CAPITOLO UNDICI

2728 Parole
CAPITOLO UNDICI Naturalmente Darius alla fine arrivò, nonostante fosse quasi troppo tardi. Era stato trascinato lungo la montagna e aveva dovuto risalire. Non poteva sciogliere la neve: avrebbe richie­sto l’abilità di lavorare con il calore. Ma sapeva esatta­mente dov’ero e poteva scavare. La prima cosa che trovò fu la mia mano destra. Quella con il bracciale. Ricordo il dolore terribile, non mio ma suo, nel mo­mento in cui la pelle entrò in contatto con esso. Ma non mollò. La luce del sole mi accecò gli occhi, quindi questi si riempiro­no di un azzurro profondo che pensai fosse il cielo ma si rivelò essere la sua tunica. Lo sentii pronunciare il mio nome in lontananza mentre mi tirava fuori e mi reggeva tra le braccia. Mi strappò la giac­ca fradicia e fece scivolare la mano destra sotto la tunica fino ad arrivare alla schiena, così da infondermi il suo calore. Tre­mai come una foglia in una tempesta di vento, in parte per l’agonia del sangue che tornava nei miei arti ghiacciati ma an­che per la sensazione del suo abbraccio. Non ci eravamo mai toccati così, premuti insieme dalla testa ai piedi con solo uno strato di tessu­to a dividerci, ed era come la notte in cui gli avevo preso la mano, moltiplicata per mille. Vidi me stessa at­traverso i suoi occhi e sentii il mio corpo attraverso le sue ma­ni. Tale era la natura del nostro legame. Le mie barriere si infransero all’istante. Non c’era niente al mondo se non l’intensità di quella strana camera di risonan­za e la consapevolezza che lui era perduto in essa quanto me. Non so per quanto tempo rimanemmo così, aggrappati l’uno all’altra, il suo respiro caldo contro il mio orecchio. Avrebbe potuto essere un minuto, o venti. Ma alla fine gli altri ci trova­rono. Ilyas fu il primo. Doveva aver corso perché stava ansi­mando forte quando le sue mani mi afferrarono le spalle e ci di­visero. Non disse una parola. Si limitava a restare immobile. Ma i suoi occhi fiammeggiavano di una furia malata. Non lo avevo mai visto così. Mi spaventava. La sua mano si mosse verso l’elsa della spada e non sono sicura di cosa sarebbe successo dopo se non fosse arrivato Tommas insieme a Tijah e a Myrri. «Grazie al Sacro Padre», esclamò Tommas. «Pensavamo fossi perduta.» E da un momento all’altro, Ilyas prese un respiro sfianca­to e si ricompose. Vidi la forza che gli era servita per farlo, ma il nostro capitano era tutto fuorché indisciplinato. «I cavalli sono di sotto», disse con voce piatta, voltandosi. «Tommas si è mosso velocemente e li ha presi con l’aria.» Sentii Darius risollevare le barriere. Arretrò di un passo da me. Nessuno di noi riusciva a guardare l’altro. Sentivo an­cora la sua mano su di me e girai il capo per nascondere il ca­lore delle guance. «Uno dei daeva deve aver portato la valanga su di noi», disse Darius. «È colpa mia. Ho avvertito qualcosa, ma era troppo tardi. Qualunque cosa fosse, ora sono lontani.» «Stai bene?» mi domandò Tijah. «Puoi cavalcare?» Mi limitai ad annuire, non fidandomi della mia voce. «Certo che puoi, ragazza nomade.» Sorrise. «Immagino che tu sia abituata a questo genere di cose. Come l’ha chiama­ta Darius?» «Una valanga», dissi. «Che carina. E la tua gente vive davvero qui?» Mi costrinsi a sorridere. «A casa, pensavo che uno scorpione nelle scarpe rappre­sentasse una giornataccia.» Tijah scosse le trecce per la mera­viglia. «Naturalmente abbiamo le tempeste di sabbia. Quelle pos­sono essere molto fastidiose…» Continuò a chiacchierare mentre tornavamo ai cavalli. Darius fu attento a non toccarmi quando montammo, cosa di cui gli fui grata. Sapevo che stava solo cercando di salvarmi la vita, ma mi sentivo come se il mio mondo fosse stato spostato dal suo asse, mettendo in evidenza sentimenti che avevo