Yoongi's POV
Non volevo guardarlo eppure non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso. Indossava jeans neri di finta pelle che gli stavano stretti e gli fasciavano perfettamente i polpacci, le cosce, la vita, lasciando ben poco spazio all’immaginazione e una camicia sempre nera, infilata dentro ai pantaloni ma larga intorno alle braccia e sul collo. Quel suo look total black non faceva altro se non risaltare ancora di più i suoi capelli biondi e gli occhi sui quali avevo messo le lenti colorate azzurre. Avrei voluto toccarlo ovunque, baciarlo, spogliarlo. Mi chiesi se forse scopandomelo un’ultima volta, più forte e intensamente di quanto avessi mai fatto in precedenza, sarei riuscito a stufarmi di lui in un'unica volta e a levarmelo completamente dalla testa.
Era un fottuto Dio quella sera e io mi sarei volentieri inginocchiato ai suoi piedi.
Aveva bevuto un unico cocktail e neanche del tutto prima di lanciarsi sulla pista da ballo, lontano da me e lontano da Jungkook con il quale aveva discusso appena qualche ora prima. Forse era allegro ma comunque lucido e vigile mentre Jongin aveva bevuto di più anche se un paio erano stati analcolici e io stavo aspettando solo il momento in cui si sarebbe allontanato da Jimin per andare ad espellere tutto quel liquido in eccesso.
Le sue mani erano fameliche ma le mie lo sarebbero state di più soprattutto perché vedevo che Jimin gli sorrideva e gli rispondeva tranquillamente però non ricambiava i suoi tocchi, le sue strette, il modo in cui ricambiava i baci era finto e lo stava facendo perché doveva, non perché gli piacesse. Lo guardava allo stesso modo in cui guardava Jungkook, come amico, di certo non come se fosse ancora innamorato di lui e io sapevo esattamente interpretare quella luce spenta nei suoi occhi, quella stessa luce che si era accesa dopo che io lo avevo baciato.
E poi Jongin gli sussurrò qualcosa all’orecchio, Jimin annuì e l’altro si allontanò e in quel momento decisi che era arrivato il mio momento di entrare in scena. Appoggiai il mio bicchiere al tavolo e mi voltai verso Taehyung e Jungkook.
“Jongin è quasi sicuramente andato in bagno. Tenetemelo lontano più a lungo che potete.” Dissi tutto d’un fiato e i due annuirono.
“Hyung-“ Jungkook si rivolse a me. “Sii duro con lui, sbattigli in faccia come la pensi. Ha già discusso con me, se discute anche con te andrà fuori di testa e si ritroverà costretto a scegliere. Pondera bene le parole.”
“Mi stai chiedendo di distruggere il tuo migliore amico?”
“No, ti sto chiedendo di metterlo di fronte ad un ultimatum. Abbiamo già fin troppi Kim nel nostro gruppo, vedi di eliminare Jongin dall’equazione.”
Risi di fronte a quella affermazione ma accettai il consiglio e lo ringraziai con un gesto della mano prima di dirigermi con passo svelto e sicuro sempre più vicino alla persona oggetto dei miei desideri. Aveva continuato a ballare da solo, a muoversi e tempo, passandosi una mano tra i capelli e alzandola poi al cielo e proprio in quell’istante io feci scontrare il mio torace contro la sua schiena e avvolsi entrambe le braccia intorno alle sue anche.
Lui si irrigidì e voltò la testa ma non appena mi vide si rilassò e indietreggiò, fino ad appoggiarsi su di me mentre io stringevo la presa su di lui.
“Yoongi.”
“Jongin?”
“In bagno.”
“Ti va di venire con me?” Gli chiesi senza perdere tempo.
“Dove?”
“Fuori. Camminiamo. Parliamo.”
“Non sono sicuro di voler parlare, Yoon.”
“E cosa vorresti fare in alternativa?”
