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659 Parole

7 Federico mi chiamò un pomeriggio, come al solito, alla stessa e identica ora. Avevo appena chiuso gli occhi, appannati dal torpore del sonno, sul primo rigo del primo libro della Fisica di Aristotele, che il cellulare vibrò sul tavolo, proprio dentro l’orecchio. Mi spaventai, temendo un possibile danno del timpano, e risposi senza fare caso al numero che era apparso sul display. Lo odiai, come mi era capitato di pensare più volte dopo le considerazioni che avevo fatto su di lui e sui suoi amici. Lo odiai di più quando il sussurro osceno mi ronzò nell’orecchio, già massacrato dal tremore della vibrazione. “Che cazzo vuoi?” dissi, rinunciando malvolentieri al riposo, proponendomi di mettere fine immediatamente a quella chiamata. Mi rispose, dicendomi che era impegnato con le prove in cor

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