PARIGI E LA NOTTE DEI VELENI
Ai giorni nostri
«Sicura che siano venuti proprio qui?» domandò Kalinger. Era da parecchio tempo che non cacciavano insieme. Si sentì quasi spaesato. Lui era abituato all’azione, scattava fulmineo, mentre la madre possedeva una calma glaciale.
«Se conosco bene Sarx e Lucius, non baderanno a spese per divertirsi sulla Terra. Credimi, questo è proprio il posto ideale per le loro messe in scena», rispose la Cacciatrice guardando la grande cancellata della Reggia di Versailles.
«Il biglietto che hai trovato parla di una semplice festa», le fece notare.
«Già, ma leggi dietro», gli ordinò.
«Chiedo che la Regina sia sterile, che il Re lasci il suo letto e la sua tavola per me, che io possa ottenere da lui tutto ciò che gli domanderò per me e per i miei parenti.» Sollevò lo sguardo verso la madre ma sentì di aver intuito qualcosa. «Che io sia invitata ai consigli del Re e sappia ciò che vi avviene. Che il Re lasci e non guardi più la de La Vallière e che, una volta ripudiata la Regina, io possa sposare il Re», concluse e un sorriso gli si dipinse sul volto. Quel brano aveva qualcosa di familiare.
«Qui c’è lo zampino di Tremort, un demone che cerco da secoli. Scommetto che dietro la Congrega c’è proprio lui» disse la Divoratrice, incedendo con passo mellifluo.
«Ma cosa c’entra la maledizione che Athenaïs, la più famosa amante ufficiale del re Luigi XIV di Francia, lanciava alla sua rivale in amore?» domandò Kalinger.
«Sono sicura che l’abate François Mariette, il bel prete prestante che aveva circuito la marchesa, fosse proprio lui… o comunque Tremort si nascondeva dietro qualche uomo in abito talare», gli spiegò la Cacciatrice. «Seguendo le tracce ero arrivata proprio qua, a Parigi. Correva l’anno 1667, e qui dentro», disse indicando la reggia, «i nobili si mischiavano con i peggiori delinquenti.»
«Lo so, sono stato parecchie volte da queste parti. Ci scovai un demone nel periodo napoleonico.»
«Allora entriamo, conosciamo bene la strada.» Svanì per riapparire dall’altra parte del cancello. Era avvolta in un mantello nero, le fattezze umane che indossava ammaliavano gli umani, così come i demoni.
«Ci vestiamo per l’occasione?» domandò Kal apparendo al suo fianco.
Un attimo dopo erano abbigliati per camuffarsi fra gli umani, il volto coperto da una maschera.
Camminarono a lungo, l’odore di sangue solleticò entrambi. Percorsero il viale Reale dei giardini fino al grande canale.
«Sono al Grande Trianon», le disse.
«Lo so, sento già fremere le mani.»
«Non divorarli tutti, lasciamene qualcuno», le propose, sornione.
«Ricordati che siamo nel presente. Non dobbiamo farci notare troppo», gli rammentò quando si trovarono di fronte un umano agghindato da concierge.
«Signori, l’invito prego», disse loro non appena furono di fronte all’antica dimora.
«Sono la Marchesa di Montespan, l’ospite d’onore», proferì la Divoratrice.
L’uomo restò un attimo perplesso. Chi a Parigi non conosceva quel nome? La donna che aveva macchiato Versailles, che si era valsa di ogni tipo di rito pur di eliminare le rivali.
E se c’era una festa nominata “Notte dei Veleni”, la Divoratrice era sicura che l’avrebbero fatta passare senza farle troppe domande.
A convincere l’uomo fu il gesto di aprire la pelliccia davanti a lui, mostrando le sue nudità.
L’uomo divenne rosso in volto e li fece passare.
«Madre, siete sempre perspicace», le disse Kal una volta entrati.
«Meglio per quel povero disgraziato, altrimenti avrei dovuto farlo fuori.»
C’era profumo di marzapane e sangue. Sulle note di una tragédie lyrique, opera di Jean-Baptiste Lully, scelta apposta per l’occasione, camminarono restando con i sensi all’erta.
Seguirono la musica e il profumo d’incenso, che si mischiava a quello dei dolci.
«Ma quanti Re Soli ci saranno in queste stanze?» si domandò a denti stretti la Cacciatrice. «Facciamo una camera alla volta, ma con molta discrezione.»
Nella prima trovarono molte giovani ragazze. Due erano le cose: o erano lì, ancora inconsapevoli di ciò che sarebbe accaduto, trascinate dall’eccitazione dell’avventura, o erano già perdute, vittime dell’influenza che i demoni riuscivano a indurre sugli umani.
«Assicurati, se non sono corrotte, che vadano via subito da questa dimora», disse a Kalinger. Poi Matyamavra tentò un approccio diretto. Si avvicinò al tipo vestito da re e, quando gli sguardi si volsero su di lei, lasciò cadere la pelliccia.