Mi chinai leggermente e intrappolai tra le labbra il lobo del suo orecchio, facendo passare tra i miei denti i suoi orecchini, mordicchiando la sua pelle calda. Aprii una mano e mi mossi lentamente verso il bordo dei suoi pantaloni, infilando un dito soltanto sotto la stoffa, alzandogli leggermente la maglia e lui mi bloccò.
“Potrebbe vederci.”
Io risi contro il suo orecchio.
“Non mi chiedi di smetterla ma ti preoccupi che ci veda?”
Tornò a voltare la testa verso di me che lo sovrastavo, si alzò in punta di piedi e mi disse l’unica frase che avrei voluto sentire in quel momento e lo fece quasi completamente contro le mie labbra, accendendo in me il fuoco.
“Ma io non voglio che tu smetta.”
Spinsi il suo bacino contro il mio e lui inarcò la schiena e quei dannati jeans erano talmente sottili e stretti che potei percepire perfettamente la linea di separazione tra le sue natiche. La mia mano si mosse con più vigore e le dita infilate sotto la stoffa della camicia divennero quattro e quando gli toccai la pelle bollente del basso ventre lui aprì la bocca e ansimò, facendomi perdere completamente quel poco di autocontrollo rimastomi.
Lo presi per le spalle e lo girai per fronteggiarlo e i suoi occhi languidi mi fecero impazzire.
“Ho la macchina parcheggiata qua fuori.”
“Okay.” Rispose semplicemente.
“Okay?”
“Portami dove vuoi, Yoongi.”
Lo presi per mano e me lo trascinai dietro mentre lanciavo un’ulteriore occhiata ai miei due amici. Jungkook era avvinghiato al collo del suo ragazzo, le mani infilate tra i capelli neri del maggiore ma Taehyung incrociò il mio sguardo e per quanto potesse essere completamente andato sotto al tocco del minore, seppi che sarebbe stato attento e che mi avrebbe dato più tempo possibile.
Nel giro di appena pochi minuti raggiungemmo la mia macchina, faceva freddo e tirava una leggera brezza secca che a respirare mi facevano quasi male i polmoni da tanto ero accaldato ed emozionato. Lo spinsi con violenza contro la portiera, chiusi le mani intorno alla sua nuca e catturai le sue labbra tra le mie. Lo baciai con voracità, succhiai le sue labbra con avidità, affamato di lui e sentii le due dita infilarsi nelle fibbie dei miei pantaloni per attirare il mio corpo contro il suo.
“Apri.” Disse contro le mie labbra prima di ricominciare a baciarmi ed io estrassi le chiavi dalla tasca dei miei pantaloni, premendo il pulsante per sbloccare le portiere e solo a quel punto ci staccammo, giusto il tempo di aprire, entrare, richiudere e sederci sui sedili.
Tornai a bloccare le portiere e lo guardai famelico, lui si chinò. Le sue labbra furono sul mio collo e la sua mano sul mio interno coscia. Mi costrinse ad allargare le gambe prima di palpare rude il cavallo dei miei pantaloni e io glielo lasciai fare, appoggiando la testa al sedile, chiudendo gli occhi e aprendo la bocca, gemendo piano.
Sentii i suoi denti catturare una porzione di pelle e succhiare forte, gli era sempre piaciuto mordermi e io gli avevo sempre lasciato la possibilità di marchiare ogni singolo centimetro del mio corpo.
Si staccò e alzò lo sguardo su di me ed io deglutii prima di spostare l’attenzione sulle sue labbra, già rosse e gonfie. Gliele toccai, disegnandone i contorni prima di costringerlo ad aprirle e spingere due dita tra di esse. Lui le circondò completamente e incastrò il suo sguardo nel mio, succhiò impetuoso, lasciando che la sua lingua scivolasse tra di loro e la mia erezione cominciò a fare davvero male chiusa e stretta dentro ai miei pantaloni.
“La tua fottuta bocca, Jimin-“
E lui prese il mio polso, spingendosi le mie dita in gola e io percepii una fortissima sensazione nello stomaco, come se avessi potuto venire anche solo così, senza neanche che mi toccasse. Il mio respiro si fece agitato, le palpitazioni del mio cuore mi facevano tremare l’addome ed estrassi le dita perché non sarei riuscito a resistere ancora a lungo se avesse continuato a guardarmi così.
