CAPITOLO DIECI

2053 Parole
CAPITOLO DIECI Il giorno seguente cavalcammo dalle prime luci fino a quando non fu troppo buio per proseguire. Ilyas desiderava andare avanti. Non conosceva quelle montagne, non quanto me. Gli spiegai che lì c’erano voragini nascoste e che avevo vi­sto uomini cadere verso la loro morte da un passo all’altro alla luce del sole. Che sarebbe stato un suicidio compiere la traver­sata nell’oscurità. Alla fine, Tommas gli disse qualcosa a bassa voce e lui acconsentì a malincuore di fermarci, ma c’era una luce disperata nei suoi occhi. Se Ilyas fosse stato solo, credo che avrebbe evitato proprio di dormire. Avrebbe conti­nuato a cavalcare fino a catturarli o fino a quando le montagne non lo avessero ucciso. Disse di non sapere perché le guardie avessero deciso di compiere il tradimento, e forse non lo sapeva davvero, ma io continuavo a pensare a quei Water Dog a Tel Rasul e a cosa avevano fatto solo pochi mesi prima. Anche loro avevano pro­vato a fuggire, nonostante non fossero riusciti neanche a la­sciare gli alloggi. C’era una qualche connessione tra i due eventi? Credevo che le catene fossero infallibili, ma ovviamen­te aveva­no un punto debole. L’umano legato. E credo che fos­se l’ele­mento a preoccupare di più Ilyas. Che la nostra stessa specie potesse tradirci. Per quanto volesse i daeva, voleva le loro guardie ancora di più. Il quarto giorno cominciò a nevicare. Stavamo arrivando ai passi finali, i più insidiosi. La temperatura, già glaciale, si ab­bassò persino di più. Mostrai a Tijah come avvolgere le ma­ni per evitare i geloni. I guanti servivano a poco. Le dita sa­rebbero rimaste più calde se si fossero toccate. Aveva cominciato a lamentarsi di un terribile mal di testa che non se ne voleva andare. Ora era piegata in due sulla sella, tossendo. Feci una smorfia a quel suono rauco. Myrri le diede qualche colpetto sulla schiena, gli occhi castani pieni di paura. Sapevo che Tijah stava soffrendo della malattia della monta­gna. Il suo corpo semplicemente non era fatto per reg­gere l’aria rarefatta delle alte vette. Se non le avessimo supera­te presto, sarebbe potuta morire. Secondo Darius, le nostre prede erano ancora a mezza gior­nata di distanza. Ma presto avrebbero raggiunto le pianu­re e la nostra pista sarebbe svanita. «Da che parte, Nazafareen?» domandò Ilyas. Esitai. Conoscevo una via. La scorciatoia che la mia gente aveva usato per generazioni. Ma non era un posto che avrei voluto rivedere. «Da che parte?» ripeté Ilyas. Aveva gli occhi iniettati di sangue. Dormiva appena da parecchi giorni e aveva un aspet­to brutto quasi quanto Tijah. Il nostro capitano era diventato un uomo posseduto da demoni che lui stesso aveva creato. Non sapevo cosa ne sarebbe stato di lui se avessimo fallito la mis­sione. Persino Tommas, di solito gioioso, aveva adottato l’atteggiamento del suo maestro e rimaneva sulla sella, silen­zioso e logorato dalle preoccupazioni. «Seguitemi», dissi alla fine, conducendoli alla stretta fes­sura tra le rocce. Proseguimmo su una salita ripida, mentre le raffi­che di neve ci investivano. Per gli altri, ne ero sicura, il sentiero non doveva apparire di­verso da quelli che avevamo seguito fino a quel momento. Spo­glio e roccioso, privo di vita. Ma nella mia mente conti­nuavo a rivedere una lunga carovana di persone che conduce­vano le greggi di pecore e capre verso le praterie che giaceva­no ai piedi delle colline. Ogni passo era orribilmente familiare. E quindi oltrepassammo una svolta e vidi il punto preciso dove avevo smesso di camminare tanti anni prima. Dove ave­vo provato