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Su un’emittente televisiva locale, passavano le immagini del locale di Dalmine, dove avevano fatto irruzione gli agenti della polizia. Sospettavano un coinvolgimento riguardo a delle scritte blasfeme che erano state trovate sulla facciata della cattedrale. “Indegne” commentava il cronista. “Da tempo la polizia controlla i movimenti che avvengono all’interno di questo locale, che pare sia frequentato da giovani che hanno legami stretti con sette sataniche. Un fenomeno che da queste parti sembra trovare sempre più ampio consenso presso le nuove generazioni”. Le telecamere entravano in ogni angolo, spiando in mezzo ai tavoli, seguendo il movimento degli agenti che frugavano dappertutto. Poi spostavano l’inquadratura sul cronista, che si era avvicinato al padrone del locale: “Accanto a me c’è il proprietario” gli accostava il microfono alla bocca. “Vuole rilasciare una dichiarazione? Come spiega l’intervento della polizia nel suo locale e quale relazione c’è, se c’è secondo lei una relazione, con le scritte che hanno violato la sacralità della chiesa?”.
“Sono sconcertato, questo semplicemente mi viene da rispondere” storceva la bocca, masticando tra i denti. “Io non capisco, davvero. Nel mio locale si beve e si ascolta musica, niente di più. È frequentato da giovani che hanno solo il piacere di ballare e di divertirsi”.
“Si balla e si ascolta rock duro, heavy metal, credo di non sbagliare, di chiara ispirazione satanica”.
“È musica anche questa. Se c’è qualcuno che la incide, mi sembra ovvio che ci sia qualcun altro che l’ascolti. È solo musica, glielo posso garantire”.
“E questo medaglione che porta sul petto?” lo indicava col dito, alla telecamera che lo inquadrava. “Che significato hanno quei simboli che vi sono incisi?”.
Rispondeva con un risolino sardonico: “Sono emblemi esoterici. Non li ho inventati io. Provo solo gusto a indossarli, almeno fino a che c’è ancora libertà di espressione”.
“Da Dalmine è tutto” concludeva il collegamento.
Mi avevano inquietato quelle immagini. La faccia del santone mi era apparsa ancora più disgustosa di quando l’avevo incontrata per la prima volta nel locale. Ripensavo a quella sera, cercando di ritornare con la mente alle sensazioni che mi aveva suscitato. Rivedevo tutte quelle facce, i loro gesti osceni, e riprovavo il disgusto e lo schifo per quelle immagini che mi ricordavano piuttosto un raduno di froci. Forse aveva ragione il santone, non c’era nessuna relazione tra quegli atteggiamenti sconci con rituali satanici per i quali bisognava essere fortificati da una natura ben più spietata e crudele.
Ero tornato a godere della pace della stanza, senza sperare che potesse intervenire un cambiamento significativo nella mia vita. Per non annoiarmi, tentavo di riprendere l’abitudine della lettura. Leggevo di Filosofia e di Botanica. Non ci capivo granché in realtà della prima scienza, della seconda mi mancava l’osservazione, che avrei dovuto esercitare andando in giro per parchi e giardini, ma sinceramente non sentivo né il desiderio né la voglia. Il mio interesse rinnovato per la lettura, aldilà delle buone intenzioni espresse, si risolveva molto spesso nel dover cedere al piacere di lunghe dormite sui libri.
Mia madre non aveva più il coraggio di entrare per sollecitarmi ad uscire, dopo tutte le volte che ci aveva provato, perché trovava incomprensibile che me ne stessi chiuso in casa alla mia età. Mi ero arrabbiato con lei, rimproverandole la sua mancanza di comprensione per chi la pensasse diversamente, col suo modo di essere e di atteggiarsi. Aveva reagito offendendosi per quello che secondo lei era un atteggiamento irrispettoso e sgarbato. Se non fosse perché ero suo figlio non avrebbe avuto alcuna esitazione a pensarmi e a definirmi pazzo, probabilmente. Io avevo confermato le mie convinzioni, infischiandomene delle sue considerazioni.
Molto spesso la sentivo urlare con mio padre, aggredendolo e accusandolo di non avere polso per sostenerla minimamente nella mia educazione. Mio padre scuoteva la testa, senza fiatare, senza risponderle; cercando di sfuggire ai suoi fulmini, nel poco tempo che trascorrevamo insieme nel corso della cena o del pranzo. Abbassava la testa e restava in silenzio, ignorando le occhiatacce prolungate di mia madre, che ribolliva di rabbia per il suo modo stupido di mettersi da parte.
Dopo un po’ smisero anche loro due di litigare, non li sentii più per molto tempo; forse neanche si parlavano più, certamente si ignoravano. L’atmosfera che si era creata in casa era imbarazzante e tesa, nonostante fingessimo un’apparenza di pace nella reciproca indifferenza.