com­battuto per ignorare da quando lo avevo conosciuto in quei giorni che avevamo trascorso insieme negli alloggi dei daeva. Sotto la sua maschera fredda, Darius era molto divertente, in un modo piuttosto cupo. Un uomo complesso, che sapeva es­sere indifferente, persino brusco, un momento e gentile quello suc­cessivo. Ma, a differenza di Ilyas, i cui cambi di umore pa­revano essere fuori dal suo controllo, quelli di Darius sembra­vano intenzionali. Si era allenato parecchio a mantenere gli al­tri a di­stanza. Eppure, quando mi aveva toccata, ciò che avevo avvertito da lui era molto lontano dall’indifferenza. Il nostro legame era più forte rispetto agli altri, lo avevo già capito al villaggio di Ash Shiyda dove il suo potere mi ave­va lasciato ansimante a terra. Non succedeva la stessa cosa a Tijah né a Ilyas. Lo sapevo perché glielo avevo chiesto. Mi domandai se ci avessero dato dei bracciali difettosi, che in qualche modo ingrandissero il legame e peggiorassero ulte­riormente quell’intera situazione impossibile. L’espressio­ne sul volto di Ilyas quando ci aveva visti insieme era stata a dir poco omicida. Ora sentivo i suoi occhi su di noi. A misu­rarci, a sop­pesarci. Era la legge della terra che umani e daeva non potesse­ro giacere insieme. Il magus aveva detto che i pro­dotti di tali unioni proibite venivano uccisi immediatamente come se fosse­ro progenie di Druj e i genitori consegnati ai Numeratori. Be’, noi non avevamo attraversato quella linea in partico­lare ma, per il Sacro Padre, una parte di me lo desiderava e ciò rap­presentò uno shock. Non ero mai stata tanto furiosamente at­tratta da qualcuno e avevo paura di dove avrebbe potuto con­durmi quell’attrazione. E poi, in qualche modo sembrava sba­gliata. I daeva erano schiavi in tutto meno che nel nome e io ero una rappresentante dei padroni. Così rimisi Darius nella sua scatola, decisa a tenerlo lì. Non potevo sfuggirgli, ma avrei potuto sopportare la squisita tortura del nostro legame se lo avessi tenuto al sicuro. Non c’era altra scelta per nessuno di noi. Avevo sacrificato tutto per diventare una Water Dog. Avevo abbandonato il mio clan, rinunciato a ogni possibilità di sposarmi e avere bambini. Ave­vo giurato di onorare mia sorella dando la caccia ai suoi assas­sini. Ilyas poteva guardarci quanto voleva, ma non c’era nien­te da vedere e non ci sarebbe mai stato. Solo due Water Dog che portavano la giustizia del Re. * * * Le montagne scemarono dietro di noi mentre cavalcava­mo nella Great Salt Plain. Il mio clan la chiamava Dasht-e Kavir. In primavera, quando la terra diventava satura dei deflussi del disgelo, per­mettevamo alle greggi di brucare sui confini. Dopo che le pa­ludi stagionali si asciugavano, lasciavano un residuo di sale e il sole cuoceva la pianura in placche frastagliate che parevano le scaglie di una lucertola. Le temperature in estate potevano uccidere un cavallo e il suo cavaliere nel giro di poche ore. Fortunatamente per noi era inverno, così la giornata fu incredibilmente piacevole. Pre­sto ci togliemmo i mantelli imbottiti e ci crogiolammo al calo­re, a di­spetto dell’andatura implacabile di Ilyas. Tijah sembrava essersi ripresa dalla brutale attraversata della catena del Khusk. Non aveva avuto reazioni quando ave­va visto me e Darius insieme, ma Tijah aveva una visione di­versa dei daeva, una visione che sarebbe stata marchiata come eresia se ne avesse parlato a voce alta. Una volta che eravamo arrivate a fidarci l’una dell’altra, mi aveva raccontato che ad Al Miraj i daeva non erano consi­derati intrinsecamente cattivi dalla maggior parte delle perso­ne. Né erano considerati Druj. Erano ancora legati perché era­no troppo potenti perché fossero tenuti a briglia sciolta e il Re insisteva su quello, ma