a prendere il cucciolo di Ashraf. Sono forte quanto te, Nazafareen. Mi fermai un momento per rendere omaggio. La neve colpi­va di lato, pungendomi gli occhi. «Che succede?» domandò Ilyas dietro di me. «Niente.» Colpii i fianchi del cavallo con le ginocchia e rico­minciai la scalata. * * * Quando quella notte ci fermammo, aspettai che Ilyas si ad­dormentasse. Quindi mi allontanai dal fuoco e andai a se­dermi con Darius. Eravamo… be’, non amici. Non c’era ugua­glianza tra di noi. Ma una volta godevamo l’uno della compa­gnia dell’altra e pensavo che avremmo potuto farlo di nuovo. Il suo qarha era avvolto stretto, quindi potevo vedere so­lo i suoi occhi azzurri. Nonostante il freddo intenso, il mio daeva era rilassato, con le braccia intorno alle ginocchia. Con­trollava la temperatura del corpo rallentando ogni processo, come un orso in letargo. Riuscivo a sentire il suo cuore battere una volta ogni dieci o quindici secondi. Il mio avrebbe voluto battere allo stesso ritmo ma avevo imparato tempo prima a scacciare quell’impulso. Mi avrebbe ucciso se lo avessi segui­to. Mi sistemai in un riparo nella roccia. L’orizzonte si era schiarito e le stelle sembravano abbastanza vicine da poterle toccare, una spruzzata di gocce di rugiada congelate contro l’oscuro mantello del cielo. «L’esercito del Sacro Padre», dissi, indicando in alto. «Il magus dice che sono angeli. Discenderanno sulla terra quando si combatterà la battaglia finale contro i Druj.» Darius mi guardò. Avvertii il suo divertimento. «Forse.» «Cosa?» «Be’, potranno essere angeli, ma sono anche soli, come il nostro. Soltanto molto lontani.» Mi accigliai. «E come puoi saperlo?» «Lo so. Riesco ad avvertire di cosa sono fatti.» Cambiò posto, a disagio. «Un fuoco terribile.» «Ma sembrano freddi», protestai. «Fidati di me, non lo sono.» «Riesci a sentirli attraverso il… il Nesso?» «Sì.» «Non ho ancora idea di cosa sia», confessai. «Sia Tom­mas che il magus hanno provato a spiegarmelo, ma non sono riusci­ta a capire.» Darius esitò. «È difficile da descrivere a parole. Ma c’è un’identicità in tutte le cose. Un ordine sottostante ai livelli più piccoli. È in me, in te e in quelle stelle. Lo chiamiamo il Nesso, appunto.» «Perché non posso sentirlo anch’io?» «Non lo so. È una percezione che a voi umani sembra man­care, forse perché dovete lasciarvi andare per notarlo. La­sciar andare ciò che pensate di essere.» Si toccò il petto. «Il mio nome è Darius. Ho vent’anni e sono un Water Dog. Sono un daeva.» Lo sentii ghignare. «Odio i fichi secchi. Ma per toccare il Nesso devo dimenticare tutte queste cose. Non devo essere niente. E quindi divento tutto. E questo tutto risponde alla mia volontà. Capisci?» «Non proprio. Ma lo avverto attraverso il legame. È lì che andavi? Quando sedevi sotto l’albero di pere?» «Ci sei venuta una volta.» «Ero curiosa. Ma non volevo disturbarti.» «È un posto pieno di pace», disse e non ero sicura se in­tendesse il giardino o il Nesso o tutti e due. «Ancora più pieno di pace quando non desidero utilizzarlo per trarne potere, ma solo per stare tranquillo.» Darius fece un profondo respiro che si diramò dalla sua bocca come fumo nell’aria fredda. «Cosa è successo, Nazafareen?» domandò. All’inizio pensai che intendesse il fatto che stessi strin­gendo di nuovo il suo potere. Cercai un modo per spiegarglie­lo senza offenderlo. Non era una faccenda personale. Ma ave­vo permes­so a me stessa di dimenticare la prima regola dei Water Dog: mantenere il controllo. Forse qualcosa nel legame, qualche di­fetto che non conoscevamo, aveva permesso ai dae­va di cor­rompere