Jimin's POV
Ero salito sul treno portando con me solo il telefono, le cuffie e il portafoglio ed ero determinato a suonare al campanello di ogni singola casa di tutta la provincia di Busan pur di trovare Yoongi.
Quella sera ero rimasto in giro tutta la notte ed ero rientrato solo quando sapevo di non trovare nessuno in casa, mi ero appostato fuori e avevo aspettato che Jongin uscisse. Avevo tirato fuori le mie valigie e avevo cominciato lentamente a riporre la mia roba in esse, partendo dai vestiti più importanti, le giacche che mi ero comprato, tutte le scarpe, i libri e gli appunti stampati dell’università. Avevo telefonato all’agenzia per la quale avevo fatto il tirocinio per dirgli che volevo rifiutare il rinnovo della loro proposta lavorativa perché non avevo intenzione di rimanere a Seoul a lungo.
-Bacio d’addio.- sto cazzo. Avevo sbagliato troppe volte, mi ero nascosto troppo a lungo e Yoongi meritava di conoscere la verità, dovevo dirgli che non l’avevo mai tradito. Per mesi mi ero portato dentro questo peso, facendogli credere una cosa non vera per proteggerlo, avevo trattato male il mio migliore amico per tenerlo lontano dal dolore ma così facendo inevitabilmente avevo ottenuto l’effetto contrario.
Quella sera sulla riva del fiume Han, con le gambe che tremavano, lo stomaco accartocciato e il cuore spezzato in mille pezzi, avevo avuto pensieri suicidi. Mi ero sempre chiesto che cosa spingesse certe persone a porre fine alla propria esistenza, come fosse possibile che non gli fosse rimasto niente e nessuno a cui aggrapparsi per rimanere a galla ma in quel momento avevo capito che la mente umana può entrare in un circolo vizioso di tenebre e oscurità e più fa male, più ci si chiude in sé stesso e più quel buio avvolge tutto e tutti.
L’acqua di dicembre era letteralmente congelata, probabilmente sarei morto di ipotermia prima che di annegamento ma proprio quando avevo immerso le mani, quella sensazione di freddo mi aveva dato una scarica, salendomi fino al cervello e avevo realizzato che non tutto era perduto, potevo ancora rimediare. Potevo tornare a riprendermi la mia vita, i miei amici, il ragazzo che amavo e che non avevo smesso di amare neanche per un secondo. Potevo allontanarmi dalla figura malata che era Jongin e dalla sua schifosa famiglia ricca che si erano insinuati nella mia vita, distruggendo tutta la parte buona del mio essere.
Mi ero allontanato di scatto dall’acqua, passandomi le mani fredde sul viso e avevo ripreso a camminare, arrivando fino alla stazione dei treni, avevo chiesto gli orari dei treni per Busan, cercando l’opzione per partire il prima possibile ma senza dover spendere troppi soldi dal momento che ne ero a corto e che non andando più a lavorare, neanche ne avrei avuti a breve.
Ero tornato a casa e avevo aspettato di avere la sicurezza di essere solo prima di salire al mio appartamento, recuperando il mazzo di chiavi di riserva che io e Jongin avevamo nascosto nel doppio fondo del porta ombrelli.
Avevo scritto a Yoongi. Sette messaggi. Dicendogli che ero pronto a parlargli, che mi dispiaceva per come mi ero comportato. Lo avevo informato che gli ero corso dietro quando era partito con la macchina e che se non mi avesse risposto, avrei smosso ogni singolo centimetro di Busan pur di trovarlo. Ovviamente aveva semplicemente visualizzato ma almeno sapevo che non aveva ancora bloccato il mio numero e non mi sarei fermato finchè l’emoji con i due cuori non fosse stata di nuovo in parte al mio nome salvato nella sua rubrica.
Scesi dal treno e decisi di camminare come prima cosa verso quella che sapevo fosse la sua vecchia casa per vedere se c’era ancora il suo cognome sul campanello che ovviamente era stato cambiato. Decisi di provare a suonare lo stesso e venne ad aprirmi una ragazza che mi chiese cosa cercavo. Le spiegai velocemente la situazione, che sapevo che quella abitazione era appartenuta a Yoongi, che avevo perso i contatti con lui e che avrei voluto ritrovarlo ma non sapevo da dove iniziare e che forse lei poteva sapere dove si fosse spostato. Quel giorno la fortuna non era dalla mia parte dal momento che lei mi disse che non aveva idea di dove fosse andato ad abitare e che non aveva avuto più nessun contatto con lui da quando avevano firmato il passaggio di proprietà della casa.
