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Avevo occupato a tempo pieno la mia stanza, steso tutto il giorno sul letto, gli occhi chiusi, il cuore in subbuglio palpitava e sembrava volesse scoppiare quando immagini ed emozioni nuove affioravano nella mente e davano forza e vigore a emozioni originali e stupefacenti.
A tratti, mi pareva di udire i passi di mia madre; poi più niente, solo il silenzio rotto dall’affanno del suo respiro che sembrava penetrare attraverso il legno della porta portando con sé tutta l’angoscia che le tormentava l’anima. Mi sembrava quasi di vedere la sua smorfia folle, per quell’agitazione per la quale non vedevo motivo né fondamento. Si preoccupava per me inutilmente, mi dicevo sconsolato. Si preoccupava per me, perché non aveva modo di preoccuparsi per se stessa.
Mostrava apprensione, ora che avevo ritrovato il piacere e l’abitudine di trascorrere le mie giornate standomene chiuso in casa. Stanco delle passeggiate solitarie tra i viali e le ville deserte di Longuelo, che avevano ridato funzionalità alle mie gambe, ora sentivo il bisogno di ritornare alle fughe meravigliose dell’immaginazione. Avevo smesso anche l’occupazione della lettura, perché non volevo contaminare i miei sogni coi sogni e le aspirazioni delle vite di quei pittori illustri.
Inaspettatamente, in una di quelle giornate, mi colse il dubbio di stare precipitando verso una crisi senza ritorno: quel silenzio e quella pace che avevo tanto desiderato, all’improvviso, mi apparvero insopportabili.
Mia madre entrò nella stanza, come se avesse avuto il presagio delle considerazioni che avevo appena fatto.
Si impostò con la schiena eretta; nel petto, appena pronunciato in segno di sfida, palpitante di rabbia e di spavento, manifestò tutta la sua fragilità: “Allora?” si scosse, soffiando il fiato sforzato dal dubbio e dal terrore: “Sei morto o sei vivo?” tremò nella gola, poi riprese, dopo aver recuperato il respiro e la decisione: “Ma tu ci sei o ci fai?”.
Evitai di ridere per quella banale leggerezza, che pure aveva avuto l’effetto di stimolarmi il sorriso; trattenni quel piacere, e risposi biascicando, senza muovere un muscolo: “Perché?”.
Continuò con il tono della predica, che mi ero illuso di aver troncato sul nascere dopo la risposta che le avevo dato; sapendo che avrebbe colto l’occasione per sfogare il suo sdegno, nei limiti consentiti dal suo timore di una mia possibile reazione: “Hai scambiato questa casa per un albergo? Eh? Ma credi che io e tuo padre siamo contenti del tuo modo di fare?”.
“Mio padre? Che c’entra mio padre?” dissi, provocatoriamente.
Mia madre scattò, con equilibrio e accento: “È tuo padre! C’entra!”.
“Se lo dici tu”.
“Io lo dico, sì!” mi guardò con lo sguardo acceso, avendo voglia di esagerare nei toni. Non lo fece. Continuò con moderazione, alleggerendo piuttosto la vivacità dello scambio, senza rinunciare comunque alla vena polemica: “Va mica bene così, eh! Va mica bene!”.
“Così, come?”.
“Non far finta di non capire! Sai benissimo come, e a cosa mi riferisco!”.
“Veramente, non so niente”.
“Infatti, niente sai tu! Niente sai e niente fai!”.
Non riuscii, questa volta, a non sorridere: “È tuo questo scioglilingua?”.
Trattenne per un attimo il respiro, riprese con una nuova determinazione: “Non puoi stare così in questa casa! Non ti vogliamo così!”.
Quella dichiarazione mi spense il sorriso, ma in fondo non mi sorprese più del dovuto, perché non pensavo potesse esprimersi con termini diversi: “Non ti vogliamo? Chi non mi vuole?”.
“Noi. Io e tuo padre”.
“Che cosa volete invece, tu e mio padre?”.
Rispose, dopo una pausa, forse per trovare il coraggio e il tono di una nuova confidenza: “Vogliamo che tu esca! Che frequenti quelli della tua età! Che stai con loro! Che ti diverta con loro, che parli, che fai una vita come la loro! Come tutti i ragazzi della tua età!”.
Sospirai, dando peso alla sostanza di quella confidenza, apprendendo con stupore che i miei genitori non mi volevano in casa con loro. Certamente non erano consapevoli della gravità di questa confessione, della quale io avevo compreso tutto il valore che racchiudeva. Avevano pensato semplicemente di dovermi spronare a uscire, perché frequentassi altra gente. Volevano che mi divertissi. Quali divertimenti ed entusiasmi immaginavano per me? e con chi, poi?
“Quel tuo amico” riprese, all’istante, interrompendo i miei pensieri, “come si chiama, Federico? Perché non esci con lui? Perché non lo chiami? Non viene più a trovarti? Prima veniva sempre. Perché non viene più?”.
Sbuffai, pensando a quell’idiota. Poi pensai ad Anna, a lei, e a loro due insieme: Anna abbracciata con lui. Provai disgusto e un sottile senso di amarezza.
Guardai mia madre, che era rimasta immobile, aspettando una risposta da me. Sbuffai, e feci il movimento di alzarmi dal letto; lei si scosse, notai il suo scatto spaventato, sul volto manifestò i segni della paura. Provai dispiacere per lei e, soprattutto, per me, che le mettevo addosso tutto quel carico di angoscia e di spavento. Restai sul letto, seduto, prendendomi la testa tra le mani; sospirai profondamente e a lungo, alleggerendo la tensione ed evitandole la violenza del tono di voce: “Va bene... ho capito... Non mi volete... Toglierò il disturbo”. Alzai lo sguardo a cercare il suo, mentre lei distese le pieghe del viso e sospirò.
In un modo più o meno sincero, cercò le scuse, che non erano proprio destinate a me, ma sembravano rivolte a se stessa.
Era dispiaciuta invece che non avessi capito le sue intenzioni: “No, Emanuele” disse, volendo dimostrare il suo dispiacere, “hai capito male. Non ci dai nessun disturbo. Anzi... Ma per il tuo bene, ho sentito doveroso dirti le cose che ho detto, e che ci diciamo spesso io e tuo padre”.
“Sì” risposi, guardandola negli occhi, cercando la sua pace, pensando a lei che parlava in segreto di me con mio padre, “va bene... Non mi devi spiegare niente... Va bene, forse hai ragione tu... Sarà meglio che trovi uno svago diverso dallo stare chiuso in casa” mi alzai dal letto.
Sorrise: “Grazie, Emanuele... Sapevo che avresti capito” trattenne le lacrime di gioia, che le avevano inumidito le pupille chiare degli occhi, e uscì dalla stanza, con questo nuovo piacere che le fece battere il petto.