le guardie. Non credevo che Darius avrebbe fatto lo stesso a me, ma non potevo correre il rischio. «Prima. Quando ti sei fermata.» «Oh.» «Non devi dirmelo per forza.» Mi abbracciai le ginocchia mentre le parole uscivano. «È successo molto tempo fa. Mia sorella fu presa da uno spettro. La guardai morire.» «Mi dispiace.» E gli dispiaceva davvero. Ma ciò non cambiava i fatti. «Ricordi Gorgon-e Gaz?» gli domandai, sperando di cam­biare argomento. «Non proprio. Ero molto piccolo quando mi portarono a Karnopolis.» «Come è stato crescere con i magi?» Avvertii le barriere innalzarsi, spingendomi via. «Forse non te ne sei accorta, ma hai i piedi ghiacciati», disse Darius. «Se non li scaldi vicino al fuoco probabilmente diventeranno neri e ti cadranno, quindi io dovrò portarti lungo queste mon­tagne, cosa che mi creerebbe parecchio disturbo.» Sorrisi. «Allora buonanotte, Darius.» «Buonanotte, Nazafareen.» Mi avvolsi nelle coperte e ascoltai il vento gemere tra gli alti passi. Il sibilo delle fiamme mentre il fuoco si abbassava. Tutti avevamo i nostri fantasmi, pensai. Le persone che aveva­mo amato – odiato – così tanto da farle diventare parte di noi. Nes­suna scelta in questa vita era veramente nostra. Persino il nostro coraggioso capitano era guidato da desideri e insicu­rezze che avevano a che fare più con l’incidente della sua na­scita che con qualunque altra cosa. Ma Darius aveva detto di perdersi quando toccava il po­tere. Di diventare nulla. Solo un filo nel grande arazzo dell’univer­so. E mi domandai per la prima volta se essere un daeva fosse davvero una maledizione o una benedizione sotto mentite spo­glie. * * * Il quinto giorno arrivammo all’ultimo degli alti passi. Aveva cominciato e smesso di nevicare per tutta la mattinata, ma ora il cielo era sgombro e il sole brillava. Riuscivo a vedere le colline verdi e, al di là di esse, la Great Salt Plain che si al­lungava come un calmo mare all’orizzonte. Non c’era un sin­golo albero né un filo d’erba a spezzare quella distesa di bian­co. Il clan Four-Legs avrebbe svernato sul bordo di quella, molte leghe più a sud di dove eravamo ora. Ma non si avven­turavano mai lontano. Le montagne potevano essere spietate, ma la Great Salt Plain significava morte. Ribolliva d’estate, si trasfor­mava in sabbie mobili in primavera ed era una terra de­solata per il resto del tempo. «Fermi», ordinò Ilyas. Tirai le redini. Darius osservava il paesaggio con il vento che gli scompigliava i capelli. Liberai il suo potere e gli lasciai cercare le tracce. Ci aspettavamo tutti che andassero a nord, se­guendo le montagne verso i confini con Bactria. In quel mo­do si sarebbero uniti a Neblis o avrebbero potuto continuare verso ovest via terra fino all’esercito di Eskander. «Che succede?» domandò Ilyas. «Dove sono?» Gli occhi di Darius erano fissi su un punto all’interno della Great Salt Plain. Alzò la mano destra. «Da quella parte. Hanno un vantaggio di circa quattro ore.» Pensavo che Ilyas sarebbe stato contento che avessimo gua­dagnato così tanto terreno, ma era cupo. «Ne sei sicuro?» do­mandò a Darius. «Sì.» Ilyas estrasse una cartina dalle sacche, proteggendosi gli occhi dalla luce. Eravamo ancora sopra la linea della neve e il sole era abbagliante. Tracciò una linea con il dito sulla mappa. Quando alzò lo sguardo, il suo viso aveva perso ogni colore. «Sono diretti verso il Barbican», disse. «È l’unica cosa lì fuo­ri.» Mi scambiai un’occhiata con Tijah. Ora sembrava più for­te e mi chiesi se Myrri avesse usato il legame per aiutarla in qual­che modo. «Il Barbican?» ripeté Tijah. «Non è lì