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2011 Parole
II.La signora Satterthwaite, con la sua cameriera francese, il prete e il suo disonorevole giovanotto, il signor Bayliss, era a Lobscheid, un villaggio sconosciuto e poco frequentato tra le pinete del Taunus. La signora Satterthwaite era estremamente alla moda e del tutto indolente – perdeva la pazienza solo se a pranzo da lei e sotto il suo naso qualcuno finiva la sua famosa uva Moscato d’Amburgo senza togliere la buccia agli acini. Padre Consett era lì per godersi una strepitosa vacanza di tre settimane dai bassifondi di Liverpool; il signor Bayliss, magro come uno scheletro in un abito attillato blu di saia, con i capelli dorati e il viso roseo, era così morto di tubercolosi, era così morto di fame, e di gusti così costosi che era pronto a starsene muto, bere tre litri di latte al giorno e comportarsi bene. Per salvare le apparenze, il suo compito ufficiale era di scrivere le lettere della signora Satterthwaite, ma lei non lo faceva mai entrare nei suoi appartamenti per paura del contagio. Lui doveva accontentarsi di sviluppare un’adorazione sempre crescente nei confronti di Padre Consett. Questo prete, con una bocca enorme, gli zigomi sporgenti, i capelli neri spettinati, un volto squadrato che non sembrava mai troppo pulito e mani agitate che sembravano sempre troppo sporche, non stava mai fermo un attimo, e aveva una cadenza come si sentiva raramente, al di fuori dei vecchi romanzi inglesi sull’Irlanda. Aveva un modo particolare di ridere, come il rumore fatto da una macchina a vapore. Era, in poche parole, un santo, e Bayliss lo sapeva, anche se non sapeva bene come. Di recente, e con l’aiuto finanziario della signora Satterthwaite, Bayliss era diventato elemosiniere di Padre Consett, aveva adottato la regola di san Vincenzo de’ Paoli e aveva scritto dei versi votivi molto ammirevoli, per quanto superficiali. Formavano così una compagnia molto felice e innocente. La signora Satterthwaite era interessata – ed era il suo unico interesse – a giovanotti affascinanti, magri e terribilmente riprovevoli. Li aspettava, o mandava una vettura ad aspettarli, fuori dai cancelli del carcere. Li rivestiva da capo a piedi all’ultima moda e dava loro abbastanza soldi per farli divertire. Quando contrariamente a tutte le aspettative – ma avveniva più spesso del contrario! – facevano una buona riuscita, lei era pigramente compiaciuta. A volte li spediva in un posto allegro assieme a un prete che aveva bisogno di una vacanza; a volte li portava nella sua residenza dell’Inghilterra occidentale. Perciò erano una compagnia piacevole e molto felice. Lobscheid ospitava un albergo vuoto con grandi verande e diverse fattorie squadrate, bianche con le travi grigie, decorate sui timpani con bouquet di fiori gialli e blu o con cacciatori scarlatti che sparavano a cervi viola. Erano come delle allegre scatole di cartone piantate in campi di erba alta; poi iniziava la pineta e correva, solenne, marrone e geometrica per miglia su e giù dalle colline. Le ragazze di paese vestivano corpetti di velluto nero, corsetti bianchi, innumerevoli sottogonne e assurde acconciature colorate della stessa forma e grandi come pagnotte da mezzo penny. Camminavano in fila per quattro o per sei; a passo lento, spingendo avanti i piedi con le calze bianche e scarpe da ballo, e le loro acconciature ammiccavano solennemente; giovanotti in giacche blu, pantaloni da cavallerizzo e, di domenica, cappelli a tre punte, le seguivano cantando in coro. La cameriera francese – che la signora Satterthwaite aveva preso in prestito dalla Duchessa di Carbon Chateau-Herault in cambio della sua domestica – sulle prime aveva trovato quel posto “tetro”. Ma dopo una furibonda tresca con un giovane biondo, alto e delicato, che comprendeva una pistola, un coltello da caccia con il manico dorato, lungo quanto il suo braccio, un’uniforme leggera verde e grigia, con mostrine e bottoni d’oro, si era riconciliata con il posto. Quanto il giovane Forster aveva provato a spararle – e “pour cause”, come aveva detto lei – era andata in estasi e la signora Satterthwaite si era pigramente divertita. Erano seduti a giocare a bridge nella grande e ombrosa sala da pranzo dell’albergo: la signora Satterthwaite, Padre Consett, il signor Bayliss. Si erano aggiunti un giovane sottotenente biondo estremamente ossequioso che era lì per dare un’ultima possibilità al suo polmone destro e alla sua carriera, e il barbuto Kur-doctor. Padre Consett, con il respiro pesante e guardando di continuo l’orologio, giocava molto velocemente, esclamando: «Forza, è quasi mezzanotte. Diamoci una mossa». Bayliss faceva il morto e il prete esclamò: «Tre senza; ce la devo fare. Vammi a prendere un whisky e soda, svelto, e non affogarlo come hai fatto l’ultima volta». Giocò la sua mano con estrema rapidità, buttò giù le sue ultime tre carte ed esclamò: «Accidenti! Sono sotto di due e ho finito le carte», buttò giù il suo whisky, guardò l’orologio ed esclamò: «Giusto in tempo! Venite, dottore, prendete il mio posto e giocate la bella». Il giorno dopo doveva dire messa al posto del prete locale, e per dirla bisogna stare a digiuno da mezzanotte, e senza aver giocato a carte. Il bridge era la sua unica passione; due settimane all’anno era tutto quello che riusciva a godersi nella sua vita stremata. In vacanza si alzava alle dieci. Alle undici era: “Una partita a quattro per il Padre”. Dalle due alle quattro camminavano nella foresta. Alle cinque era: “Una partita a quattro per il Padre”. Alle nove era: «Padre, non viene a giocare a bridge?». E Padre Consett sogghignava e diceva: «Siete troppo buoni con un povero vecchio prete. Sarete ripagati in Paradiso». Gli altri quattro continuarono a giocare concentrati. Il prete si sedette alle spalle della signora Satterthwaite, con il mento nella piega del collo di lei. Nei momenti cruciali l’afferrava per le spalle ed esclamava: «Giocate la regina, donna!», e le sospirava pesantemente sulla schiena. La signora Satterthwaite giocò il due di quadri e il prete, catapultandosi all’indietro, emise un lamento. Lei gli disse da sopra le spalle: «Vi voglio parlare stasera, padre», giocò l’ultima mano della bella, raccolse 17 marchi dal dottore e 8 dal sottotenente. Il dottore esclamò: «Non potete prendere qvella enorme somma da noi e poi antarfene. Atesso Herr Bayliss ci spennerà». Lei si alzò, avvolta dalla seta nera, un’ombra nell’ombra della sala, raccogliendo la vincita nella borsetta di seta nera mentre il prete la aspettava. Fuori la porta, sotto le corna di un cervo reale, in un’atmosfera di lampade di paraffina e legno di pino lucido, lei disse: «Venite nella mia stanza. La figliola prodiga è tornata. Sylvia è qui». Il prete disse: «Mi era sembrato di vederla con la coda dell’occhio dopo cena, nell’autobus. Tornerà da suo marito. Povero mondo». «È un demonio!», disse la signora Satterthwaite. «La conosco da quando aveva nove anni», disse Padre Consett, «e in lei c’è molto poco da raccomandare al mio gregge». Aggiunse: «Ma forse è la sorpresa che mi rende ingiusto». Salirono lentamente le scale. La signora Satterthwaite si sedette sul bordo di una sedia di bambù. Disse: «Bene!» Indossava un cappello nero a forma di ruota e i suoi vestiti sembravano sempre fatti da tanti quadrati di seta che le erano stati gettati addosso. Poiché lei riteneva che il suo incarnato, che era bianco opaco, fosse stato reso viola da vent’anni di trucco, quando non era truccata – come a Lobscheid – indossava dei piccoli nastri di raso viola scuro qua e là, in parte per contrastare il viola del suo incarnato, in parte per mostrare che non era in lutto. Era molto alta ed estremamente emaciata; i suoi occhi scuri con sotto delle occhiaie marroni erano molto stanchi o molto indifferenti. Padre Consett camminava avanti e indietro, le mani dietro la schiena, la testa china, sul pavimento non troppo pulito. C’erano due candele, accese ma fioche, in candelabri di peltro finti nouvel art, piuttosto squallidi; un sofà di mogano da quattro soldi con cuscini felpati rossi, un tavolo coperto da una stuoia da quattro soldi e uno scrittoio richiudibile americano che era stato riempito di carte, arrotolate o piegate. La signora Satterthwaite era estremamente indifferente a ciò che la circondava, ma voleva a tutti i costi avere un mobile per le sue carte. Le piaceva anche avere fiori di serra, non di giardino, a profusione, ma visto che a Lobscheid non c’erano, ne faceva a meno. Insisteva anche, di regola, ad avere una comoda chaise loungue che usava raramente, o affatto; ma l’impero tedesco in quel momento non aveva sedie confortevoli, perciò lei faceva senza, stendendosi sul letto quando era molto stanca. Le pareti della grande sala erano completamente coperte da dipinti di animali in agonia: galli cedroni che spiravano tra fiotti di sangue nella neve; caprioli morenti con le teste all’indietro e gli occhi velati, fiotti di sangue rosso sul collo; volpi morte tra chiazze di sangue sull’erba verde. Questi quadri erano incorniciati l’uno accanto all’altro, come intrattenimento, perché l’albergo era stato il casino di caccia di un Granduca, ed era stata ristrutturata per adeguarsi al gusto corrente con legno di pino lucido, sale da bagno, verande, e gabinetti estremamente moderni ma chiassosi che erano stati aggiunti per il piacere degli eventuali ospiti inglesi. La signora Satterthwaite era seduta sul bordo della sedia; aveva sempre l’aria di essere sul punto di andare da qualche parte o di essere appena arrivata e di volersi spogliare. Disse: «C’è stato un telegramma per lei oggi pomeriggio. Sapevo che stava arrivando». Padre Consett disse: «L’ho visto tra la posta. Lo sospettavo». Aggiunse: «Oh cielo, oh cielo! Dopo tutto quello che abbiamo detto; adesso è il momento». La signora Satterthwaite disse: «Io stessa sono stata una donna malvagia, ma…» Padre Consett disse: «È vero! Non c’è dubbio che ha preso da voi, perché vostro marito era un brav’uomo. Ma non posso sopportare più di una donna malvagia alla volta. Non sono sant’Antonio… Il giovanotto dice che la riprenderà con lui?» «A certe condizioni», disse la signora Satterthwaite. «Verrà qui per parlarle». Il prete disse: «Il Cielo mi è testimone, signora Satterthwaite, che alle volte per un povero prete le regole della Chiesa sul matrimonio sono troppo dure, e viene quasi da dubitare della sua imperscrutabile saggezza. Alle volte vorrei che quel giovane sfruttasse il vantaggio – è tutto quello che ha! – di essere protestante e chiedesse il divorzio da Sylvia. Perché ve lo dico io che ci sono cose tristi laggiù nel mio gregge…», fece un gesto vago verso l’infinito… «E ho visto cose tristi, perché il cuore umano è un luogo empio. Ma non più tristi della sorte di questo giovane». «Avete detto bene», disse la signora Satterthwaite, «mio marito era un brav’uomo. Lo odiavo, ma era colpa mia quanto sua. Non solo! L’unico motivo per cui non voglio che Christopher divorzi da Sylvia è che questo disonorerebbe il nome di mio marito. Allo stesso tempo, però, padre…» Il prete disse: «Ho sentito abbastanza». «Bisogna dire una cosa su Sylvia», proseguì la signora Satterthwaite. «Ci sono momenti in cui una donna odia un uomo – come Sylvia odia suo marito… Ve lo dico io che ho camminato alle spalle di un uomo e quasi urlavo dalla voglia di affondare le unghie tra le vene del suo collo. Era un incantesimo. Ed è peggio per Sylvia. È un’antipatia naturale». «Donna!», si scagliò Padre Consett. «Mi fate perdere la pazienza! Se quella donna, come ordina la Chiesa, avrà figli da suo marito e vivrà degnamente, non deve avere sentimenti del genere. Sono lo stile di vita contronatura e le pratiche contronatura che causano queste complicazioni. Non pensiate che sono un ignorante, per quanto prete». La signora Satterthwaite disse: «Ma Sylvia ha avuto un figlio». Padre Consett si voltò di scatto come un uomo a cui hanno sparato. «E di chi è?», chiese, e puntò un dito lercio contro la sua interlocutrice. «È di quel furfante, Drake, non è vero? Lo sospettavo». «Probabilmente è di Drake», disse la signora Satterthwaite. «Allora», disse il prete, «di fronte alle pene dell’aldilà, come potete permettere che quel bravo ragazzo viva nel peccato…?»
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