Stanco di quelle contorsioni burlesche, il galante mandò con un calcio il fanfarone a ruzzolar all’estremo opposto del teatro, e avendo salutata Isabella con grazia squisita, se ne andò. Matamoro, caduto sulla schiena, agitava le membra gracili come una cavalletta rovesciata. Quando con l’aiuto del valletto e di Pandolfo si fu rizzato in piedi, e fu ben sicuro che Leandro era partito, gridò con voce ansimante e come interrotta dall’ira: «Di grazia, Scapino, cérchiami con barre di ferro; schiatto dal furore, scoppio come una bomba! E tu, perfida lama, che tradisci il tuo signore nell’istante supremo, cosí mi ricompensi d’averti ognora abbeverata col sangue dei piú fieri capitani e degli schermidori piú forti! Non so chi mi tenga dallo spezzarti in mille briciole sul ginocchio, come vile,

