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2486 Parole
5 Federico mi chiamò al telefono, nel pomeriggio, alla stessa ora in cui era solito chiamare. Era rimasta intatta in lui la necessità di dovermi cercare a quell’ora, come se fosse una debolezza di cui non si potesse liberare. Voleva incontrarmi. Mi disse che aveva dato una svolta significativa alla sua vita, aveva concepito idee nuove, che si erano espresse anche con l’adozione di un nuovo look. “In che cosa consiste questa svolta?” gli chiesi, solo perché sapevo che si aspettava quella domanda. “Vedrai, vedrai” rispose, rinnovato, presumo, anche nell’orgoglio, che dimostrò con un tono di voce deciso e sicuro, certo dell’effetto sorpresa che mi aveva riservato. “Quando sarà il momento lo scoprirai da te” continuò, con lo stesso tono e la stessa sicurezza. Mi riferì che frequentava un locale di Dalmine, con certi della scuola, dove si ascoltava musica e si faceva un gran casino. “Con le tue idee, sono sicuro che piacerebbe anche a te” pensò di incuriosirmi, alludendo a presunte mie idee, che non avevo tra l’altro mai dichiarato né a lui né ad altri. “Va bene” dissi debolmente, mettendo fine a quella stupida telefonata. La macchina si fermò davanti alle scale della villetta. Federico non scese, rimase chiuso dentro le lamiere scintillanti della nuova Peugeot, che voleva essere certamente il primo evidente segnale di quella sorpresa. Scoprii nei vetri dei finestrini, l’immagine riflessa di mia madre, nascosta dietro le tende. Pensai alle sue speranze, tutte rivolte a quell’incontro con il mio amico. Poveretta, se avesse saputo la verità di quel destino, non avrebbe gioito così tanto quel giorno, come ero certo stesse facendo; forse avrebbe fatto ogni sforzo per impedirmi di aprire lo sportello. Perché quello fu l’inizio della follia. Federico indossava un paio di occhiali scuri a specchio, la montatura dorata, le lenti enormi coprivano tutta la fascia della fronte, degli occhi e del naso; scoprendo appena la linea della bocca; i capelli erano lunghi e nerissimi, tinti e trattati per dare loro spessore e una geometria rigorosamente lineare. I pantaloni neri, di raso, aderenti, si congiungevano con le scarpe nere scamosciate, con la suola alta di gomma nera; sulla fascia superiore brillava una fibbia di metallo cromato da una lamina di argento in cui erano incastonati file di brillanti Swarovsky. La pelle bianca delle braccia, magre e lunghe, era segnata da esili cordoncini di venuzze bluastre. La maglietta nera, appiccicata al petto piccolo e stretto, scopriva il collo esile, esangue, che usciva dalla scollatura a girocollo. La pancia creava un vuoto sotto la maglietta, che s’incollava alle ossa sporgenti del bacino. Girò la testa verso di me. Era proprio cambiato. “Irriconoscibile” pensai, senza saper dire niente. “Allora?” mosse appena quella fessura che voleva essere una parvenza di bocca. “Cosa ne pensi?”. Aveva cambiato anche il tono della voce. Più che parlare sembrava che sussurrasse. Lo trovavo scandaloso. Era come se volesse apparire effeminato, o che lo fosse davvero. Forse l’aveva spinto, verso quel cambiamento, il bisogno di manifestare una natura che non aveva mai avuto il coraggio di confessare prima; probabilmente, aveva dovuto subire per tanto tempo la costrizione di sostenere una sessualità che non era la sua, chiusa com’era dentro un’insopportabile corporeità maschile, che l’aveva evidentemente soffocato. E ora aveva voluto dare sfogo alla sua femminilità, per dare respiro e libertà a quella parte più vera e più intima che si era imposta prepotentemente contro ogni pregiudizio. Cercai, all’istante, di trovare un particolare, un segno, un qualcosa che mi potesse svelare in altri tempi quella sua natura nascosta. Pensai a lui insieme con Anna, probabilmente l’aveva lasciato perché aveva verificato quella sua debolezza. “Allora?” chiese di nuovo, cercando una risposta alla domanda, ansioso di voler sapere l’effetto che aveva avuto su di me. “Cosa ne pensi?”