Il sergente-maggiore Cowley era in piedi accanto alla tavola. Disse: «Non sarebbe opportuno, signore, mandare un corriere al sergente cuoco del deposito per dirgli che bisogna provvedere al rancio per il reparto? Potremmo mandare l’altro al Quartier Generale col 128. Per adesso qua non serve nessuno dei due».
L’altro capitano seguitava a parlare incessantemente – ma del favoloso zio, non di Sylvia. Era difficile per Tietjens riuscire a dire quel che voleva. Voleva che il secondo corriere fosse mandato al quartiermastro giù al deposito con un dispaccio per avvertire che se le candele G.S. per le lanterne cieche del suo ufficio non fossero state fornite, al ritorno del latore, lui, il capitano Tietjens, comandante del XVI Battaglione, avrebbe portato tutta la questione dei rifornimenti per il suo battaglione quella notte stessa davanti al quartier generale della Base. Parlavano tutti e tre insieme: un pesante fatalismo sopraffece Tietjens al pensiero della testardaggine dimostrata dal quartiermastro. La grande unità accanto al suo accampamento rappresentava una stucchevole ostinazione di ostruzionismo. Si poteva pensare che avrebbero mostrato un certo zelo a mandare i suoi uomini in prima linea. A parte il fatto che degli uomini c’era bisogno urgentemente, più i sui uomini andavano e più quelli degli altri rimanevano dietro. Eppure cercavano di fermargli carne, provviste, bretelle, dischi di riconoscimento, libretti personali...
Qualsiasi ostacolo possibile immaginabile, e neppure un po’ di buon senso!... Riuscì anche a comunicare al sergente-maggiore Cowley che, siccome tutto sembrava essersi acquietato, il sergente-maggiore canadese avrebbe fatto bene ad andar a vedere se tutto era pronto per avviare al fronte il suo distaccamento... Se le cose fossero rimaste calme per altri dieci minuti c’era da poter sperare in un “Cessato allarme” ... Sapeva che il sergente-maggiore Cowley voleva far uscire la Bassa Forza dalla baracca dove un capitano si comportava in quel modo, e non capiva perché quel vecchio sottufficiale non dovesse avere quel che desiderava.
Fu come se si fosse ritirato un maggiordomo tenero e mascolino. I baffi grigi da tricheco e le guance scarlatte di Cowley apparvero per un istante accanto al braciere, mentre bisbigliava all’orecchio dei corrieri, tenendo affettuosamente una mano sulle spalle di ognuno dei due. I corrieri andarono; il canadese andò. Il sergente-maggiore Cowley, la cui sagoma ostruiva il vano della porta, sorvegliava le stelle. Trovava difficile accettare il fatto che gli stessi puntini di luce visti da lui attraverso quel gran foglio di carta nera, guardavano anche sulla sua villetta e sulla sua anziana moglie a Isleworth lungo il Tamigi, sopra Londra. Sapeva che era un fatto, ma era difficile accettarlo. Immaginava i tram che percorrevano High Street, e sua moglie in uno di essi con la cena sulle ginocchia grasse, dentro una borsa a cordone. I tram erano accesi e splendenti. Immaginava che avesse preso le aringhe per cena: dieci contro uno che erano aringhe. La cosa che le piaceva di più. Sua figlia, ormai, era ausiliaria nell’esercito. Era stata cassiera da Park, il gran macellaio di Brentford, e graziosa aveva l’abitudine di specchiarsi nel suo chiosco di vetro. Come se fosse stata al British Museum dove tenevano Faraoni e altri nelle casse di vetro... Le trebbiatrici seguitavano a ronzare tutta la notte. Lo diceva sempre che erano come trebbiatrici... Cribbio, magari ce ne fossero!... Ma potevano anche essere aerei nostri, naturalmente. All’ora del tè aveva mangiato un bel pezzo di formaggio gallese.
Nella baracca, la luce del braciere aveva meno membra su cui ricadere, e perciò sembrava essere calata una specie di intimità, e Tietjens si sentì crescere l’abilità per trattare con l’amico pazzo. Il capitano Mackenzie – Tietjens non era sicuro che il nome fosse Mackenzie: era sembrato qualcosa di simile nella scrittura del generale – il capitano Mackenzie seguitava a descrivere i torti subiti per mano di un favoloso zio. A quanto pareva, in un’importante circostanza lo zio aveva rifiutato di riconoscere la sua parentela col nipote. Da questo tutte le sventure del nipote erano sorte... Improvvisamente Tietjens disse: «Ora basta, state calmo. Siete pazzo da legare? Fissato?... Oppure fate solo finta?»
L’uomo crollò tutt’a un tratto sulla cassa di carne in scatola che serviva da sgabello. Balbettò una domanda come per chiedere che-che-che cosa voleva dire Tietjens.
«Se vi lasciate andare», disse Tietjens, «potreste lasciarvi andare un bel po’ più in là di quanto vorreste».
«Voi non siete un medico per pazzi», disse l’altro. «È inutile che cerchiate di darla a intendere a me. Io so tutto di voi. Ho uno zio che è stato uno sporcaccione con me – il più sporco sporcaccione che si possa essere con un uomo. Se non fosse stato per lui ora non sarei qui».