erano trattati con più rispetto. Non era considera­to motivo di vergogna prendere un daeva come amante, cosa che mi aveva scosso nel profondo. Tijah si era li­mitata a ridere e mi aveva dato della puritana. Ma non era quello o almeno non era ciò che Tijah pensa­va. Non mi consideravo una puritana. Il clan Four-Legs non era particolarmente pudico quando si trattava di sesso o nudi­tà o una qualunque funzione corporea. Vivevamo in tende, molto vicini l’uno all’altro, e la riservatezza era un bene raro. Avevo visto animali accoppiarsi e, a volte, persone. Era una parte na­turale della vita. Ciò che mi disturbava di più era che se i daeva non erano cattivi, non erano Druj, fosse ancora accettabile schiavizzarli. Ma un’idea del genere cozzava con ogni cosa che il Profe­ta ci aveva insegnato, per non parlare del fatto che i daeva aveva­no combattuto tra i Druj nella guerra. E nessuno che avesse visto uno spettro o un lich o un revenant avrebbe potu­to negare che quegli esseri fossero il male incarnato. O che qualunque creatura schierata con loro non fosse la stessa cosa. Ricacciai indietro il ricordo. Come avevo fatto a passare dall’essere contenta che Tijah stesse meglio a mettere in dub­bio le intere fondamenta della mia fede in trenta secondi? Per­ché le nostre menti sono ridicole, decisi. Non avendo niente da fare se non fissare l’orizzonte vuoto, devono trovare un modo per intrattenersi. Come bambini a caccia di una farfalla, tendono a saltare da una parte all’altra fino a quando all’improvviso non alzano lo sguardo e si trovano sperduti nella vegetazione. Tutto ciò che contava era quel momento e la sfida che ci aspettava. Avevamo avuto solo un assaggio di ciò che i nostri nemici erano in grado di fare. Ora stavano correndo verso il Sacro Fuoco, il vero e proprio cuore dell’impero. Solo il Padre sapeva cosa avevano in mente. O quanti di noi sarebbero morti per fermarli. Presi un moderato sorso d’acqua dall’otre. Li avevamo riem­piti a una fonte che conoscevo tra le colline, ma sarebbe stata l’ultima per centinaia di leghe. O almeno fino a quando non avremmo raggiunto il Barbican, se fosse stato ancora in piedi. Drizzai la testa di scatto mentre Tommas gridava qualco­sa a Ilyas. Tirarono le briglie. Mi schermai gli occhi. C’era qualcosa sulla pianura, da­vanti a noi. Una nube di polvere. «Cavalieri», annunciò Darius. «Quanti?» Erano le prime parole che ci scambiavamo da ore. «Cinque.» «Sono daeva?» «No.» Era preoccupato. «Qualcos’altro.» «Umani? Druj?» lo incalzai. «Non lo so. Umani, credo, ma c’è qualcosa di… strano in loro.» Il suo tono scoraggiava altre domande. Doveva essere fru­strato quanto me. «In formazione!» gridò Ilyas. Tijah liberò la scimitarra e cavalcammo al fianco di Ilyas e Tommas, i nostri quattro cavalli a formare una linea frasta­gliata sulla pianura. «Stanno venendo dal Rig-e Jenn», dissi. «Sarebbe?» domandò Ilyas. Ogni linea del suo corpo era rigida per la tensione. «Significa Dune del Diavolo. È un posto maledetto. Le ca­rovane di mercanti se ne tengono alla larga.» Mentre i cavalieri si facevano più vicini, mi accorsi che i loro destrieri erano persino più grandi di quelli allevati per i Water Dog. Grossi animali neri che facevano sembrare pony i nostri. La ragione di questo divenne chiara quando tirarono le briglie a poca distanza da noi. Perché ciascuno portava non uno, ma tre cavalieri. Quelli seduti dietro avevano delle fasce di metallo intorno al collo. I loro abiti non erano nient’altro che stracci. Ero abbastanza vi­cina da distinguere le espressioni totalmente vuote sui loro volti. Come se non potessero più vedere niente di ciò che ac­cadeva intorno a loro. Erano un miscuglio di uomini e donne, c’erano persino due o tre bambini. Ma avevano tutti gli stessi volti