CAPITOLO NOVE

2677 Parole
CAPITOLO NOVE Vidi il primo corpo nel momento in cui emergemmo dal passo. Giaceva sulle rocce, le braccia distese delicatamente lun­go i fianchi. Un giovane con la pelle pallida e i capelli neri. I gab­biani si erano accaniti su di lui. Una nube di quegli uccelli si innalzò mentre noi galoppavamo giù dalla collina. Sapevo che era così che salutavamo i nostri morti. Sotto il cielo aper­to. Solo una volta che le ossa fossero state ripulite sarebbe sta­to pronto per la sepoltura. Ma quella vista mi innervosiva comunque. Feci il segno della fiamma. Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Siamo la luce contro l’oscurità. Il corpo che superammo si trovava a circa duecento metri dal muro di cinta di Gorgon-e Gaz. Cominciava ai piedi delle mon­tagne e si estendeva nell’acqua poco profonda. Pietra gri­gia, rovinata da secoli di tempeste che avevano infuriato dal Sale­nian Sea. Pareti curve spesse sei metri, con feritoie come fine­stre. Il respiro si serrò nei miei polmoni e mi tolsi il qarha dal viso. Fu catturato dal vento, sbattendo come una bandiera scar­latta. Darius sedeva dietro di me sulla doppia sella e non avevo bisogno di guardarlo per sapere che i suoi occhi erano scaglie di ghiaccio azzurro. Sentivo la furia in lui, e la vergo­gna. «Sacro Padre», mormorai mentre superavamo altri due corpi spezzati, tutti e due con le tuniche bianco e oro delle guardie. Il nostro cavallo era troppo ben addestrato per temere la car­neficina, più addestrato di quanto fossi io stessa, a quanto pareva. Mi ero abituata a uccidere i Druj, ma i corpi umani erano tutta un’altra cosa. Lo stomaco mi si annodava, ma mantenni il volto inespressivo. Solo Darius sapeva quanto fos­si vicina alla nausea. «Fermi», ordinò Ilyas. Qualcuno stava uscendo dalla fortezza. Mi inclinai leggermente all’indietro e tirai le redini. Alla mia destra, Tijah e Myrri fecero la stessa cosa. Tutte e due sembra­vano pronte a uccidere chi si fosse avvicinato troppo. Era un uomo di mezza età, con folti capelli bianchi e il collo di un toro. Corse verso di noi e notai il marchio sul pet­to: un grifone ruggente in un circolo, il simbolo del Re. Dove­va essere il custode. «Perché ci avete messo tanto?» domandò. «E dove sono gli altri?» Strizzò gli occhi verso di noi e non parve rassicura­to da ciò che vide. «Abbiamo bisogno di rinforzi…» «Stai dimenticando qualcosa», disse Ilyas, calmo. «Quan­do parli con me, parli con il Satrapo Jaagos, che ha il compito spiacevole di informare il Re di questo disastro. Ci vogliono otto giorni a cavallo per arrivare a Persepolae. Prega con tutte le tue forze che troviamo i fuggitivi e li riportiamo qui prima di quel momento.» Il custode impallidì. «Ho bisogno dei nomi, sia dei daeva che dei legati, delle loro infermità e di qualunque altra cosa tu sappia», continuò Ilyas. L’uomo annuì. «Non venite dentro? Posso mostrarvi cosa hanno fatto…» «Non c’è tempo. Puoi spiegare al satrapo come ci sono riu­sciti. Il mio compito è solo di catturarli.» Ilyas si voltò ver­so di me. «Trova la traccia finché è ancora calda. Abbiamo già perso troppe ore per attraversare le montagne.» «Dove vuoi cominciare?» chiesi a Darius. «La linea dell’alta marea», rispose lui. Durante il tragitto verso la prigione, avevo imparato al­cune cose su Gorgon-e Gaz, la roccaforte segreta che non si trovava su nessuna cartina. Conteneva centotredici daeva. Centosette, ora. Quando il Profeta aveva forgiato i bracciali durante la guerra, aveva usa­to i primi daeva che aveva preso per catturarne altri. Alcuni erano morti nella