«Parlate come se quel tizio vi avesse venduto come schiavo», disse Tietjens.
«È il vostro amico più intimo», Mackenzie sembrava volesse proclamare un motivo di vendetta su Tietjens. «È anche amico del generale. E anche di vostra moglie. Se la fa con tutti quanti».
Alcuni saltuari, gradevoli “pop-op-op” risuonarono dall’alto, in distanza, verso sinistra.
«Credono di aver ritrovato gli Unni», disse Tietjens. «Molto bene: concentratevi su vostro zio. Solo non esagerate la sua importanza nel mondo. Vi assicuro che vi sbagliate a chiamarlo mio amico. Io non ho un solo amico al mondo». Aggiunse: «Credete che vi darà fastidio il rumore? Se pensate che vi darà sui nervi, potete dirigervi con dignità verso un ricovero, subito, prima che peggiori...» Chiamò Cowley perché andasse a dire al sergente-maggiore canadese di rimandare i suoi uomini al riparo, nel caso ne fossero venuti fuori. Fino a che non davano il “Cessato Allarme”.
Il capitano Mackenzie si sedette, torvo, alla tavola.
«Accidenti a tutto», disse, «non crediate che abbia paura di un piccolo shrapnel. Ho passato due interi periodi di quattordici e nove mesi al fronte. Mi sarei potuto ficcare in quel marcio stato maggiore... È una maledizione: è uno schifo... Perché non si può essere una schifosa ragazzina e avere il privilegio di strillare? Perdio, uno di questi giorni mi metto in pari con qualcuno di loro...»
«Perché non strillate?», chiese Tietjens. «Potete, per quanto mi riguarda. Qua nessuno dubiterà del vostro coraggio».
Sonori goccioloni di pioggia inzaccheravano il terreno attorno alla baracca; si sentì un tonfo familiare sul terreno a poco più di un metro di distanza, uno squarcio più su, un colpo più secco sulla tavola tra loro. Mackenzie prese la pallottola shrapnel che era caduta e se la girò e rigirò tra indice e pollice.
«Credete di avermi colto in fallo proprio adesso», disse, ingiurioso. «Siete un furbone».
Due piani più giù qualcuno lasciò cadere sul tappeto della sala cento chili di manubri; tutte le finestre della casa sbattevano in successione per scrollarsi quel colpo; il “pop-op-op” dello shrapnel si disperdeva in folate per l’aria. Ci fu di nuovo un silenzio improvviso, che era doloroso, dopo che ci si era preparati a sopportare il fragore. Il corriere di Rhondda entrò a passo leggero portando due grosse candele. Prese le lanterne cieche da Tietjens e cominciò a infilar giù le candele contro le molle interne, sbuffando con fascino dalle narici...
«M’ha quasi beccato, uno di quei candelotti», disse. «Mi ha toccato un piede, cadendo, quello lì. Mi son messo a correre. Accidenti se ho corso, capitano».
Dentro al guscio dello shrapnel c’era una sbarra di ferro con un muso piatto e largo. Quando il proiettile scoppiava per aria quel ferro cadeva in terra e, siccome di solito cadeva da una grande altezza, la sua caduta era pericolosa. Gli uomini li chiamavano candelotti, perché gli assomigliavano molto.
Un cerchietto di luce era nato sul color pulce della tavola sulla quale era stesa una coperta. Si vedeva Tietjens, col capo d’argento, il colorito acceso e la corporatura massiccia, Mackenzie, scuro, con gli occhi vendicativi su una mascella prognata. Magrissimo; sui trent’anni.
«Potete andare al rifugio con le truppe coloniali, se volete», disse Tietjens al corriere. L’uomo rispose dopo una pausa, perché era molto lento a pensare, che preferiva aspettare il compagno, Zero Nove Morgan o qualcosa di simile.
«Dovrebbero farmi avere degli elmetti per il mio ufficio», disse Tietjens a Mackenzie. «Scommetto che hanno riportato al deposito gli elmetti di questi ragazzi quando m’hanno comandato a questo reparto. E scommetto anche di non essere stato avvertito che se volevo degli elmetti per il mio quartier generale dovevo scrivere al quartier generale dei canadesi, Aldershot, o a un altro posto come questo, per avere l’autorizzazione».
«I nostri quartier generali sono pieni di unni che fanno gli interessi degli unni», disse Mackenzie con odio. « Mi piacerebbe capitarci in mezzo, uno di questi giorni».
Tietjens guardò più attentamente quel giovanotto con le ombre rembrandtiane sul viso scuro. Disse: «Credete a queste sciocchezze?»
Il giovanotto disse: «No... non so se ci credo... non so che cosa pensare... Il mondo è marcio...»