. “Mah...” sospirai, senza sapere effettivamente che cosa rispondere. “Cosa ne penso... Sei così...” feci un gesto insignificante con la mano, come di leggerezza. Federico sorrise, mettendo in moto la macchina. “Così, come?” partì, dando forza al motore, facendo girare le ruote, che scattarono mettendosi in movimento. Era orgoglioso di sé e di quella macchina, che pensava gli desse pregio nei miei confronti, che non avevo neanche la patente. “Così” rifeci il gesto di prima con la mano, “sembri una donna” risposi con maggior decisione. Scoppiò in una risata fragorosa, da maschio, facendomi dubitare sulle mie considerazioni. Poi riprese, col suo atteggiamento, facendomi ritornare i dubbi: “Perché sembrerei una donna?”. “Così. Non ti sei visto? Pensi di apparire diverso da una donna?”. Trattenne un brivido d’inquietudine, che si manifestò con un rigonfiamento più o meno evidente dei vasellini del collo. “Ce l’hai con le donne?” tentò, seriamente, di volermi provocare. “Ma che cazzo dici?” reagii d’istinto. “Tu, sembri una donna! Non ce l’ho con le donne! Non ce l’ho neanche con te!”. Sorrise, in modo più dolce e delicato questa volta: “È un modo di essere” disse alludendo al suo nuovo stile di vita, come se volesse rimandare a una coscienza più profonda di quella che appariva. “Cioè?” chiesi, con tono risentito. “In che cosa consisterebbe questo modo di essere?”. Sospirò, intimorito dal mio tono. “È una scelta” diede autenticità e tono alla sua voce. “Che scelta del cazzo è?”. “È una sorta di ribellione” continuò, senza fare più caso al mio tono, di cui coglieva solo la durezza e la decisione, pensando che volessi solo mettergli soggezione. “Bisogna essere dentro per capire”. “Vuoi dirmi che sei dentro qualcosa, tu?” replicai, con la stessa decisione, per la rabbia e il fastidio che mi dava quel modo allusivo di esprimersi e di atteggiarsi. “Sì, siamo tutti dentro qualcosa. Anche tu sei dentro. Tutti siamo dentro”. Diceva banalità, ero sicuro che anche lui sapesse che stava dicendo solo inutili banalità. Dovevo impedire che continuasse con quelle puttanate, che continuasse a divagare senza costrutto sul nulla. “Che cazzo stai dicendo, si può sapere?” urlai. “Siamo dentro che cosa? Tu sei dentro, certo! E si vede!”. Sorrise, sapendo di infastidirmi con quell’atteggiamento di cui cominciavo a sentire la nausea. “Che cazzo ridi?” gridai più forte, con la rabbia che mi aveva messo addosso quello stupido di cui ora mi sentivo prigioniero. Forse voleva solo divertirsi a provocarmi, era questo il suo gioco. Rimasi in silenzio, senza volere più sapere niente di lui, di tutti i dubbi e i segreti suoi. Anche Federico era rimasto in silenzio; probabilmente, per paura della mia reazione. Guidava senza fiatare. L’avevo ferito, dunque: era quello che volevo. Girava la macchina tra le strade buie e nascoste di Dalmine, lontano dalle case del paese, che si vedeva illuminato, in lontananza, quando ormai era scesa la sera. Fece delle serpentine tra i capannoni delle fabbriche che mostravano le luci spente. L’oscurità della periferia desolata era tagliata solo dai fari di chi cercava la soddisfazione di un piacere tra le braccia di qualche ragazza, che aveva perso la vita e le speranze nello squallore di quella pianura sconosciuta. “Siamo arrivati” disse alla fine, fermandosi in uno spiazzo poco distante dalle corsie dell’autostrada, davanti al locale che aveva acceso le luci e rimbombava di una musica violenta che squassava i muri. “Perché ti sei fermato?” chiesi, solo per sentire il suono della sua voce. “È il locale che frequento. Bisogna vedere per capire” sussurrò, continuando con quell’atteggiamento. Il locale, all’interno, era illuminato da fiammelle rosse di candele e lumini votivi accesi sui tavoli e disposti in fila, sui cornicioni e sulle mensole che correvano in alto sui muri e intorno ai pilastri centrali che chiudevano in mezzo il bancone, mentre gli angoli restavano avvolti da una completa oscurità. La musica aveva ora un volume più basso, per dare una tregua evidentemente ai ragazzi che erano seduti ai tavoli. Sui divani, nascosti al buio, c’erano corpi che si ammucchiavano e spasimavano, come se fossero in preda all’euforia stanca procurata dall’assunzione di droghe; mentre gli animi si confortavano nella stretta di lunghi abbracci e nella delicatezza di seducenti carezze. Quando entrammo, alcune persone sedute ai tavoli