Sorrise e si fiondò su di me, avvolgendo le braccia intorno al mio collo e io istintivamente lo presi per i fianchi, lui si alzò per poi sedersi su di me, allargando le gambe e appoggiando le ginocchia ai lati delle mie cosce. Mi baciò con passione travolgente e incastrò le dita tra i miei capelli mentre le mie mani vagavano sulla sua schiena e potevo percepire ogni singolo suo muscolo reagire al mio tocco.
Gli slacciai la cintura e gliela sfilai, aprendo poi il bottone e la cerniera dei suoi pantaloni mentre lui sbottonava la mia camicia, stropicciandola.
Quando finalmente riuscii ad allargarglieli, intrufolai le mani dentro ai suoi jeans, chiudendole attorno alle sue natiche e lo spinsi contro la mia erezione, palpandolo. Lui appoggiò le mani contro il mio torace, chinò la testa ed ansimò.
“Questi pantaloni, Jimin.-“ Continuai a fare in modo che si strusciasse su di me, alzando di tanto in tanto i fianchi per andare in contro ai suoi movimenti finchè lui non crollò, posando la testa nell’incavo del mio collo. “Guardami.” Gli chiesi ma lui continuò a muovere le anche e ad ansimare, quasi alla disperata ricerca di attrito. “Jimin, ti prego guardami.” E solo a quel punto alzò la testa. “Questi pantaloni sono quelli che ti ho regalato io?”
Dopo appena un paio di mesi che era partito per Seoul, era tornato a casa un weekend ed io l’avevo portato fuori. Aveva visto e provato proprio quei pantaloni che mi avevamo fatto impazzire fin da subito ma poi aveva dovuto rinunciarci perché era perfettamente consapevole che i suoi genitori facevano fatica a mantenere i suoi studi e lui non voleva sperperare i soldi per quel paio di jeans. E così glieli avevo comprati io e lui mi aveva promesso che li avrebbe indossati sempre e solo pensando a me. E infatti dopo la mia domanda, annuì.
“Sapevo che avrei attirato la tua attenzione.” Aggiunse e nel mio stomaco esplosero mille farfalle.
Mi avvicinai per baciarlo ancora, per gustarmi il suo sapore. Armeggiò con la mia cerniera e finalmente infilò la mano dentro ai miei boxer e quando sentii le due dita avvolgersi attorno alla mia erezione, gemetti contro le sue labbra, riprendendo a stringere forte la carne del suo culo sodo.
“Non sai che ti farei.” Gli dissi senza peli sulla lingua.
“Che mi faresti? Dimmelo.” Rispose mentre cominciava ad accarezzare la mia intimità, stringendo e premendo con fare esperto, sapendo esattamente dove e come prendermi.
“Voglio scoparti fino a farti urlare dal dolore, voglio che mi implori di smettere ma neanche in quel caso mi fermerei.”
“Sei arrabbiato. Con me.” Non era una domanda ma una costatazione di cui era ben consapevole.
“Furioso.” E senza avvertirlo raggiunsi il suo buchetto sensibile e con tutta la rabbia repressa che avevo in corpo spinsi completamente il mio dito indice in lui.
Inarcò la schiena, urlò e tremò mentre una lacrima silenziosa scendeva sulla sua guancia. Era stretto, troppo stretto e mi chiesi da quanto tempo non avesse rapporti con Jongin o con chiunque altro. Realizzai che forse gli avevo fatto davvero male, che avevo mollato la presa sui miei sentimenti e gli avevo letteralmente scaraventato addosso tutta la mia frustrazione in un unico semplice gesto. Solo che finchè eravamo stati insieme, un dito soltanto non era mai stato abbastanza, non l’avevo mai sentito stringersi così attorno a me se non la primissima volta e temetti di aver sbagliato.