Il prossimo passo sarebbe andare alla sede dove aveva l’ufficio ma quando ci arrivai di fronte mi bloccai. Non mi aveva mai portato li perché sul lavoro il padre non gli dava un secondo di respiro e non avremmo mai potuto avere privacy. C’era la sicurezza all’entrata e io non avevo motivo per avvicinarmi, né per chiedere informazioni e probabilmente se aveva evitato di portarmi in ufficio quando stavamo insieme, adesso non avrebbe mai dato il permesso di farmi passare. Rimasi fuori dall’altro lato della strada ad aspettare, sperando potesse uscirne ma persi solo tre ore preziose ad osservare una porta a vetri che rimase chiusa.
Avevo incontrato suo padre e sua madre una volta. Ero andato a casa sua subito dopo scuola, mi aveva preparato il pranzo, mi aveva aiutato a studiare, aveva suonato il piano mentre io ballavo e avrebbe voluto uscire a cena per festeggiare i dieci mesi da quando ci conosciavamo ma i suoi genitori non sapevano della ricorrenza e si era presentati lì senza avvisarlo, pretendendo di voler passare la serata in compagnia del figlio. Mi aveva presentato come uno studente a cui dava ripetizioni a tempo perso e il padre gli aveva detto che se aveva bisogno di soldi, glieli avrebbe dati lui ma Yoongi aveva risposto che non mi faceva pagare, volevo solo aiutarmi. Erano stati gentili, sua madre mi aveva fatto molte domande ma nessuna scomoda o invasiva. Me ne ero andato poco prima di cena e quando lo avevo rivisto il giorno dopo avevamo litigato. Io gli avevo rinfacciato le sue parole perché ci era rimasto fin troppo male quando mi aveva definito un semplice studente indietro col programma scolastico. Mi aveva risposto che ero io il primo a chiedergli di non innamorarsi di me e poi reagivo così ma il problema era che se lui mi avesse confessato i suoi sentimenti, io avrei confessato i miei e non avremmo più potuto tornare indietro. E io avevo già smesso di baciare altri clienti e avevo già cominciato a sentirmi diverso ogni volta che dormivo con lui, quando mi toccava, quando rideva o anche la semplice accortezza di riaccompagnarmi a casa la sera quando si faceva troppo tardi.
Avevamo infranto molte regole, io e Yoongi, facendo semplicemente finta che non esistessero o che non fosse un grosso problema. Non ce ne preoccupavamo perché eravamo attenti e sapevamo che Jin non ci avrebbe mai beccati.
Gli avevo chiesto di non innamorarsi di me perché io lo ero già di lui e non volevo che le cose tra noi andassero male.
Volevo che mi perdonasse, avrei fatto qualsiasi cosa per ottenere il suo perdono. Volevo poter ritrovare la nostra felicità, stare con lui, ascoltare la musica e sorseggiare vino italiano nella jacuzzi, guardarlo suonare il pianoforte, imparare a cucinare da lui. Volevo viverlo, ora più che mai.
Mi ricordai che non gli piaceva usare i parcheggi sotterranei degli uffici del padre perché la sua macchina era troppo bassa e l’aveva graffiata più volte nello scendere perciò la parcheggiava sempre in superficie, dove venivano messe anche quelle degli altri dipendenti. Girovagai per tutto il parcheggio ma della sua auto non c’era nemmeno l’ombra, segno che quel pomeriggio non si fosse proprio recato al lavoro.
Sconfortato mi incamminai verso il porto, verso l’unico posto dove io e Jungkook andavamo d’estate portandoci dietro i nostri palloni o facendo le gare con le biciclette. Mi sedetti sul bordo dove c’erano degli scalini ai quali si attraccavano le piccole imbarcazioni private e mi godetti la vista. D’inverno il panorama era semplicemente grigio, azzurro spento ma il rumore dell’acqua mi rilassava in ogni stagione. Il sole era troppo timido per scaldare e la nebbia non permetteva di vedere troppo oltre l’orizzonte ma appena arrivava la bella stagione, tutto quel grigiore si sarebbe diradato e nelle giornate migliori si riusciva quasi a vedere il Giappone dal lato opposto della costa. Vicino ma lontano. Io ero qua, Namjoon era la. Jungkook era qua, Yoongi era qua eppure io rimanevo da solo.