battaglia. Quelli rimasti dopo che la Regina Neblis era stata ricacciata oltre le montagne erano stati portati lì. Ricordavano cosa volesse dire essere liberi, a differenza dei daeva dei Water Dog o degli Immortali, che erano stati cresciu­ti in cattività ed educati a seguire la Via della Fiamma. Di con­seguenza, non ci si poteva fidare di loro fuori da quelle mura. Ma Ilyas mi aveva detto che i daeva a Gorgon-e Gaz erano ancora utili per uno scopo. Il loro sangue era forte. Così era al tempo stesso una prigione e una nursery. Prima di esse­re man­dato dai magi a Karnopolis, Darius era nato lì. Stavo ancora cercando di capire tali informazioni mentre ca­valcavamo in direzione dell’acqua. Mi ero unita ai Water Dog per uccidere i Druj, quelli non-morti. Non mi sarei mai aspetta­ta di dare la caccia a daeva di più di duecento anni e abbastanza potenti da spaccare a metà la fortezza imponente di Gorgon-e Gaz. Una volta arrivati alla linea della marea, riuscii a notare i frammenti di pietra sul lato del mare, le onde che superavano una frattura frastagliata che doveva essere alta più di dieci metri. Darius smontò da cavallo e appoggiò la mano buona sul­le ossa rotte della prigione, mentre il mare gli bagnava i piedi. Ri­manemmo a osservare per un momento e avvertii la prima punta di paura in lui. Quale daeva poteva incanalare un potere tanto distruttivo e sopravvivere? Avevo imparato che la terra era uno degli elementi più violenti. Se Tommas avesse provato a fare qualcosa del genere, si sarebbe spezzato. Non sapevo se Darius ne avesse la forza. Forse sì, ma avrebbe ottenuto quel risultato a caro prezzo. Si era rotto una costola solo per aver scagliato qualche pietra al villaggio di Ash Shiyda e la terra era il suo elemento più forte, così come l’aria era quello di Tommas. Il daeva si voltò verso di me. I nostri occhi si incrociaro­no e io sentii un ruscello di potere fluire attraverso il legame. Rac­colse una manciata di sabbia e la lasciò scivolare attraver­so le dita. Ero lieta che quel tipo di rilevazione non lo ferisse. Era solo quando Darius utilizzava la volontà per influenzare un ele­mento che ne pagava il prezzo in termini fisici. La sua mente si fece silenziosa mentre fissava la spiaggia. «Sono andati a ovest», disse. «Dodici cavalieri. Hanno mezza giornata di vantaggio.» Quando lo dicemmo a Ilyas, lui sembrò sicuro di raggiun­gerli sul terreno impervio delle montagne. Dopo aver visto la for­tezza incrinata, non potevo fare a meno di domandarmi co­sa sarebbe successo in quel momento. Ma il nostro capitano se lo era aspettato – a meno che i fuggitivi non avessero preso una nave, l’unica altra via di fuga sarebbe stata rappresentata dalla catena del Khusk – e nelle sacche agganciate alle selle aveva­mo scorte per un viaggio di due settimane, insieme a giacche imbottite simili alle arqalok del clan Four-Legs. «Smontate da cavallo per ricevere la benedizione», disse Ilyas, riempiendo la ciotola con l’acqua del mare. Ci inginocchiammo in fila sulla sabbia, con i capi chini, mentre Ilyas camminava lungo la linea. Rabbrividii un po’ quando l’acqua ghiacciata gocciolò attraverso il qarha e lungo la nuca. Quindi sentii la pelle d’oca un’altra volta mentre Da­rius veniva bagnato. «Possa il Sacro Padre guidarci e sostenerci. Possano le nostre impurità essere lavate via.» Ilyas rovesciò la testa all’indietro e risolutamente versò il resto dell’acqua gelata su di sé. Quindi si scosse le ciocche bagnate dagli occhi. Al sole bril­lavano come rame brunito. «Il mondo è un campo di batta­glia e noi ne siamo i guerrieri, Water Dog. Non nella prossima vita, ma qui. Ora. Riporteremo indietro quei rinnegati. Vivi, se pos­siamo; morti, se dobbiamo. Ma li riporteremo indietro. Se fal­liamo, non dovremo subire solo il giudizio del Re. Ma anche quello del Sacro Padre.» Ilyas fece il segno della fiamma. Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Tenni la testa bassa ancora per un istante, pregando per­ché ricevessi coraggio. A pochi passi di distanza, riuscivo a sentire il ronzio delle mosche. «Nazafareen», mi chiamò Ilyas. Alzai lo sguardo. «Tu conosci queste montagne, vero?» «Come il volto di mia madre», risposi. «Ma solo alcune parti. Dipende da quale percorso hanno preso.» «Allora tu sarai la nostra guida. Darius può seguire le lo­ro tracce, ma dobbiamo ridurre la distanza.» «Conosco delle scorciatoie.» Tenni la briglia per Darius, quindi balzai sulla sella anteriore. Tommas esitò per un momento, studiando l’orizzonte con un’espressione malinconica. Intagliava sempre piccole conchi­glie, barche e pesci come quello che mi aveva donato il primo giorno nelle stalle. Diceva che così manteneva vivo il ricordo del Middle Sea. «Sono passati dodici anni da quando ho visto l’oceano», disse. «E dubito che sia cambiato molto», ribatté Ilyas, senza catti­veria. «Andiamo, le tracce seguono la spiaggia. Puoi guar­dare quanto vuoi, fino a quando lo fai dalla sella.» Alcune guardie uscirono da Gorgon-e Gaz per seguirci mentre ci allontanavamo. Tommas salì con un unico movi­mento flessuoso e fece scattare il suo cavallo. «Pregheremo per voi», esclamò una delle guardie. «Possa il Profeta velocizzare il vostro viaggio.» Diedi un’ultima occhiata alla roccaforte e provai a imma­ginare la forza necessaria per infrangerla. Quindi mi costrinsi a vedere i morti. Tutti e quattordici, sparsi lungo la spiaggia, gli arti spezzati come ramoscelli. Il fetore dolciastro della pu­trefazione si mischiava al sapore salmastro del mare e avvertii la bile risalirmi dentro. Poteva Darius davvero proteggerci da qualcosa del genere? Potevano Myrri e Tommas? Gli altri e più esperti Water Dog erano tutti di pattuglia quando era arrivato il messaggero. Noi eravamo lì soltanto perché Tel Khalujah era la satrapia più vicina a Gorgon-e Gaz. La prigione era una zona sperduta ai confini occidentali dell’impero, a migliaia di leghe dalle capitali. Non succedeva mai niente laggiù. Fino a quel giorno, almeno. Gli zoccoli dei cavalli alzavano zolle di sabbia bagnata mentre tuonavamo lungo la spiaggia. Superammo una fila di macigni e anch’io riuscii a vedere le tracce. Avrebbero potuto cavalcare sotto la linea della marea, ma non si erano curati di farlo. Non avevano compiuto alcuno sforzo per mascherare la fuga. Forse sapevano che li avremmo seguiti comunque o for­se non gliene importava. Forse non ci temevano affatto. Avevo ancora i capelli umidi per la benedizione. Sopra di noi, i gabbiani planavano nel vento, urlandosi contro l’un l’altro. Chiusi gli occhi per un momento e avvertii la sacralità di quel luogo di convergenza, il punto in cui l’acqua incontra­va la terra. Realizzai che una parte di me aveva smesso di pensare ai daeva come Druj. Aveva cessato di credere che la loro natura primaria fosse malvagia. Non conoscevo molto bene Myrri, ma conoscevo Tommas. Conoscevo Darius. Erano Water Dog. Ma ciò che era accaduto a Gorgon-e Gaz pareva confermare tutto quello che il magus mi aveva detto. I daeva ci avevano quasi distrutti prima che li incatenassimo. E se quelli in fuga avesse­ro infranto i loro legami, lo avrebbero fatto di nuovo. Non serravo il potere di Darius da parecchio tempo. Non