salutarono Federico con un leggero movimento della testa, dando una piccola scossa ai capelli lunghi che sventolarono sulla fronte e sul collo, recuperando all’istante la geometrica linearità. Erano vestiti tutti allo stesso modo, e i gesti e gli atteggiamenti erano pressoché uguali a quelli del mio amico. Mi guardarono appena con una smorfia di meraviglia e di curiosità, non riconoscendo in me l’abbigliamento richiesto per la frequentazione del locale. “Se mi avessi avvisato dello stile del locale, avrei fatto crescere almeno i capelli” ironizzai. Federico capì il mio disagio e si diresse verso un tavolo nell’angolo: “Vieni, c’è una vista migliore. E si è meno esposti agli sguardi”. “Vista?” dissi, scandalizzato per quel linguaggio; come se dovessimo occupare i posti riservati all’InterContinental di Nuova Delhi. Mi chiese di scegliere la posizione, se preferivo la sedia contro il muro o l’altra al lato del tavolo. “È uguale per me” sbuffai, sedendo a caso su una delle sedie. Il padrone del locale si avvicinò, seguito da una ragazzina di una quindicina d’anni, che faceva la cameriera. Era vestita di nero come il padrone, e come tutti gli altri; aveva però i capelli cortissimi, rasati a zero, per affermare chissà quale misteriosa diversità. Il padrone aveva i capelli lunghi e tinti di nero, che stonavano sulla sua faccia segnata dalle rughe e dagli anni. Sul petto pendeva un pesante crocifisso luccicante di cristalli Swarovsky, gli stessi che brillavano nella fibbia delle scarpe nere, scamosciate e con la suola alta. Federico ordinò qualcosa da bere e degli stuzzichini da mangiare, pensando di interpretare anche i miei gusti, ritenendo di avere maggiore conoscenza delle tendenze del locale. “Che cos’è, un prete?”, dissi solo per polemizzare, quando il padrone si allontanò dal tavolo con la ragazza. “Tu hai il vizio di giudicare dalle apparenze” rispose, come se volesse dimostrare serenità. Da un angolo, qualcuno che si era ripreso dalla stanchezza e dalla delizia degli abbracci, sollevò una mano, rivolto verso di noi. Federico lo salutò, allo stesso modo, alzando il braccio. Poco dopo la cameriera si avvicinò con un vassoio che reggeva a stento l’equilibrio dei bicchieri e di un numero di ciotoline di terracotta contenenti creme, noccioline e peperoncini piccanti sottaceto. Posò sul tavolo il vassoio e a fatica, con una smorfia di stanchezza, lo svuotò. Federico si riempì le mani di tutto e iniziò a mangiare. Io restai a guardare un gruppetto di quattro o cinque ragazzini, che si erano avvicinati al tavolo. Avevano l’aria di conoscermi. “Ciao” mi salutarono, come se mi conoscessero davvero. Non li avevo mai visti. Scrutai dietro le lenti a specchio, per cogliere la familiarità degli sguardi; guardai tra i capelli, per riconoscere i tratti dei visi. Niente. Non c’era segno che potesse farmi credere di averli mai visti prima. Uno di loro sorrise, aprendo la bocca stretta sulla quale era evidente una traccia pesante di rossetto; dal collo pendeva una catena d’argento che lasciava sul petto un grosso medaglione di cristallo, dentro il quale erano incisi strani segni geometrici. Le braccia erano avvolte da un ricamo di pizzo nero, che copriva le mani fin sopra le dita. “È Suardelli!” disse Federico, sorridendomi, come se anche il cambiamento di quello facesse parte della sorpresa di quella sera; come se quell’atteggiamento li accomunasse in un’idea che rimandava a ragioni lontane, a un modo di essere che non si fermava alla semplice apparenza. “Ah, Suardelli” risposi senza enfasi, probabilmente manifestando tutta l’indifferenza per quel cretino verso cui non avevo mai mostrato simpatia e piacere. A pensarci bene, avevo già notato in lui in passato, in più di un’occasione, la tendenza alla diversità. Era il figlio di un farmacista di Dalmine, che se la tirava tanto per un privilegio che attribuiva a sé e alla sua famiglia. Ma io avevo conosciuto la sorella, qualche mese dopo che era finita la mia storia con Anna. Si chiamava Sara, se la tirava meno con me, quando andavo con lei a casa sua a trovare il conforto dei suoi abbracci e dei suoi baci. Era bella e delicata, mi voleva bene, sembrava non appartenesse neanche a quella