Non avrei mai cambiato la mia Busan colorata, il rumore e l’odore del mare, il sole e la serenità delle persone con lo stress, il grigiore e il troppo movimento di Seoul. Volevo tornare a casa, avevo bisogno di tornare alle origini. Era stato bello poter fare altre esperienze, cambiare aria, ero cresciuto e maturato dal punto di vista dell’indipendenza e ora volevo farlo anche per quanto riguardava i miei sentimenti e non mi sarei mai più tirato indietro. Dovevo rimettere insieme i cocci prima che fosse davvero troppo tardi.
“Jimin.”
Una voce fin troppo familiare alle mie spalle. Mi girai lentamente e gli sorrisi e lo seguii con lo sguardo mentre staccava le cuffie, infilava il telefono nella tasca del giubbotto e veniva a sedersi al mio fianco.
“Che ci fai qua?” Chiese.
“Tu che ci fai qua?”
“Avevo bisogno di riflettere.”
“Anche io.”
“E sei tornato a Busan solo per riflettere?”
“E se fossi tornato per rimanere? Definitivamente?”
Sgranò gli occhi e la sua espressione si fece dubbiosa.
“Che è successo, Chim? Lo sai che puoi dirmi tutto.”
“Lo so, Gukkie ma ho bisogno di parlare con Yoongi prima. Devo sistemare le cose con lui. Tu sai dove abita ora, vero?”
Spostò di nuovo lo sguardo verso l’orizzonte.
“Taehyung va da lui a volte.”
“Puoi chiedergli l’indirizzo?”
La sua attenzione fu di nuovo su di me.
“E’ fuori città per lavoro, non troveresti nessuno.”
Ecco perché la sua macchina non era nel parcheggio. Yoongi non era a Busan. Ed ecco perché non mi aveva risposto. Probabilmente voleva rimanere concentrato sul lavoro e io ero diventato l’ultimo dei suo pensieri.
“Va bene, vorrà dire che lo andrò a cercare appena torna. A te che succede?”
“Chim-“
“Anche tu puoi dirmi tutto. Sono ancora il tuo migliore amico, vero?”
“Sei cambiato, Jimin. A volte faccio fatica a riconoscerti se devo essere sincero.”
Sentii il mio cuore creparsi perché avevo ferito anche lui, stavo rischiando di perderlo e dopo tutto quello che avevamo passato insieme, non avevo la minima intenzione di causare altro dolore.
“Mi dispiace. Dal profondo posso dirti che sono mortificato per il mio comportamento. Tu ci sei sempre stato per me e mi sei mancato da impazzire, sei la persona che mi è mancata di più a Seoul, senza di te le giornate mi sembravano vuote. So che un “mi dispiace” non può rimediare a tutto ciò che ho fatto però ti prometto che appena avrò chiarito con Yoongi, spiegherò tutto anche a te. Puoi aspettare? Riesci ad avere ancora un po’ di pazienza, Jungkook? Per favore.” Quasi lo implorai, tirando su col naso e trattenendo le lacrime.
“Jimin, se stai così c’è un motivo?” Annuii. “Un motivo valido?” Annuii di nuovo. “Qualcosa di grave?”
“No, nulla di troppo grave però riguarda me, Yoongi e Jongin in primis e devo cominciare con il dire la verità a Yoongi prima di tutto.”
“Okay. Mi fido di te.”
Mi sorrise e io sentii un minimo peso affievolirsi nel mio petto, come se potessi riprendere a respirare di nuovo.
“Grazie, Gukkie. Ma ora dimmi che succede a te. Sembra a terra.”
Sbuffò.
“Taehyung.”
“Che ha fatto?”
“Niente. È questo il problema. Non fa niente. Non mi parla, non mi ascolta, non mi fa più entrare nel suo ufficio, neanche mi tocca. Sono settimane che non lo facciamo. Io e Taehyung che non scopiamo. Quando praticamente la nostra relazione è cominciata grazie a questo.”
Lo guardai scioccato dalle sue parole. Facevo fatica ad immaginarmi una situazione del genere.
“Avete litigato per qualche motivo in particolare?”
“Discutiamo tutti i giorni per minchiate e quando non discutiamo, lui non mi rivolge la parola. È solo capace di darmi ordini: cucina questo per cena, fai tu benzina alla macchina, compra questo, sposta quello, preparami i resoconti trimestrali di Bangkok. Quando siamo a casa mi parla con lo stesso tono con il quale si riferisce ai suoi dipendenti al lavoro. Dice di amarmi, che non si è stufato di me però non mi dimostra la veridicità delle sue parole. Hoseok-hyung mi ha detto di avere pazienza, Seokjin-hyung dice devo cercare di rimanere calmo perché io e Taehyung abbiamo qualcosa di bellissimo però io mi sento così…”
“Solo e abbandonato.” Completai la sua frase e lui annuì.
“Vorrei solo che rifiutasse quel stupido investimento in Europa e tornasse ad essere il mio Taetae. È tutto sbagliato, Jimin..la sera mi addormento dopo aver messaggiato con Jaehyun invece che dopo essermi fatto coccolare dal mio ragazzo.”
Allungai un braccio per circondargli le spalle e lo tirai più verso di me.
“Jin-hyung ha ragione, avete qualcosa di bellissimo, io miro ad essere come voi con Yoongi ma questo avverrà con calma. Come mi hai già detto, forse veramente è stressato per questa questione dell’Europa. Non vuole toccarti okay ma- Gukkie, hai provato a toccarlo tu? Ormai lo conosco da un po’ e credo che il suo potrebbe essere un meccanismo di difesa? Ti tratta male e poi si sente in colpa perché ti ama e perché sa che tu non c’entri nulla col suo nervosismo quindi poi non ti tocca perché sente di non essere degno di te. Però se fossi tu ad approcciarti a lui, magari si scioglierebbe. Hai mai provato a pensarla così?”
Incurvò le sopracciglia e si toccò il mento con la mano, come se stesse riflettendo senza spostare il suo sguardo da me.
“Chi sei tu e cosa ne hai fatto del mio migliore amico?”
Ci furono un paio di secondi di silenzio e poi scoppiammo a ridere entrambi e in quel momento sentii uno strano calore espandersi nel mio cuore, una sensazione di gioia che non provavo da tempo.
“Sono serio, Jungkook.” Risposi, dandogli una piccola spallata amichevole.
“Lo so.” Ricambiò la spallata. “Uh, devo trovarmi con Jae, vuoi venire con noi? Mi chiede sempre di te.”
“Non posso, ho il treno di ritorno per Seoul tra un’ora.”
“Ma- hai detto che saresti rimasto.”
“Ho intenzione di tornare a casa, ho preparato tutte le mie cose ma ho litigato con Jongin e preso dalla pazzia sono salito sul primo treno. Non ho neanche avvisato i miei genitori che sono qua, non ho niente con me. Torno a Seoul stasera* e domani con la mente più lucida cerco di riordinare un po’ la mia vita ma la prossima volta tornerò per rimanere, Gukkie. Te lo prometto.”
Lui annuì, sapevo avesse capito quanto fossi determinato.
“Hai bisogno di soldi?” Mi chiese all’improvviso.
“C-cosa?”
“Hai bisogno di soldi per i biglietti del treno? O per pagarti un taxi? O vuoi che venga a Seoul in macchina per aiutarti col trasloco?”
“Non serve, davvero. Ne parlerò con i miei genitori, mi verranno ad aiutare loro.”
“Okay facciamo così. Io stasera proverò a seguire il tuo consiglio con Taehyung, se funziona ti ringrazierò pagandoti il prossimo treno per Busan o venendoti a prendere direttamente a Seoul e non accetto un no come risposta.”
“Sei finalmente diventato una puttana ricca?” Scherzai.
“Metti a posto le cose con Yoongi e lo diventerai anche tu. Saremo le due puttane più ricche di tutta la città.”
Scoppiammo di nuovo a ridere a ci alzammo quasi in contemporanea. Lo abbracciai e mi persi in quell’abbraccio come non facevo da molto tempo, godendomi la vicinanza di un corpo amico e sentii la sua energia positiva entrare in circolo nel mio sistema.
Lo ringraziai e lo guardai andare via, con la promessa che non gli avrei più nascosto niente, che sarebbe stata la prima persona che avrei contattato in caso di bisogno e che gli avrei raccontato tutta la verità senza filtri.
Fissai lo sguardo all’orizzonte ancora per qualche minuto, mi godetti l’aria pulita di mare e presi un respiro profondo prima di incamminarmi verso la stazione, con la consapevolezza che potevo rimediare e che niente era ancora completamente perduto.