Le giovani uscirono di corsa, imbarazzate. Lo sguardo lascivo e incantato del tipo agghindato da sovrano era piantato sui seni della nuova venuta.
L’odore acre del demone invase la stanza.
Non riuscivano a trattenersi quando si eccitavano.
«Mio Re, lo sapete che sono gelosa di voi», gli disse mettendosi a cavalcioni sulle sue ginocchia.
Uno sguardo verso Kal, che svanì come polvere, e poi tirò la prima preda verso di lei.
Le mani della bestia le afferrarono con forza i fianchi. Sentì gli artigli arpionarle la pelle.
La Divoratrice non gli diede altro tempo, la notte non era abbastanza lunga. Spalancò la bocca mentre sollevava la maschera. Gli occhi divennero neri e le corna le spuntarono sulla fronte.
Il demone non ebbe modo di reagire, ma lo sguardo da preda in trappola gli si dipinse sul volto.
Matyamavra lo ingoiò in fretta, per evitare che le grida potessero mettere in allarme i suoi compari.
* * *
«Le ho terrorizzate e fatte uscire da qua», la mise al corrente Kal.
«Sono state fortunate, anche se non lo sapranno mai.»
«A voi l’onore», le disse facendogli cenno di aprire la porta. Da quella stanza arrivava un odore inconfondibile.
Una piccola orgia si stava consumando. La Divoratrice contò tre demoni.
Se solo quelle povere sventurate fossero in grado di vedere le vostre vere fattezze, pensò la donna sondando la penombra.
Lasciò cadere una piccola fiala di ipnotico. Avrebbe annebbiato i ricordi degli umani.
«Uccidiamoli, poi preleverai le loro anime con l’ampolla», ordinò.
Si mossero lesti, celati dalle luci soffuse e dalla musica ammaliante. Tagliarono la gola ai demoni e raccolsero le loro entità, da riportare all’Inferno.
«Finché fanno sesso… Ma prepariamoci al peggio», disse Matyamavra aprendo una porta. I corpi di decine di vittime erano riversi a terra. C’era sangue ovunque. Erano tutti morti ormai. Di fatto Kalinger non aveva udito il dolore.
Non ci fu tempo per meditare. Sei demoni erano lì, a gozzovigliare, grondanti di sudore. La musica del cembalo sovrastava i grugniti.
La Divoratrice riconobbe Tremort, l’unico diabolicamente affascinante, con le sue immense ali nere. Poi c’era Lucius, dalle cui mascelle uscivano denti aguzzi e letali. Sarx era ancora più orrendo, se possibile, una massa informe di carni putrescenti. Gli altri erano demoni minori. Trovarono la morte subito, durante il breve spazio che intercorreva fra i cacciatori e le loro prede più ambite.
Un moto di rabbia le montò dentro quando vide Tremort spiccare il volo, infrangendo le vetrate, ma non permise alla frustrazione di rallentarla.
«Se credi di sfuggirmi ancora ti sbagli», gridò la Divoratrice, con tutte le sue forze, i muscoli tesi allo spasimo. Con un unico balzo raggiunse il davanzale, incurante dei vetri rotti.
Il demone si voltò. «Revoir ma chère», le rispose, sbattendo le ali con vigore, il sorriso vittorioso stampato in volto. Restando a mezz’aria le fece segno con la mano, conscio di avere la vittoria in pugno.
«Sei solo cibo per Belzebù», ribatté lei scrocchiando il collo, pronta ad attaccare.
«Ci penso io a lei», sentì dire da dietro le spalle.
Un riverbero dardeggiò nelle iridi della Divoratrice che, voltatosi, vide Sarx. «Credi di farmi paura?» gli disse. «Quelli come te li mangio a colazione.»
Tentò di sorriderle, ma lo sguardo della Divoratrice aveva sortito l’effetto desiderato.
Con rabbia, Matyamavra si lanciò verso il demone, conscia che Tremort, alto nel cielo, non era più catturabile. La potenza dei suoi muscoli la spinse verso Sarx che in un ultimo gesto disperato si fece beffa di lei ridendo, convinto di essere troppo grosso per essere ingollato.
La sua massa informe si mosse a scatti, per poi arrestarsi davanti alla Divoratrice che spalancava a dismisura le fauci.
I denti le si allungarono come artigli utili ad afferrare le carni delle prede. Non c’era modo di sfuggirle.
Matyamavra tirò un grido di incitamento mentre azzannava Sarx, impedendogli di muoversi. Non senza fatica inghiottì il demone più grosso e nauseabondo che le era mai capitato di cacciare.
Solo quando concluse il rito si accorse della figura di Kalinger riversa a terra. Di Lucius non c’era più traccia.
«Mi ha rubato l’Antikronon», le disse, soffocando un grido di dolore. Era stato colpito all’addome, il sangue color vermiglio scendeva copioso.
«Tranquillo, guarirai in fretta. Sarà più dolce divorarlo quando lo scoverò.»