inespressivi e con gli occhi spalancati che mi facevano venire la pelle d’oca. Delle catene partivano dai collari e finivano in una ma­netta al polso sinistro del cavaliere in posizione frontale. A differen­za dei prigionieri, quegli uomini indossavano lunghe tuniche di cuoio chiaro senza maniche. Da dove mi trovavo, parevano umani. Uomini qualunque, salvo il loro strano abbi­gliamento. Non vidi spade né lance o altre armi. Eppure c’era qualcosa in loro, un’aura invisibile, che mi faceva desiderare di colpirli a morte all’istante. Darius si irrigidì dietro di me. Il nostro disprezzo era con­diviso. «Negromanti», sputò. Ilyas batté le palpebre. «Non può essere. Sono secoli che non si spingono tanto a sud.» «Ha ragione», disse Tommas, il suo bel volto duro come la pietra. «Sono collegati ai loro schiavi umani. Sono la fonte del loro potere.» Ilyas si fece silenzioso per un momento. «E se uccidiamo gli schiavi?» domandò a bassa voce. Era crudele anche solo pensare una cosa del genere, lo sapevo. Non avrebbe provato piacere, l’opposto a dire il vero, ma se necessario lo avrebbe fatto senza esitazione. L’idea mi nauseava. «Non ucciderò bambini», dissi con voce piatta. «Né adul­ti, per quel che importa.» «Non funzionerebbe comunque», rispose Darius. «Per ogni schiavo collegato che muore, nascono cinque Druj. È qualcosa che ha a che fare con il flusso di ritorno della magia oscura. I guerrieri-magi di Karnopolis mi hanno avvisato di questo. Cu­stodiscono delle cronache dettagliate della guerra, lì. Ne do­vremmo presto affrontare cinquanta invece di cin­que.» «Usa il potere, allora.» «Il loro è uguale, se non più forte.» «E allora come li combattiamo?» domandò Ilyas. «Non lo facciamo», rispose Darius, secco. «A meno che non siamo costretti.» «Ma non possiamo lasciare questa gente così», dissi, vol­tandomi sulla sella per lanciare un’occhiataccia a Darius. «Ha ragione», mi interruppe Ilyas. «Non possiamo per­metterci perdite, non ora. Il nostro compito è catturare i fuggi­tivi di Gorgon-e Gaz. Ogni altra cosa è secondaria.» «Cosa?» Non riuscivo a credere a ciò che stavo udendo. «Siamo Water Dog! Non dovremmo proteggere gli indifesi e punire i malvagi?» «Basta così, Nazafareen», grugnì Ilyas. «Se non cavalcherete con me, combatterò da sola», dissi, sa­pendo che mi stavo spingendo troppo oltre, ma ormai inca­pace di fermarmi. «Non rimarrò seduta come una vigliacca…» «Basta!» La voce di Ilyas schioccò con una frusta. «Basta. Non mi importa se ti piace o meno. Tu seguirai i miei ordini o non indosserai più il rosso. Capito?» Mi calmai, pur continuando a infuriare dentro. Tijah spu­tò a terra e io capii che era disgustata quanto me. «Water Dog!» ci chiamò il leader dei cavalieri. «Nel nome di Re Artaxeros II, scendete da cavallo e libe­rate i prigionieri», esclamò Ilyas di rimando. Il cavaliere rise. «Ma lui non è il nostro Re. E voi non avete ancora sentito la nostra offerta.» Tommas e Ilyas si scambiarono uno sguardo indecifrabi­le. «Che offerta?» domandò Ilyas. «Non stringo accordi con i negromanti.» «Noi ci definiamo antimagi, Water Dog. Ma questo è irri­levante al momento.» Il cavaliere sembrava cupamente diver­tito. «So che i nostri regnanti non sono gli amici più intimi, ma ab­biamo lo stesso obiettivo. Per ora, almeno. Catturare l’essere chiamato Victor.» Bisognava riconoscere a Ilyas che il suo atteggiamento calmo non cambiò, anche se doveva essere sorpreso. «Capisco. E cosa vorreste da questo Victor, ammesso che io sappia di chi stai parlando.» «È il daeva più ricercato a Bactria», rispose il cavaliere e tutti risero. «La Regina ha desiderato il piacere della sua com­pagnia per troppi anni. È molto lieta che sia riuscito a fuggire dalla prigione in cui lo avete incatenato. La Regina ha un debi­to