“Jimin, da quant’è che tu-“ Ma non potei finire la frase che mi ritrovai la sua mano libera di fronte alla bocca e mi zittii.
“Non farmi domande. Non parlare e soprattutto non fermarti.” Era una supplica e una volta ottenuto il suo consenso ripresi a muovere il dito dentro di lui, incurvandolo appena per cercare di raggiungere il punto che sapevo lo avrebbe fatto godere di più. La sua mano si muoveva esperta lungo la mia asta, stimolandomi con la velocità e l’intensità giusta e una volta trovato il giusto ritmo, l’abitacolo della mia macchina si riempì di sospiri soddisfatti e gemiti. La sua bocca trovò la mia, la mia lingua si unì alla sua e in quel momento capii che per quanto potessi essere infuriato con lui, lo amavo più di qualsiasi altra persona al mondo.
Lo volevo, avevo sempre e solo voluto lui. Ero stato proprio io a convincerlo ad andare a studiare a Seoul, ero stato io ad accompagnarlo fin là il giorno del test d’ingresso e sempre io avevo guidato con la macchina piena delle cose di cui più avrebbe avuto bisogno. Pensavo davvero avrebbe potuto essere una sfida per noi e per la nostra relazione e invece proprio la lontananza ci aveva distrutti.
L’avevo conosciuto quando aveva appena 17 anni, era un ragazzino vuoto, senza spessore, voleva solo avere dei soldi a disposizione per potersi comprare il telefono di ultima generazione, le scarpe firmate, andare a scuola in taxi invece che usare i mezzi pubblici. Poi col tempo mi ero reso conto che Jimin non era superfluo, stava solo seguendo le regole imposte dal contratto firmato col Master ossia non poteva divulgare sue informazioni private. A Jimin piaceva studiare perché voleva avere sempre e in ogni caso il massimo dei voti e un pomeriggio avevo richiesto un suo servizio ma lui era troppo distratto a causa di un compito importante che avrebbe avuto il giorno successivo e io avevo deciso di aiutarlo invece che spogliarlo e da quel momento in poi le cose tra noi avevano gradualmente cominciato a cambiare. E poi era subentrata la gelosia, i baci rubati fuori scuola o quando lo riaccompagnavo a casa, cosa che non avrei potuto e dovuto fare.
-Non innamorarti di me.- Mi aveva detto un pomeriggio e io l’avevo baciato per farlo stare zitto, l’avevo spogliato lentamente e l’avevo reso mio per l’ennesima volta ma provando sensazioni che non sapevo neanche esistessero. Le sue mani su di me erano fuoco ed io ero benzina altamente infiammabile. Si era addormentato tra le mie braccia e io l’avevo coccolato e il mio cuore già sapeva che era troppo tardi, ero già innamorato di lui.
Ed ora, a distanza di anni, stringevo a me un ragazzo diverso, un Jimin cresciuto e cambiato per forza di cose, un Jimin quasi uomo, con un corpo più adulto ma lo sguardo era lo stesso di sempre. Lui era pur sempre il mio Jimin con tutti i suoi pregi e i suoi difetti e io lo stavo baciando con trasporto, lasciando che le sue mani mi toccassero, che le sue labbra viziassero le mie e i suoi gemiti erano l’unico suono di cui non mi sarei mai stufato.
Metà del mio essere, la parte vendicativa, voleva fargli male, distruggerlo fisicamente ed emotivamente mentre l’altra metà era pronta ad amarlo quella sera e per tutte le sere avvenire. E in quel momento, mentre facevo sprofondare ancora una volta il mio dito indice in lui, cercando di raggiungere il suo punto sensibile e lui apriva la bocca per gemere contro le mie labbra, desiderai di farci l’amore per tutta la notte ma fummo interrotti dal suo telefono che prese a suonare insistentemente.
Si staccò e mollò la presa dalla mia erezione ancora gonfia e piena, io feci scivolare le mie mani fuori dai suoi pantaloni mentre lui appoggiava la testa sulla mia spalla e respirava affannosamente.
