3

607 Parole
3 I giorni successivi, la polizia fece visita più volte a casa dei Belotti. Le indagini per accertare le cause di quella morte si erano complicate, e si stavano allontanando sempre più dall’ipotesi del semplice suicidio, come si era supposto ad una prima ricognizione. Ora l’inchiesta si era spostata sulla ricerca di un gruppo di fanatici, di cui il ragazzo evidentemente aveva fatto parte. Nel quartiere si sussurrava di un gruppo di giovani appartenenti a una setta satanica che aveva già dato manifestazioni del suo macabro delirio. C’erano stati piccoli fatti che, pur non avendo allarmato più di tanto le forze dell’ordine né suscitato la curiosità dei mezzi di comunicazione, avevano turbato notevolmente le persone del posto. Qualche mese prima della morte del ragazzo, mia madre era tornata sconvolta dal lavoro. Lavorava come impiegata alle poste centrali di Bergamo, con un contratto part-time. Aveva il viso pallido e la voce affannata. Si era precipitata nello studio di mio padre, riferendogli di un grave sacrilegio che era stato commesso la notte nel cimitero di Seriate. Gliel’avevano detto alcuni colleghi in ufficio. “Dei delinquenti hanno scoperchiato le tombe, scomposto le ossa dei morti. Hanno mangiato sui loculi e vi hanno pure scaricato i resti puzzolenti della loro cattiva digestione. Dove si andrà a finire di questo passo? Dio mio, aiutaci tu!”. Le chiacchiere che ora giravano nel quartiere sul conto del figlio dei Belotti, dando per certa la sua appartenenza alla setta satanica, avevano messo a rischio l’equilibrio in casa nostra. Mia madre spiava continuamente fuori dalla finestra, sobbalzando tutte le volte che scorgeva la volante della polizia aggirarsi tra i viali del quartiere. Mormorava tra sé, implorando Dio di evitarle la sciagura di dover subire il dolore per qualche mio sbaglio che avrei potuto commettere. Si convinceva sempre di più che il mio stile di vita e soprattutto la mia chiusura avrebbero potuto portare rovina nella nostra casa. E allora veniva a sollecitarmi qualche sciocca confidenza, giusto per farmi parlare, per impedire che mi abbandonassi a cattivi pensieri, che potessi maturare idee assassine contro me stesso e contro il mondo. In realtà, io non nutrivo niente di quanto costruiva lei con la sua impressionabile immaginazione. Mi dava fastidio piuttosto, e mi metteva ansia, quando entrava nella mia stanza, interrompendo i sogni che facevo ad occhi aperti, aspettando una telefonata da parte delle aziende. Mi soffocava con la sua presenza, e l’ispirazione dei sogni diventava incubo e insofferenza. Allora mi giravo sul letto, mostrandole la schiena, gemendo ad ogni suo tentativo di volermi spronare il dialogo. A volte uscivo e scappavo fuori dalla stanza e dalla casa, per non sentirla, per non sentire nessuno. Facevo lunghe passeggiate tra i viali di Longuelo, infuocati dal sole estivo. Rientravo la sera tardi, di nascosto, riparando nella stanza, recuperando il senso della tranquillità e della pace, sperando che nessuno venisse a disturbarmi. A volte chiudevo la porta, per non permettere a mia madre di entrare. Rinunciò finalmente ai suoi tentativi di confidenza con me, dopo tutte le volte che aveva provato inutilmente ad aprire la porta chiusa. Se ne rimaneva dietro la porta, invitandomi ad aprirla, disperandosi, sbuffando in preda all’angoscia. Riconquistai in questo modo la libertà di godere del silenzio della stanza. Mia madre non si fece più sentire. Ebbi l’impressione che adesso volesse piuttosto evitarmi. Quando ci incontravamo solo per il pranzo o per la cena, nessuno fiatava. A mio padre il silenzio era congenito, ma quello di mia madre avevo il timore che derivasse da una sua nascosta e profonda oppressione, che non le permetteva neanche di rivolgermi lo sguardo, che mi rifiutava tutte le volte quando io cercavo il suo. Intimamente ero dispiaciuto, mi sentivo colpevole di tutto quel disagio.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI