IV.

1919 Parole

IV. «Carissimo», dice il signor Ganse, «le ha restituito la sua lettera, mio nipote? Bene. L’aveva lasciata fra le mie carte, ho incominciato a leggerla senza sapere proprio che cosa fosse, parola mia. E poi, noti, l’aveva scritta sui nostri fogli e senza usare il retro. Insomma, ho continuato fino in fondo. Un bel brano di letteratura». Sprofondava riverso nella poltrona di pelle, con la grossa mano spiaccicata sul tavolo. Tutto insaccato, col collo quasi interamente affondato nelle spalle, sul volto largo ancora visibili i segni del sonno (quel sonno duro che deve soltanto agli ipnotici), la voce pastosa, le guance carnose, quel suo sguardo mai fresco di un vero riposo (lo sguardo stantio di ieri, come dice perfidamente Philippe), la terribile crudeltà di quella vita apparve d’improvvi

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