“Guardo solo un attimo chi è.” Mi disse tra un sospiro e l’altro e io non potei fare altro se non annuire.
Scese dalle mie gambe e cominciò a tastare il tappettino sotto al sedile dove era volato fuori dalla tasca il suo telefono quando era saltato su di me.
“Spegnilo.” Gli dissi quando vidi che guardava lo schermo, indeciso su che cosa fare.
“E’ Jongin.” Mi disse.
“Appunto, spegnilo. Andiamo da me.”
Mi guardò e in quell’istante sapevo che quella sera avrei sofferto come non mi capitava da mesi.
“N-non posso, Yoon.”
“Non puoi? O non vuoi?” Gli dissi mentre tentavo con tutte me stesso di mantenere la calma.
Lui inclinò leggermente la testa e mi riservò un sorriso triste prima di premere il simbolo verde e rispondere alla chiamata. Il volume era alto e io potei sentire l’intera loro conversazione e ogni bugia che uscì dalle sue labbra, fu peggio di una coltellata.
“Pronto?”
“Jimin? Dove sei?”
“Fuori, sono uscito a prendere aria.”
“Oh, vuoi che ti raggiunga?”
“Sto tornando proprio ora.”
Un paio di secondi di silenzio.
“Sei con Yoongi?” Chiese l’altro e io avrei voluto urlare di sì, che era con me e che ci aveva interrotto proprio sul più bello ma rimasi in silenzio.
“Cosa? No, certo che no. Sono solo! Perché me lo chiedi?”
“Perché a parte Taehyung e Jungkook siete spariti tutti. Per un attimo ho temuto che tu fossi sgattaiolato da qualche parte col tuo ex ragazzo.” Ex ragazzo, ecco cos’ero per lui.
“No-“ Rispose Jimin, guardandomi negli occhi. “-Sono solo. Forse Yoongi è con Hoseok-hyung e Seokjin-hyung.”
“Va bene, vuoi che ti venga in contro? O ti aspetto qui?”
“Dammi cinque minuti e torno da te.” E continuava a parlare senza spostare quei suoi due dannati occhi azzurri da me e io neanche mi stavo sforzando ad interpretarli.
Riagganciò e solo a quel punto io ricominciai a rivestirmi, aggiuntando i pantaloni, riabbotonando la camicia, sistemando meglio che potei il colletto ormai stropicciato e senza più una forma.
“Yoongi?”
Non risposi, non lo volevo sentire.
“Yoongi.”
Mi stava montando una rabbia cieca dentro ed ero indeciso se prendere a sberle proprio lui o rientrare in quel locale e spaccare la faccia a Jongin. Non ero una persona violenta ma quando le cose non andavano come avevo programmato o come speravo andassero, perdevo leggermente il controllo e il mio cervello non riusciva più a pensare lucidamente.
“Yoonie…”
“Tu cosa cazzo vuoi?” E il tono che usai fu più aggressivo di quanto pensassi. “Non sei più una puttana, Jimin. O forse si?” Avevo il veleno sulla lingua e di certo non mi sarei risparmiato. Lui rimase in silenzio e abbassò lo sguardo. “Guardami quando ti parlo, cazzo!” Lo presi per le braccia e lo scossi forse troppo velocemente tant’è che lessi spavento nei suo occhi.
“I-io- ti p-prego c-calmati-“ Percepii un tremore o lo lasciai andare, tornando a sedermi sul mio lato del sedile.
“Mi stai facendo andare fuori di testa, Jimin.” Presi dei profondi respiri e cercai di concentrarmi sul suggerimento di Jungkook. Dovevo metterlo di fronte ad un ultimatum, costringerlo a scegliere. “Mi stai dando messaggi contraddittori e mi fai del male. Dici di amarmi, poi vai a Seoul e ti scopi un altro, vieni a casa per il compleanno del tuo migliore amico, ricambi i miei baci, mi dici di non amarlo ma poi torni da lui. Poi mi chiami, torni a Busan sotto mio suggerimento, mi baci perché di fronte a casa tua sei stato tu a baciarmi per primo, ti scrivo e non mi rispondi, poi mi richiami, ti chiedo di vederci per parlare e tu ti porti dietro il tuo cazzo di ragazzo e adesso ti fai toccare, mi chiedi di non fermarmi e poi tu sei il primo a fermarti per rispondere ad una chiamata di Kim fottuto Jongin. Perché torni sempre da lui? Che cos’ha lui che io non ho? Che cosa ti ho fatto mancare, Jimin? Perché hai cominciato a mentirmi? Perché hai dovuto mandare tutto a puttane? Eravamo felici, dannazione. Eravamo insieme ed eravamo immensamente felici e-“ Mi fermai un secondo quando notai che aveva cominciato a singhiozzare e deglutii a vuoto, preoccupato di non riuscire a finire. “Non capisco, Jimin. Aiutami a capire e te lo chiedo per favore.”
“I-io…T-tu…mi mancavi, mi m-mancava tutto. Ero solo. Mi sono sentito abbandonato.”
“E quindi hai cercato conforto in qualcun altro? Hai cominciato a mentirmi per questo motivo?”
“N-no, Yoongi ti prego, cerca di capire. Non sono ancora pronto a dirlo ad alta voce.”
“Dire cosa? Che cosa ti è successo? Jongin ti ha fatto qualcosa? Ti minaccia? Cos’ha contro di te?”
“No, no! C-cosa? No, non mi ha fatto niente!” Scosse la testa vigorosamente e incrociò le braccia al petto in posizione di difesa.
“Tu mi ami?”
“Yoon-“
“Io ti amo. Io ti amo, Park Jimin e i miei sentimenti nei tuoi confronti mi stanno uccidendo dall’interno. Non posso più andare avanti così.”
“I-in che senso?” Tornò a guardarmi con gli occhi rossi e sgranati.
Adesso o mai più.
Mi chinai verso di lui, gli presi il viso tra le mani e poggiai delicatamente le mie labbra sulle sue. Gli lasciai un bacio bagnato, casto e lento e lo sentii fremere e abbandonarsi a me. Mi spostai senza lasciargli il tempo di approfondirlo.
“Io ti amo e voglio te però amo anche me stesso e non ho più intenzione di soffrire. Perciò questo-“ Mi avvicinai di nuovo e lui schiuse le labbra, lasciando che le mie scivolassero sulle sue ancora una volta. “-è un bacio d’addio.”
Trattenne il respiro, una grossa lacrima bagnò la sua guancia e tentò di attirarmi nuovamente a sé ma io lo spinsi via, allontanandomi definitivamente. Mi alzai per quanto mi fosse possibile, aprii la portiera, uscii da dietro per poi risalire al posto del guidatore e inserire le chiavi, mettendo in moto.
“Y-yoongi-“
“Scendi dalla mia auto.” Risposi duro, senza far trapelare nessuna emozione e senza voltarmi a guardarlo.
“No, ti prego. Io-“
“Vattene, Jimin. Cinque minuti sono passati.”
Potevo sentirlo piangere ma mi obbligai ad ignorarlo per quanto mi fosse possibile perché se mi fossi girato, sarei crollato e invece dovevo rimanere fermo sulla mia decisione, dovevo resistere per me, per noi.
Passarono altri interminabili minuti in cui lui non disse altro, io non aggiunsi altro. E poi aprì la portiera, scese per poi richiuderla e io dovetti prendere tutta la forza che avevo in corpo per disinserire il freno a mano, inserire la marcia, spingere sull’acceleratore e partire.
Quando arrivai in fondo al parcheggio non resistetti e guardai nello specchietto retrovisore e lo vidi accasciarsi per terra sulle proprie ginocchia e prendersi la testa tra le mani. Voltai l’angolo e strinsi forte il volante tra le dita mentre la vista mi si annebbiava a causa delle lacrime e un urlo mi uscì forte e tremendamente doloroso.
Ed in quelle condizioni guidai verso casa senza voltarmi indietro neanche per un secondo.