«Oh, sì, il mondo è proprio marcio», rispose Tietjens. E, nell’affaticamento della mente causato dal dover provvedere a innumerevoli fatti concreti come la ricerca degli alloggi per un migliaio di uomini ogni due o tre giorni, la messa a punto di maestose parate per un insieme di truppe straordinariamente miste di tutte le armi e istruite nei modi più disparati, la lotta col sottocapo della Polizia Militare per tenere gli uomini lontani dagli artigli della maledetta Guarnigione di Polizia Militare che odiava tutti i canadesi, non provava più alcuna curiosità per altro... Eppure aveva la vaga sensazione che, giù in fondo al suo cervello, c’era il motivo per cui tentava di guarire questo giovane membro della più bassa classe media. Ripeté: «Sì, il mondo è proprio marcio. Ma non è questo particolare tipo di marciume che ci riguarda... Siamo nei guai, non perché abbiamo degli unni nei nostri uffici, ma proprio perché abbiamo degli inglesi. Eccolo il pipistrello che svolazza nel nostro campanile... Quell’aereo unno sta forse tornando indietro. Una mezza dozzina di quelli...»
Il giovanotto, che aveva la mente più calma perché s’era tolto dal cuore un maledetto groppo di vaneggiamenti quasi tutti senza senso, considerava il ritorno degli aerei unni con torva indifferenza. Il suo vero problema era: avrebbe sopportato il dannato rumore che probabilmente avrebbe accompagnato il loro ritorno? Doveva ficcarsi bene in testa che quello era uno spazio aperto a tutte le intenzioni e a tutti gli scopi. Non ci sarebbero state schegge di sasso che volavano qua e là. Era pronto a farsi colpire da bossoli di ferro, acciaio, piombo, o rame, ma non da quelle maledette schegge di pietra saltate via dalle facciate delle case. Questa riflessione l’aveva fatta durante quella licenza schifosa, schifosa, infernale, maledetta, trascorsa a Londra, quando c’era stata quella scena immonda... Licenza di divorzio!... Il capitano McKechnie comandante in seconda del nono Glamorganshire è autorizzato a recarsi in licenza dal 14 novembre al 29 novembre allo scopo di ottenere il divorzio... Il ricordo sembrava scoppiargli dentro col fracasso di uno di quegli infernali schianti con fragore di lattine – e si ripeteva sempre quando i cannoni facevano quel particolare fragore di latta: sorgevano insieme, quello interno e lo schianto esterno. Sentiva che dei comignoli gli sarebbero precipitati sul capo. Ci si proteggeva strillando contro quei maledetti idioti infernali; se si poteva strillar più forte di loro si era salvi... Non era giudizioso ma era un modo per calmarsi!...
«In fatto di informazione sono molto inferiori a noi». Tietjens proseguì il discorso con cautela e concluse: «Noi sappiamo che cosa leggono i governanti nemici in quelle buste sigillate che trovano al mattino accanto alle uova con lardo della loro colazione».
Si era reso conto che era un dovere militare preoccuparsi dell’equilibrio mentale di quel membro delle classi inferiori. E così parlava... qualsiasi vecchio discorso, noioso, per tenere la mente occupata! Il capitano Mackenzie era un ufficiale di Sua Maestà il Re: proprietà, anima e corpo, di Sua Maestà e del Ministero della Guerra di Sua Maestà. Era dovere di Tietjens difendere quell’individuo com’era suo dovere impedire che deteriorasse qualsiasi altro articolo di proprietà del Re. Era implicito nel giuramento di fedeltà. Seguitò a discorrere: la maledizione dell’esercito, per quanto riguardava l’organizzazione, era la nostra stupida convinzione nazionale che il gioco vale più del giocatore. Era la nostra rovina, mentalmente, come nazione. Ci hanno insegnato che il cricket è più importante della chiarezza mentale, così quel dannato quartiermastro, il sottufficiale che aveva in consegna i magazzini della Sussistenza, qui accanto, pensava di aver fatto bene a rifiutarsi di fornire elmetti agli uomini. Il gioco è così! E se qualcuno di loro, degli uomini di Tietjens, morivano ammazzati, sogghignava e diceva che il gioco valeva più dei giocatori che lo giocavano... E, naturalmente, se gli riusciva di avere un punteggio sufficientemente basso otteneva la promozione. In una cittadina con cattedrale a ovest, c’era un quartiermastro che aveva più decorazioni e medaglie al valore di chiunque altro fosse in Francia in servizio attivo, dal mare a Peronne, o ovunque finissero le nostre linee. La sua prodezza era stata di aver rubato a quasi ogni sventurato Tommy del Comando Occidentale molte settimane del sussidio dovuto alla sua famiglia... a vantaggio dei contribuenti, naturalmente. I bambini di quei poveri bastardi di Tommy andavano senza vestiti né cibo e gli stessi Tommy erano fuori di sé per l’esasperazione e il rancore. E niente al mondo nuoce più alla disciplina e all’esercito, come una mitragliatrice. Ma, intanto, quel quartiermastro se ne stava nel suo ufficio, a far il suo romantico giochetto sui suoi moduli militari finché i grandi fogli colorati lanciavano bei bagliori alla luce del gas incandescente. «E», concludeva Tietjens, «per ogni duecentocinquantamila sterline che manda in porta alla faccia di quegli sciagurati uomini da combattimento si guadagna un’altra stelletta sul quarto nastrino al valore militare... Il gioco, insomma, vale più dei giocatori che lo giocano».