di lei che aveva appena visto era stata l’immagine di Sylvia, sull’attenti, con la bocca lievemente vibrante, mentre leggeva le cifre segnate a fianco del lucido filamento di mercurio di un termometro... Il bambino aveva avuto, col morbillo, una grossa febbre che neppure allora gli piaceva ricordare. E – era stato nello Yorkshire, da sua sorella, e il medico locale non aveva voluto prendersi la responsabilità – ancora sentiva il calore di quel corpicino che era come una mummia; aveva coperto il capo e il viso con un panno di lana, perché non gli piaceva vederlo, e aveva immerso quel peso caldo, spaventoso e fragilissimo nella luccicante superficie di ghiaccio tritato nell’acqua... Lei era rimasta sull’attenti, e gli angoli della bocca le si muovevano un poco: e il termometro calava a vista d’occhio... Purché non volesse, nuocendo al padre, nuocere atrocemente al bimbo... Perché non poteva esserci nulla di peggio per un bambino dell’avere una madre nota come una puttana...
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