famiglia. La madre, la moglie del farmacista, era infermiera all’ospedale di Bergamo. Si diceva di lei che preferisse trascorrere il tempo nello studio del primario di Ematologia, che dava la sua reperibilità in reparto tutte le notti che era di turno l’infermiera. “Come sta tua sorella?” chiesi, sapendo di indispettirlo. “Sta bene” spense il sorriso Suardelli, non avendo gradito la mia domanda. “Studia all’università” ritrovò l’orgoglio e la presunzione tipica di chi riteneva di appartenere a una famiglia socialmente privilegiata. “Farmacia?” dissi stupidamente, non tenendo conto della personalità della madre e della sorella. “No, studia da infermiera”. “Già” feci, senza commentare, rammaricandomi di non aver avuto quella prontezza di immaginazione. “Mangia” mi disse Federico, per togliere l’imbarazzo di quella conversazione. “No, aspetto ancora un po’. Bevo, m’è venuta sete” presi il bicchiere e lo sollevai. Gli altri che si erano avvicinati, allungarono le mani sul tavolo: “Possiamo?” dissero giusto per dire, ridendo, riempiendosi le mani di ogni cosa, svuotando e ripulendo le ciotole di terracotta. Erano più piccoli di noi, almeno di due o tre anni. Ero sicuro che non li conoscessi. Almeno avevo questa sensazione. Forse erano anche loro della scuola. La musica di colpo alzò il volume. Dagli angoli si alzarono in molti, affaticati e stravolti dall’effetto delle droghe. Si portarono al centro del locale e iniziarono a ballare, a saltare, a ripetere le parole della canzone che straziava gli altoparlanti nelle casse acustiche. Imitavano la voce cavernosa del cantante degli Slipknot, facevano versi osceni con le mani, cacciavano la lingua tra i denti sporchi di rossetto, mentre il naso era infiammato dai tiri di coca che avevano consumato: “Need to spill blood so I can drink/ Take whay they give take what they give/ Some feel I’m dead yet still I live/ They don’t know I’m immortal/ They don’t know they’re just cattle/ They don’t know I’m eternal/ Eternal...”. I ragazzini che erano con Suardelli iniziarono a saltellare; guardavano gli altri in mezzo al locale e fremevano dalla voglia di unirsi a loro, di far casino, di rompere tutto, di prendere a calci la vita e il mondo. Suardelli invitò Federico a ballare: “Dai, che cazzo mangi? Dai!” lo tirò per la mano. Federico, strozzò nella gola, strattonato da quello che tirava: “Aspetta, oh! Aspetta!” disse, incastrandosi sulla sedia, sotto il tavolo. L’altro gli lasciò il braccio. Federico si ricompose, si pulì le mani. “Tu che cosa fai? Vuoi venire anche tu?” mi chiese, senza speranze, con un moto di disagio nella voce, conoscendo già la mia risposta. “Vai, vai tu. Non sono preparato io per certi riti” dissi alludendo. “Va bene, vado” si alzò Federico, mettendo da parte l’imbarazzo, pensando di andare fino in fondo nella sorpresa di quella sera. In mezzo al locale i ragazzi continuavano a provocarsi, certi erano coi pantaloni abbassati e mettevano in mostra le rotondità chiare della pelle agli altri che ridevano e palpavano, facendo finta di scherzare, forse scherzando senza sapere di subire il fascino di quella tentazione. Federico restò per un attimo a guardarmi, temendo che lo potessi giudicare. Si muoveva senza convinzione, senza la libertà di dare sfogo a quella ribellione alla quale aveva voluto dare espressione con quel suo rinnovamento. Suardelli urlava e saltava, incitando Federico a dare ritmo e scioltezza al movimento: “Che cazzo fai? Dai, muovi il culo!”. Cacciava la lingua fuori dai denti, istigandolo, agitandola contro la faccia di quello che perdeva lentamente serenità e decoro: “Need to spill blood so I can drink/ Take whay they give take what they give/ Some feel I’m dead yet still I live/ They don’t know I’m immortal”. Scandirono insieme, agitando la lingua. “They don’t know they’re just cattle/ They don’t know I’m eternal/ Eternal...”. Guardai a lungo quello spettacolo disgustoso che mi dava nausea, senza riuscire a pensare a niente, senza trovare niente che avesse un significato. Speravo solo che quella bolgia avesse fine per poter fare ritorno a casa, di cui sentivo la mancanza da quando l’avevo abbandonata.
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