che…?» «Forgiano i bracciali», terminò per lei Ilyas, cupo. Lo shock della notizia ci zittì tutti. Non sapevo molto del Barbican. Come Gorgon-e Gaz era un luogo isolato nel mezzo del niente. Il segreto per la schiavitù dei daeva era custodito ge­losamente, ma sapevo che aveva a che fare con la Sacra Fiamma, un tipo speciale di fuoco scoperto dal Profeta due­cento anni prima. Darius cambiò posizione dietro di me. «Ma è il luogo più fortificato dell’impero dopo il palazzo del Re a Persepolae.» «Così come Gorgon-e Gaz», puntualizzò Ilyas. «E ciò non li ha fermati.» «Ma cosa potrebbero volere lì?» domandai, osservando la Great Salt Plain e la roccaforte che giaceva da qualche parte oltre l’orizzonte. «C’è solo una possibilità», rispose Ilyas. «Vogliono di­struggerla.» Si strofinò la mascella. «Non vedo come, però. Sono daeva. Le fiamme che i Purificati utilizzano al Barbican sono persino più sacre e più potenti di quelle di un altare del fuoco. Non possono avvicinarsi.» «Potrebbero non doverlo fare», rispose Darius, calmo. «E non dimenticate che ci sono gli umani ad aiutarli. Le guardie non hanno le stesse limitazioni.» Ilyas arrotolò la cartina e la rinfilò nella sacca. «Quindi dob­biamo catturarli nella pianura», grugnì. «Dobbiamo.» Gui­dò il destriero lungo la discesa. Avevo appena cominciato a seguirlo, quando la mano di Darius si sollevò di scatto. Stava scrutando verso un crinale di­stante. Strizzai gli occhi, ma non vidi nulla. «Che c’è?» sussurrai. «Non lo so», borbottò. «Qualcosa di vivo. Qualcosa di po­tente.» «Uno dei fuggitivi?» Osservai di nuovo il crinale e cre­detti di aver visto di sfuggita una figura esile, solo una mac­chia scura contro la neve. Mi venne la pelle d’oca. Darius scosse il capo per la frustrazione. «Non saprei. Ilyas! Tommas!» Erano già lungo la discesa, con Tijah e Myrri subito die­tro di loro. «Dobbiamo…» cominciò Darius, ma non poté proseguire perché in quel momento sentii un sordo suono ruggente dall’alto. La neve intorno a noi cominciò a creparsi, quindi a rompersi in grossi blocchi. I cavalli nitrirono in preda al terro­re mentre il banco di neve iniziava a scivolare, dapprima len­tamente ma guadagnando velocità. Darius cercò di attingere al potere e io lo rilasciai, ma era troppo tardi. Eravamo trascinati da quel torrente furioso. Ro­tolai giù dalla sella. Il mondo mi sfrecciava intorno in scorci con­fusi: cielo, neve, cielo, neve e, alla fine, un silenzio rotto e spettrale, interrotto solo dal suono del mio respiro affannoso. Non potevo muovermi di un millimetro. Il peso che mi schiacciava sembrava quello di una montagna. Sentivo la mia mente andare alla deriva, trascinata via. L’unica cosa che mi ancorava al corpo era il legame e il demone che c’era all’altro capo di esso. Sarebbe venuto per me. I minuti passarono e il respiro si trasformò in una patina di ghiaccio sul mio viso. Provai a sputare. Ci volle un po’ per rac­cogliere abbastanza saliva, ma alla fine ci riuscii. Scoprii che ero più o meno in posizione verticale, con un braccio so­pra la testa. Era una fortuna perché così avevo creato una sac­ca d’aria. Non grande, delle dimensioni di un pugno. Ma era abba­stanza per farmi andare avanti, almeno per un po’. A volte le nostre vite dipendono da piccole coincidenze come quella. Mentre gli arti diventavano insensibili e Darius non arri­vava, mi venne un pensiero che mi avrebbe fatto ridere se avessi avuto abbastanza aria nei polmoni. Con tutti i Druj che avevo battuto, alla fine sarebbe stata quella maledetta monta­gna a uc­cidermi.
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