ne avevo avvertito il bisogno. Ma adesso lo feci. Chiusi il pugno su quella pozza scintillante e dilagante e lo sentii irrigidirsi. La mia improvvisa mancanza di fiducia lo aveva ferito, ma era una cosa che dovevo fare. Continuavo a vedere quei corpi. La fenditura frastagliata nella parete. Cavalcammo per un’ora e più. La spiaggia si restrinse a uno sputo di terra e le tracce voltarono a ovest verso la catena del Khusk, proprio come Darius aveva predetto. I più alti pic­chi in­nevati erano ancora a qualche giorno di distanza, ma non appena ci addentrammo tra le colline la temperatura co­minciò a scendere. Potevo sentire i morsi del vento anche at­traverso il qarha. Tijah si soffiava sulle dita, tremando. Era una figlia di Al Miraj, del brutale deserto del Sayhad, e non aveva idea di cosa fosse il freddo. Presto se ne sarebbe resa conto. Ci stavamo addentrando nei territori del clan Four-Legs. Non avevo percorso quella via da quando avevo lasciato la mia gente per unirmi ai Water Dog. La catena del Khusk si estende­va a sud e a est di Tel Khalujah. Dall’altra parte c’era la Great Salt Plain e, al di là di essa, la Royal Road verso la ca­pitale estiva di Persepolae. Mi chiesi se fosse quella la destina­zione dei fuggitivi o se fosse un luogo completamente diverso. Quando quella notte ci accampammo, Ilyas ci disse che pro­babilmente avevano in mente di unirsi a Eskander. «Se rie­scono a superare i confini occidentali, lui offrirà loro un rifu­gio. È la loro unica possibilità», ci spiegò. Il freddo sembrava a mala­pena toccarlo mentre studiava attentamente le mappe, control­lando le diverse rotte, cercando di predire con esattez­za quando e dove avremmo raggiunto la preda e quali vantag­gi avremmo ottenuto da quella conoscenza. La luce del fuoco addolciva i suoi zigomi affilati, il suo naso dritto e la sua bocca sottile. Il nostro capitano non era at­traente come Tommas o come Darius, ma aveva una calma in­tensità, un’intelligenza irrequieta che lo rendeva interessante da guar­dare. Negli anni in cui lo avevo conosciuto, avevo im­parato che il suo umore poteva cambiare come argento vivo, specialmente quando c’era di mezzo Tommas. Ilyas poteva es­sere incantevo­le un momento e glaciale quello successivo. Ma era un buon capo. Mi fidavo del suo giudizio. Non correva mai rischi che non fossero stati calcolati con cura. E il suo corag­gio in com­battimento era leggendario tra i Water Dog. Lo ave­vo visto io stessa molte volte. «Victor è quello di cui dovremmo preoccuparci», borbot­tò Ilyas, mettendo da parte le cartine in pelle di vitello. «Il cu­stode ha detto che durante la guerra ha ucciso più Druj di ogni altro daeva. Un animale assetato di sangue, sotto ogni punto di vista.» «Qual è la sua infermità?» domandò Tijah, spezzando un pezzo di pane. «Un’infermità minore. Gli mancano tre dita alla mano destra. È molto forte con la terra. Non ho dubbi che sia stato lui a infrangere la fortezza.» «E gli altri?» chiesi. Ilyas recitò una lista di nomi. Non significavano nulla per me. «Ma sono tutti ancora legati alle loro guardie?» domandò Tijah. Ilyas si rabbuiò. «Sì. Il che vuol dire che le guardie hanno collaborato durante la fuga. Non avrebbero potuto fare in nes­sun altro modo.» Ci guardò tutti. «Quando li troviamo, rima­nete concentrati sugli umani. Non provate ad affrontare i dae­va. Il vostro compito sarà tenere a bada le guardie mentre i de­moni combattono l’uno contro l’altro. Voi siete il ferro. Loro il potere.» «Ma perché le guardie?» domandai. «Una potrei capirla. Ma sei? Tutte nello stesso momento?» Ilyas scosse il capo. Si vedeva che era preoccupato. «Non lo so. E neanche il custode lo sapeva. Ha detto che erano tutte persone fidate. E il protocollo era di far girare i bracciali a ro­tazione in modo che non si potesse creare nessun attaccamen­to tra i daeva e i loro legati.» Smisi di provare a dare un senso alla faccenda e misi un altro pezzo di legno nel fuoco. Darius si era allontanato nel momen­to in cui Tijah aveva colpito la pietra focaia. Temeva il fuoco: tutti i daeva lo temevano. Li attirava, li seduceva, ma non poteva essere controllato. Il fuoco era la loro unica debo­lezza. E, visto che sembravano esattamente uguali a noi, era an­che l’unico test infallibile. Tutti i daeva erano maledetti dal Sacro Padre con delle infer­mità fisiche, ma alcune erano nascoste. Come la lingua man­cante di Myrri. E alcune erano cose che avrebbero potuto avere anche gli esseri umani: un occhio cieco, un piede equi­no. Il Re aveva bisogno di un metodo sicuro per distinguerci. Per assicu­rarsi che nessuno provasse ad allevarli illegalmente. La risposta era rappresentata dai Numeratori. A migliaia va­gavano per l’impero, le loro tonache bianche con il sigillo reale. Potevano bussare a una porta in qualunque momento, in­clusa la camera da letto del satrapo, e nessuno poteva rifiu­tarsi di farli entrare. Ufficialmente erano addetti al censimen­to, con­tavano le persone e il bestiame per stabilire le tasse do­vute. Ma tutti sapevano cosa fossero in realtà: cacciatori di daeva. Ciascuno di noi aveva i tatuaggi realizzati dai Numeratori sui palmi. Il mio era composto da due triangoli, uno dentro l’altro. Quello di Darius era un triangolo sbarrato che lo mar­chiava come daeva. Era un tipo speciale di inchiostro iride­scente che non poteva essere contraffatto. Quando i Numeratori trovavano qualcuno senza il mar­chio, lo trascinavano al più vicino tempio del fuoco. Non per bru­ciarlo. Per vedere cosa sarebbe accaduto quando si avvici­nava ai bracieri. Gli esseri umani ovviamente non subivano al­cun ef­fetto. Ma a due metri dall’altare i daeva avrebbero co­minciato a sentirne la spinta. A un metro e mezzo avrebbero dovuto com­battere per non avvicinarsi oltre al feroce e sel­vaggio potere delle fiamme. Ancora più vicini di così il sangue avrebbe ini­ziato a ribollire nelle loro vene. Quindi Tommas e Myrri rimasero di guardia sul bordo della luce mentre noi ci avvolgevamo nelle coperte. Lui stava can­tando delicatamente, una melodia struggente e malinconi­ca in una lingua a me sconosciuta. La maggior parte degli altri daeva a Tel Khalujah evitava Myrri. Penso che la sua mutezza li di­sturbasse. Tommas era l’unico a cercarla. Non pareva cu­rarsi del fatto che non potesse parlare. Forse il silenzio era un sollie­vo dopo aver avuto a che fare con Ilyas tutto il giorno. Tommas sapeva come imitare il fischio di centinaia di uc­celli diversi e Myrri gli faceva segni con le mani per dirgli quale voleva sentire. Oltre a Tijah, lui era l’unica altra persona capace di farla sorridere. Mentre mi addormentavo, riuscivo ad avvertire Darius là fuori, al buio e al freddo, mentre osservava il percorso da se­guire. Il mio daeva riposava solo due o tre ore per notte ulti­mamente, quando lo faceva. Mi domandai se stesse pensando ai fuggitivi. A cosa sarebbe successo quando li avremmo presi. Se segretamente avesse pietà di loro. Avrebbe dovuto uccidere quei daeva. Tutti quanti. Sapevo nel mio cuore che non li avremmo mai catturati vivi. Erano troppo veloci. Troppo forti. Degli dei. Con delle leggi tutte lo­ro.
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