con lui. Un grosso debito.» Ricordai di colpo le parole di Ilyas mentre eravamo intor­no al fuoco. Durante la guerra ha ucciso più Druj di ogni altro daeva. Un animale assetato di sangue, sotto ogni punto di vista. Ilyas si passò una mano tra i capelli. «E se vi consegnia­mo Victor…» «Potete tenere gli altri. Andiamo, suvvia! Sappiamo tutti e due che siete in misera inferiorità numerica. Quei daeva man­geranno vivi i tuoi cuccioli. E Victor non vi serve a nien­te. Anche se, per qualche miracolo, riusciste a catturarlo vivo, tor­nerà di filato a Gorgon-e Gaz. Più probabilmente vi uccide­rà tutti. Perciò vi propongo un’alleanza temporanea solo fino a quando non li troviamo.» Il cavaliere sogghignò. Nonostante il sole di mezzogiorno, gli occhi erano fosse profonde nel vol­to. «E allora sarai libero di trafiggermi con quella tua spada spa­ventosa!» Si portò una mano al petto in un gesto beffardo. Osservai il mio capitano. Non poteva davvero considera­re quel patto blasfemo… Il silenzio sulla piana sembrava fragile come ghiaccio su acqua corrente. Lentamente estrassi la spada dal fodero, solo un centimetro, ma abbastanza perché potessi brandirla in un istante. Avrei preferito bruciare per l’eternità che cavalcare con quelle creature e i loro schiavi umani. Darius mi fece un cenno appena percettibile mentre rila­sciavo la presa sul legame. Forse saremmo riusciti ad ammazzarne uno o due prima di morire. Quindi Ilyas raddrizzò la schiena. Aveva raggiunto una deci­sione. «La vostra offerta è rifiutata», disse, nella voce squillan­te che ricordavo dal giorno in cui ci eravamo incontra­ti. Chiusi gli occhi e sospirai. «I daeva sono di proprietà del Re, non della vostra strega di Bactria. Dite alla Regina Neblis che se vedremo qualcun al­tro dei suoi antimagi in queste terre, le riconsegneremo le te­ste e lasceremo i corpi agli avvoltoi.» Le sue labbra si incurva­rono. «Se vorranno toccare la vostra carne corrotta.» Il cavaliere rise ancora, ma non sembrava più divertito. «È davvero un peccato.» Puntò una mano pallida verso Darius e la catena si tirò, quasi facendo cadere gli schiavi umani dalla sella, ma gli occhi da bambola non cambiarono mai. «Ci libe­reremo presto degli altri e allora potremo trovare il posto per te nel mio seguito.» Fissò Ilyas. «Credo che dureresti parec­chio tempo. Ma, ahimè, non vorrei testare il daeva di quella ragazza. Mi ricorda troppo quello che stiamo cercando.» Il negromante doveva riferirsi al potere di Darius, pensai. Che era forte come quello degli antichi. Nient’altro. Mi rifiuta­vo di credere che il mio daeva fosse davvero un Druj. Si voltarono e cavalcarono nella direzione da cui erano arri­vati, nelle sabbie mutevoli del Rig-e Jenn. Li osservai fino a quando non svanirono all’orizzonte. Mi domandai se qualcuno di quegli schiavi fosse stato preso al villaggio di Ash Shiyda e mi sentii persino peggio. «Come faceva questa feccia a sapere della fuga?» doman­dò Tijah. «Credete che ci abbiano seguiti?» «Il messaggero da Gorgon-e Gaz», disse Tommas, pensie­roso. «Era inseguito dai Druj. Devono essere tornati indietro per fare rapporto.» «Possono seguire le tracce come Darius?» «Forse no. La loro magia è focalizzata sui morti, non sui vivi. Spiegherebbe perché hanno bisogno del nostro aiuto.» «Una volta che avremo catturato quei daeva, daremo loro la caccia e li distruggeremo», disse Ilyas. «Avete la mia paro­la.» Fece il segno della fiamma. Ilyas era di nuovo calmo. Nel pieno controllo. Ma non era stato se stesso negli ultimi giorni. Captai l’espressione di Tommas e mi accorsi che anche lui era preoccupato. Non avrebbe mai detto nulla, ma era ciò che pro­vava. Qualcosa nel nostro capitano era molto vicino a spezzar­si.
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